I dati dell'ong spagnola Caminando Fronteras evidenziano che oltre 3.000 persone sono morte nel 2025 per raggiungere la Spagna dall'Africa occidentale
L'articolo di Luca Attanasio è a questo link:
e qui news in breve https://spigolando-in-breve.blogspot.com
I dati dell'ong spagnola Caminando Fronteras evidenziano che oltre 3.000 persone sono morte nel 2025 per raggiungere la Spagna dall'Africa occidentale
L'articolo di Luca Attanasio è a questo link:
La disconnessione favorisce il recupero della concentrazione e della socialità reale, trasformando la scuola nell'ultimo baluardo di esperienza collettiva e analogica
Il ministero dell’Istruzione e del Merito con la circolare n. 3392 ha esteso anche alla scuola secondaria superiore le disposizioni riguardanti “il divieto di utilizzo del telefono cellulare in classe, anche a fini didattici ed educativi”. Per quale motivo? Nella circolare si fa cenno all’intento di contrastare gli “effetti negativi, ampiamente dimostrati dalla ricerca scientifica, che un uso eccessivo o non corretto dello smartphone può produrre sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche”. La decisione ha subito sollevato tra gli utenti e i professionisti della scuola, così come tra alcuni osservatori esterni (cfr. M. Lancini, Valditara vieta i cellulari in classe, “La Stampa”, 17.6.2025), varie obiezioni riconducibili a tre principali argomenti...
L'analisi di Lorenzo Morri è a questo link:
La consultazione (2021-2022) per il sinodo della Chiesa universale e le sintesi delle sette Assemblee continentali (2022-2023) hanno messo in evidenza diversi elementi di criticità della liturgia. Nella Sintesi nazionale della Conferenza episcopale italiana (CEI) in proposito si possono leggere valutazioni di questo tenore: “Afasia di alcune liturgie”, “una scarsa cura delle celebrazioni”, “liturgie smorte o ridotte a spettacolo”, “urgente un aggiornamento linguistico e gestuale”.
Due recensioni di Marco Politi e Enzo Bianchi a questo link:
Le grandi potenze politiche, militari ed economiche sono troppo prese nelle loro dispute per accorgersi che oltre la metà del pianeta soffre di fame, malattie, ed è segnato da conflitti e migrazioni forzate. Eppure la parte più giovane della popolazione mondiale, e gran parte delle risorse naturali, sono collocate fra Africa, Asia e America Latina. Intanto cresce il neocolonialismo e diminuisce la cooperazione allo sviluppo. Tre testimonianze da Zambia, Camerun e Madagascar
Il servizio di Gianni Borsa e Ilaria de Bonis è a questo link:
Una decina di anni fa il Censis predisse in uno studio dal titolo «Non mi sposo più» che «nel 2031 non sarà celebrato un solo matrimonio nelle nostre chiese». Ormai alla fatidica data non manca poi molto e la previsione sembra davvero avverarsi.
Lo dicono gli ultimi dati prodotti dall’Istat. Prendiamo il Veneto, regione che fu notoriamente cattolicissima e bianchissima: negli ultimi vent’anni il cambiamento nell’approccio al matrimonio è stato rivoluzionario. Le nozze sono calate del 27 per cento, i matrimoni religiosi sono crollati del 64 per cento, cioè di due terzi. E se vent’anni fa i matrimoni in chiesa erano ancora la maggioranza dei matrimoni (il 62 per cento), oggi sono una esigua minoranza (il 29 per cento, per amor di statistica). Certo, il dato più rilevante è l’ininterrotto abbandono del matrimonio come rito (civile o religioso) che vorrebbe sancire pubblicamente la nascita di un amore, di una genitorialità, di una famiglia. Nell’ultimo anno si sono celebrati, in Italia, circa 173 mila matrimoni, mentre nel 1944 – e sappiamo dalla storia che anno tragico e buio fu per il nostro paese – se ne celebrarono 215 mila. Dietro l’inarrestabile impallidimento del matrimonio ci stanno due grandi motivi. Il primo, e più ovvio, è demografico: con la denatalità ci sono sempre meno giovani e quindi sempre meno «convolanti», come si sarebbe detto in passato. Il secondo invece è profondamente culturale. Se per stare insieme è oggi pienamente sufficiente la cifra dell’amore privatisticamente inteso, allora il matrimonio è silenziosamente sostituito da convivenze e da coppie a distanza, coppie in cui i partner vivono separatamente. In realtà, dicono i numeri dell’Istat, non calano solo i matrimoni in generale, ma anche le seconde nozze, le unioni civili dello stesso sesso, i primi matrimoni, i matrimoni misti, perfino i divorzi e le separazioni (che ovviamente riflettono la denuzialità precedente). Insomma sembra contrarsi un po’ tutto ciò che ruota attorno al concetto formale di coppia. Siamo ormai in una società post-matrimoniale, libertaria più che libertina. Una società che è il frutto logico di quella che la filosofa Rigotti chiama «l’era del singolo»: un’era in cui essere individui non basta più, perché ognuno si sente singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca di una felicità su misura, personalizzata e non personale. Allora ogni singolo vorrebbe realizzare (un po’ dannunzianamente) la propria vita come un’opera d’arte unica ed irrepetibile. Difficile però, con questa impostazione antropologica, ingegnarsi per la vita di coppia, specie di una coppia che si vorrebbe duratura. Perché la relazione, il noi di coppia, implica che si debba uscire da sé stessi per incontrare un altro. Cosa questa evidentemente difficile nell’era del singolo.
(Vittorio Filippi, Corsera)
E se il referendum ci regalasse, come nel 1974 e nel 1981, il ritratto di un Paese più libero di quello che una parte della sua élite si ostina a ritenere e a cui farebbe comodo che fosse così?
L’opinione di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore dell’Università della Tuscia è a questo link:
A Stoccarda i lavori della sesta e ultima sessione dell’Assemblea sinodale, nell’ambito dell’itinerario avviato nel 2019 per le riforme nella Chiesa tedesca. In questi due giorni focus sulla implementazione delle risoluzioni già adottate, sui rapporti con la Curia romana, sul discusso tema di un “Comitato sinodale” e sulla piaga degli abusi
L'articolo di Salvatore Cernuzio è a questo link:
Oggi che la cultura e la fruizione culturale si sono affermati come un consumo condiviso, è necessario abbandonare la mera logica dell’attrattore e iniziare a sviluppare una riflessione di tipo territoriale.
L'articolo di Stefano Monti è a questo link:
L’obbedienza alla Parola è ciò che conta e le due figure che la Liturgia oggi ci presenta hanno proprio questo tratto in comune; è questo che li conduce al Bambino e ne intreccia le esistenze. L’invito che ci viene fatto è di fare come Maria e Giuseppe, Simeone e Anna
Oggi, 2 febbraio, si celebra la festa della “Presentazione di Gesù al Tempio”, “Ipapante” in Oriente che significa “Incontro del Signore” con Simeone che lo riconosce come “luce per le nazioni” e il Messia promesso. Nella liturgia orientale ma nella tradizione anche in quella occidentale, è accompagnata dalla benedizione delle candele che simboleggiano il Cristo venuto per illuminare le genti.
Questa festa permette di soffermarsi ancora una volta sul dono dell’Incarnazione che si può vedere in filigrana come una logica sottostante. Se facciamo memoria, tutto fin qui si realizza come dono: “ci è stato donato un figlio” (Is 9,6). Questo è ciò che hanno vissuto per primi Maria e Giuseppe, ma dopo di loro, i pastori, i Maghi, l’intero popolo ed è questo che per grazia è vissuto da ogni credente.
Ogni nascita lo sanno bene per esperienza ogni genitore, è grazia, dono stupefacente: un figlio non è un “prodotto”, è un dono affidato che poi prenderà il volo a sua volta generante. Ne sono ben coscienti Maria e Giuseppe che “compiuti i giorni della loro purificazione rituale, portano il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore”. La purificazione nella tradizione è solo della madre a causa del parto perciò questa sottolineatura di Luca che coinvolge anche il padre, desidera dirci l’unità degli sposi che diventano nel Signore un’unica carne (Mc 10,6-8).
Il loro “portare” il bambino, è un movimento che ha un fine preciso, riassunto dalle parole di Luca con due verbi fondamentali, pregni di vita: “presentare” e “offrire”. Due verbi che stanno all’interno della stessa logica del dono. Quel “portare” ha inoltre un destinatario preciso: il Signore, un luogo preciso: il Tempio in Gerusalemme e un mezzo preciso: la legge del Signore. Tutti e tre – destinatario, luogo e mezzo – sono espressioni che manifestano i continui doni del Signore in una relazione tra Dio e l’essere umano nella modalità dell’Alleanza.
L’obbedienza di Maria e Giuseppe non ha nulla di legalistico, di formale, di ritualistico: il dono della Vita ricevuto attraverso quella nascita, ora presentato e offerto, tratteggia una nuova tappa dell’Alleanza di Dio con l’umanità. Incarna e attualizza la medesima logica del dono di cui la legge del Signore è espressione. Quando questa Legge è vissuta nel tempio delle nostre esistenze, fa crescere e ben maturare il dono di vite come quelle di Simeone e Anna. Luca ce le offre come figure ispiranti anche il nostro personale dono al Signore: Simeone, una “vita sempre a casa” presso la dimora di Dio; Anna, mai lontana dalla presenza del Signore; due “vite a braccia aperte”, sempre attente e pronte ad accogliere i doni di Dio.
Insieme rappresentano il “resto” fedele del popolo d’Israele che aspetta attivamente nella fede la “redenzione di Gerusalemme”, cioè il compimento della salvezza promessa dal Signore per Israele e tutti i popoli. Anna conferma la profezia di Simeone con la sua presenza inaspettata e si pone come profetessa evangelizzatrice: “Parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme”. Simeone preannuncia la contraddizione che si rivelerà al cuore stesso della vocazione del Messia e che “trafiggerà come una spada” l’anima di tutti i discepoli rappresentati dalla figura di Maria. Paolo scrive: “la parola di Dio è come una spada che arriva fino alle giunture e alle midolla e al punto di divisione dell’anima e dello Spirito” (Eb.4,12-16).
Simeone (che significa “il Signore è ascoltato”), da profeta radicato nelle Scritture, intuisce la crisi, il giudizio doloroso che si preannuncia. Anna, senza rinnegare la sua profezia di consolazione sembra proiettarsi già nella gioia della risurrezione, raggiungendo in anticipo, profeticamente, la lode e lo stupore delle prime testimoni davanti alla tomba vuota.
L’obbedienza alla Parola è ciò che conta e le due figure che la Liturgia oggi ci presenta hanno proprio questo tratto in comune; è questo che li conduce al Bambino e ne intreccia le esistenze. L’invito che ci viene fatto è di fare come Maria e Giuseppe, Simeone e Anna: sia questa obbedienza guida delle nostre vite che ci rende una fraternità.
(BiGio)