Kosovo: tra ferite aperte e voglia di futuro

Quando si parla di Kosovo, a qualcuno che non ci è mai stato, basta soffermarsi sul suo sguardo: un misto di perplessità, vaghi ricordi di guerra, e la convinzione che non ci sia molto da vedere e da apprezzare. Il mio ultimo viaggio, un’avventura alla scoperta di questo splendido Paese, tra Pristina, Prizren e Mitrovica, mi ha raccontato una storia diversa – fatta di bellezza sommessa, di giovani che ballano tra i vicoli della capitale, di ponti che uniscono e dividono, di speranze più forti della memoria del conflitto.


Il Kosovo è un paese che vive su un crinale sottile: quello tra il desiderio di guardare avanti, che è ben visibile in città come Pristina e Prizren, e il peso di una storia ancora troppo recente per essere digerita del tutto, una realtà che nessun luogo può raccontare meglio di Mitrovica. Mitrovica, proprio quella città dove un ponte sul fiume Ibar divide concretamente e ideologicamente due comunità, quella albanese-kosovara e quella serba....

L'articolo di Elisa Ruaro è a questo link:

Il tempo del creato: un cammino di speranza e condivisione

Siamo al centro del Tempo del Creato ed è un periodo speciale dell'anno dedicato alla riflessione, alla preghiera e all'azione per la salvaguardia del Creato, nostra casa comune. Celebrato dal 1° settembre al 4 ottobre, ogni anno propone un tema specifico accompagnato da un passo biblico di riferimento.


Quest'anno siamo invitati a meditare su Isaia 32,14-18, un vaticinio pronunciato durante la crisi assira (703-701 aC), in un contesto in cui il profeta alterna minacce a promesse di salvezza. Il brano si apre con un duro monito rivolto alle donne di Gerusalemme, annunciando una calamità imminente che ridurrà la città a un luogo desolato, buono solo per il pascolo di greggi e asini selvatici (v. 14). Queste parole risuonano oggi con straziante attualità: la terra geme, le foreste bruciano, le guerre devastano, l'inquinamento uccide, l'emergenza climatica incombe. Come ci ricorda Papa Francesco, «il grido della terra è il grido dei poveri» (Laudato Si' 49). Eppure, tutto sembra soffocato da un martellante rumore mediatico, da parole vuote e dall'indifferenza generale, lasciandoci spesso impotenti di fronte alla devastazione di un Creato violato e sfruttato. Ma Isaia non si ferma alla desolazione: il suo sguardo va oltre, verso un futuro redento. Profetizza un tempo in cui lo Spirito di Dio si riverserà sul mondo, inaugurando una nuova era: «Allora il deserto diventerà un giardino, e il giardino una foresta» (v. 15). In quel giorno, diritto e giustizia abiteranno la terra, e la pratica della giustizia genererà pace. In chiave messianica, il profeta ci assicura che Dio non abbandona il suo popolo: lo Spirito Santo trasformerà la terra, convertendo il deserto in vita, l'ingiustizia in equità, la violenza in armonia.

Tutte le Chiese cristiane credono nella potenza rigeneratrice dello Spirito e sono chiamate a invocarlo come fonte di unità, speranza e conversione. Solo così il popolo di Dio potrà abitare una «dimora di pace», stabile e riconciliata con la terra e con tutte le creature. Una speranza che non è illusione, ma promessa di rinascita, purché ci sia un impegno autentico verso la conversione integrale.

«Praticare la giustizia darà la pace» (v. 18). Isaia ci svela una verità profonda: non c'è pace senza giustizia-sociale, ecologica, economica. Il Tempo del Creato è il momento propizio per approfondire la coscienza della crisi ambientale e illuminare le connessioni tra uomo, economia e natura. È il tempo di rafforzare l'impegno per una conversione ecologica che, come ricorda Papa Francesco, «deve tradursi in atteggiamenti e comportamenti concreti più rispettosi del creato» (Messaggio, 1° settembre 2016), orientandoci verso stili di vita più sobri, giusti e sostenibili.

«Il mio popolo abiterà in una dimora di pace…». Questa è la visione ecumenica a cui tenere: un'umanità riconciliata, dove le spade si mutano in aratri e le divisioni in comunione. L'impegno delle Chiese per una conversione integrale diventa testimonianza profetica al mondo, mostrando l'amore di Dio per ogni creatura, specie per i più fragili. Uniti nella preghiera e nell’azione, i cristiani possono essere semi di speranza, segno tangibile di un mondo riconciliato con Dio, con il prossimo e con il Creato.

 

(D. Donato Giordani Monaco Benedettino)

Il monastero di S. Caterina sul Sinai a rischio

 Il 28 maggio una sentenza della corte d’appello del Cairo ha messo in allarme la comunità del monastero di santa Caterina al Sinai, l’ortodossia ellenica e mondiale e tutti i pellegrini cristiani. La sentenza trasforma lo statuto del monastero: la proprietà passa allo Stato, i monaci possono restare, ma la gestione dell’intera area è in capo alla Società archeologica del Paese.


Nei primi momenti si parlava anche di un allontanamento dei monaci e di un uso turistico degli spazi della costruzione e della riduzione del monastero a museo. Una commissione greca si è recata al Cairo il 2 giugno per chiarire la questione. Lo status quo prevede che la proprietà del sito, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2002, sia del Governo greco e che la giurisdizione ecclesiastica sia del patriarcato di Gerusalemme. Si tratta di uno straordinario concentrato di storia e di relazioni tra fedi. Fondato dall’imperatore Giustiniano nel 546, garantito dal profeta Maometto nel 623, dal sultano Selim nel 1517 e da tutti i potentati successivi comprese le comunità beduine, il monastero vive oggi una rinnovata tensione. Si capisce l’intervento di molti protagonisti. Il Governo egiziano di Abdel Fattah al-Sisi è condizionato dai precedenti interventi dei fondamentalisti Fratelli musulmani, che perseguono la chiusura del monastero da un paio di decenni ...

L'articolo di Lorenzo Prezzi è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/egitto-sinai-il-monastero-a-rischio/


Comprendere l’amore

In questi tempi, nessuno si stupisce più della successione di parole, azioni e omissioni che ogni giorno ledono la dignità umana in questo mondo che condividiamo.


Alcune accadono nel nostro ambiente più vicino, mentre altre oltrepassano i confini. Tali situazioni sono diventate così comuni che finiscono per sembrarci familiari, come quelle serie televisive che si protraggono all’infinito, reinventandosi in ogni stagione con nuovi personaggi e scenari, ma il cui contenuto essenziale cambia poco. Difatti, e senza dover riflettere troppo, sarebbe facile elencare in pochi minuti numerosi episodi di violenza. Chi non conosce qualcuno che ha subito abusi o maltrattamenti? Chi non è al corrente di tragedie, come quelle che avvengono a Gaza e distruggono la vita di persone innocenti? Chi non si è accorto del deterioramento sistematico del nostro pianeta? L’elenco sarebbe tanto lungo quanto incompleto, perché ...

XXV Domenica PA - Lc 16,1-13

La domanda che Gesù pone nella parabola dell'amministratore disonesto è se i credenti, i suoi discepoli, saprebbero agire con la stessa prontezza nell’adesione alla sequela che, come si è visto nelle domeniche precedenti, è una spada a doppio taglio: penetra fino al midollo delle ossa e costringe a scegliere spesso rapidamente.

 


Si riprende oggi il cammino proposto dall’Evangelo di Luca dopo la Festa dell’Esaltazione di quello spartiacque che è la Croce alla quale elevare e fissare lo sguardo sul volto di Gesù nel quale vedere l’amore infinito del Padre per l’umanità che ci dona la salvezza e la vita eterna. Questa non è un premio futuro post-mortem ma una condizione, una qualità di vita già nel nostro oggi perché credere in Gesù il Crocifisso è aderire alla sua persona, è tendere a poter dire a dire con Paolo “non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Vivere cioè della sua stessa vita, con la pienezza umana risplendente in Gesù che trova la sua fonte nel suo essere il Figlio amato del Padre sceso dal cielo per mostrarci quale sia il volto di Dio. Un volto di amore, di misericordia; un amore gratuito, incondizionato che chiede di essere diffuso per poter manifestare le sue energie in chi vi fa spazio accogliendolo nella fede come dovremmo saper fare noi e le nostre Comunità.

 

Oggi torna al centro la vita dei discepoli. Il terzo vangelo, è molto attento alle problematiche del quotidiano e presta molta attenzione all’uso dei beni e del denaro. È cosciente come quest’ultimo e la ricchezza possano ostacolare l’accoglienza della chiamata del Signore (Lc 18,18-23) e possano così far pensare di essere padroni della nostra vita nonostante i limiti dati dalla sua caducità, rendendola spesso precaria (Lc 12,16-21). Generano poi con facilità indifferenza verso chi è povero e bisognoso (Lc 16,19-31). Insomma, il denaro e la ricchezza possono pervertire il cuore dell’uomo.

Lo si comprende dall’incipit della pericope odierna nella quale Gesù rivolgendosi ai suoi discepoli racconta una parabola al cui centro sta un amministratore disonesto la cui scaltrezza e velocità di decisione lo pone ad esempio. Di fronte alla difficoltà dell’essere stato scoperto e licenziato in tronco, non perde tempo in lamenti che comprende e sa inutili, non si perde d’animo, reagisce, accetta la realtà facendo i conti con i suoi limiti che conosce bene e decide su come procedere. 

La domanda che si pone è quella che risuona spesso anche nella nostra vita: “e adesso che cosa faccio? Che cosa devo fare?”. È un interrogativo che risuona molto e si può dire attraversa l’intera Scrittura. Solo per fare tre esempi: questo quesito lo pongono le folle al Battista, il ricco agricoltore che non sa dove riporre il suo raccolto, lo si pongono coloro che hanno ascoltato Pietro il giorno di Pentecoste, ce lo poniamo tutti quando ci si trova davanti ad una scelta di vita in particolar modo se decisiva.

L’amministratore disonesto capisce e decide che cosa deve fare. Certo, il suo agire si colloca all’interno dei criteri di questo mondo ma la domanda che Gesù pone è se i credenti, i suoi discepoli, saprebbero agire con la stessa prontezza nell’adesione alla sequela che, come si è visto nelle domeniche precedenti, è una spada a doppio taglio: penetra fino al midollo delle ossa e costringe a scegliere spesso rapidamente.

Gesù è coerente con la sua proposta di adesione al Regno di Dio che pone al centro del cuore dell’uomo il bisogno dell’altro e non il proprio egoistico interesse. In altre parole evidenza con decisione l’alternativa che esiste tra Dio e Mammona, tra un mondo solidale ricco della misericordia di Dio offerta a tutti attraverso coloro che pongono in lui la propria fiducia, facendo proprio il suo volto conosciuto in quello del Cristo e quello della “ricchezza” come viene tradotta nel brano dell’Evangelo di oggi, ma che nella nostra mente risuona come Mammona. Questo termine ha come radice “aman”, normalmente da noi pronunciato “amen” che significa “così sia”; è l’affermazione che così è, che si crede in quello che si è affermato, che si pone fiducia in questo. Mammona, la ricchezza, si configurano così come una precisa alternativa alla fiducia in Dio: è l’idolo per eccellenza che inebria, possiede, spinge all’ingiustizia.

Non si può qui non ricordare altri detti di Gesù incontrati nelle domeniche precedenti, chi “accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio” (Lc 12,21) e la sua esortazione “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma” (Lc 12,33); da tener presente anche la morale della parabola dell’agricoltore dal ricco raccolto: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” (Lc 12,20).

Gesù però non condanna i beni di questo mondo, quello che vuol farci capire è che l’unico modo scaltro di utilizzare i beni di questo mondo è servirsene per aiutare gli altri, acquisendo così la “vera ricchezza”, quella che non arrugginisce e non teme la tignola.

(BiGio)

 

In America c'è una guerra civile a bassa intensità: il veleno arriva da dentro

 La perdita dell'innocenza risale ai tempi di Lincoln e si è nutrita di pregiudizi, rancore e discriminazioni striscianti. Anche il possesso delle armi da fuoco ha finito per infrangere qualsiasi tabù


A che punto è l’America? Da quel 14 aprile del 1865 in cui l’attore e John Wilkes Booth uccise con un colpo di pistola alla nuca il presidente Abraham Lincoln scandendo il motto “Sic semper tyrannis”, il Paese ha perduto la sua innocenza rivelandosi per quello che era sempre stato: una terra di promesse e insieme una landa spopolata dove la violenza era connaturata alla crescita stessa di quel nuovo mondo. Per molti americani la Bibbia e il fucile erano e sono tuttora una cosa sola....

L'opinione di Giorgio Ferrari è a questo link:

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/in-america-e-in-corso-una-guerra-civile-a-bassa-intensita-e-questa-volta-il-veleno-arriva-da-dentro?mnuid=522g32167g3ffd6cad0c9c5ff6fd3c264a93a2d951c66d50fd&mnref=s731%2Cobf2e&utm_term=48942+-+https%3A//www.avvenire.it/mondo/pagine/in-america-e-in-corso-una-guerra-civile-a-bassa-intensita-e-questa-volta-il-veleno-arriva-da-dentro&utm_campaign=L%27Avvenire+della+settimana&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=Il+meglio+della+settimana+13-Set-2025+%282025-09-13%29

Pace: un avvenire imbarazzante?

Cosa resta del magistero pontificio sulla pace se anche i mass-media cattolici cominciano ad alimentare la paura del nemico?

Sul tema della pace le parole di Leone XIV – come già quelle di Francesco – sono sicuramente perfettibili ma, al contempo, chiare nei loro moventi ed obiettivi. Il problema vero nasce quando tale magistero dovrebbe illuminare la lettura quotidiana degli eventi ed essere da quest’ultima (almeno in parte) rappresentato. È qui che si forma concretamente l’opinione pubblica: soprattutto quando si tratta di mass media. Ad esempio, ci si aspetta che ...

 

L'articolo di Sergio Ventura è a questo link:


https://www.vinonuovo.it/teologia/etica/un-avvenire-imbarazzante/


Democrazia vs autocrazie, quale modello di governo vincerà in futuro?

Perché ci sentiamo oggi in difficoltà, di fronte al crescere di un paradigma di governo basato sulla “forza” (economica, finanziaria, militare, tecnologica, eccetera)? Dobbiamo reagire con urgenza, ma prima dobbiamo domandarci perché la democrazia rappresentativa ha perso la forza propulsiva e si sente marginalizzata da una dinamica socio-politica basata sul primato della forza e non delle regole democratiche. L’analisi di Giuseppe De Rita, presidente del Censis


Le sussultorie vicende del presidente Trump hanno confermato, anche alle persone più sprovvedute, che circola nel mondo una gran voglia di decisionismo e di verticalizzazione del potere. Con una intensità che viene da domandarsi se non sia in corso un processo storico più profondo – e più pericoloso – di crisi della democrazia, e di corrispettivo crescente appeal delle autocrazie. Chi vincerà nei prossimi decenni fra questi due modelli di governo?

L’analisi di Giuseppe De Rita, presidente del Censis è a questo link:

Una politica scolastica senza visione

Anni e anni di piccoli interventi circoscritti, piuttosto che grandi progetti di riforma, hanno reso la scuola un progetto privo di identità e di una visione di sistema


 Il dibattito pubblico sembra aver perso di vista la scuola. Abbiamo vissuto periodi in cui la politica e l’opinione pubblica l’avevano costantemente al centro dell’attenzione: gli anni della “Buona scuola”, dal 2014 al 2017, a causa del grande sforzo di riforma e dei conflitti conseguenti; e gli anni dell’emergenza Covid, tra il 2020 e il 2022, in cui tutte le famiglie hanno misurato l’importanza della scuola nella vita sociale. In questa seconda fase, però, le visioni generali sull’istruzione si erano perse, a causa di ...

L'articolo di Mauro Piras è a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/una-politica-scolastica-senza-visione?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+Rientro+a+scuola+%5B10159%5D

La fede è sempre più “liquida”: uno su cinque cambia religione

Un'indagine su 80mila persone in 36 Paesi rivela che nella maggior parte degli Stati considerati, almeno un quinto degli intervistati ha abbandonato il gruppo religioso in cui è cresciuto


«Qual è la vostra religione attuale, se ne avete una? E con quale siete cresciuti nella vostra infanzia?». Due semplici domande, per un sondaggio che ha coinvolto circa 80mila persone adulte, la metà negli Stati Uniti, il resto in altri 35 Paesi alle più diverse latitudini. I risultati dell’indagine, pubblicati poche settimane fa dal Pew Research Center di Washington, rivelano che nella maggior parte dei Paesi considerati, almeno un quinto degli intervistati ha abbandonato il gruppo religioso in cui è cresciuto. Cristianesimo e Buddismo hanno registrato le perdite più significative, non tanto per conversioni ad altre fedi, ma per una progressiva tendenza a non avere più alcuna affiliazione religiosa. Ci sono popoli per cui è scelta rara quella di ...

L'articolo di Francesca Ghirardelli è a questo link:

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/fede-sempre-piu-liquida-uno-su-cinque-cambia-religione