La risposta alla chiamata chiede la volontà di partecipare, di essere rinnovata ogni giorno e non risparmia fatica e sforzo; l’alternativa è lasciarsi vivere dalle situazioni. Un atteggiamento da evitare e che compare nei personaggi della parabola, è la presunzione. Questa è poi la base per lo sviluppo di aggressività e violenze in due direzioni: dall’alto verso il basso, ma anche da chi ha troppo subito.
Dopo aver posto l’attenzione sulle esigenze della sequela con la formazione dei discepoli e dell’annuncio con i vari problemi che i discepoli avrebbero incontrato e sul come farvi fronte, Gesù si è soffermato sulle dinamiche interne con le quali ogni Comunità si trova a confrontarsi e ha offerto una linea per il loro superamento.
Da domenica scorsa lo sguardo si è ampliato osservando i rapporti tra le Comunità e le società che le ospitano e nelle quali si trovano ad operare. La parabola della vigna affidata a dei contadini, ha portato a riconfermare che il Padre usa i nostri disastri causati dai peccati e quanto noi scartiamo, per capovolgerli, coglie anche quella goccia di positivo che c’è, per farla emergere fino a farla diventare pietra angolare sulla quale costruire con sicurezza. Oggi rilancia questi temi con la parabola del banchetto di nozze.
È questa pericope dell’Evangelo un’opera redazionale di Matteo, esegeticamente suddivisibile in due parti autonome e un “intermezzo”, quello nel quale le città vengono messe a ferro e fuoco, che spiazza e può far equivocare o contraddire l’immagine del Padre paziente e misericordioso verso tutti. In realtà questo inserto redazionale fa comprendere che questo Evangelo è stato scritto dopo il 70 DC, anno nel quale Gerusalemme è stata conquistata e distrutta dai romani.
La chiamata (termine che oggi ricorre 5 volte!) a venire a festeggiare le nozze (7 volte nel brano di oggi!), il rifiuto dei primi inviati, l’estensione anche a chi abita “fuori dei confini e delle mura della città”, porta l’accento su di un giudizio al quale tutti si è sottoposti ma non offre nessun verso, nessun appiglio per alcuna “teoria della sostituzione”. Anche la Chiesa è posta sotto questo “giudizio” e in lei ci sono peccatori e santi. Ce lo insegna la parabola della zizzania ed oggi anche l’invitato a nozze senza l’apposito vestito.
I personaggi e le situazioni della parabola sono noti, facilmente individuabili e li conosciamo tutti. La festa di nozze è l’immagine biblica dell’incontro d’amore tra il Signore e i suoi popoli (in Ap 21,3-8 i “popoli” sono al plurale e non al singolare!); lo sposo è Gesù, la sposa l’umanità intera che nonostante odio, guerre, ingiustizie, crimini di guerra e contro l’umanità ogni dove, è amata perdutamente da Dio.
Il festoso banchetto dove si rincorrono incontri festosi, cibo e bevande a sazietà è da sempre l’immagine dei tempi messianici (vedi la prima Lettura di oggi da Isaia). In questo suntuoso banchetto, secondo le narrazioni ebraiche, per bevanda sarebbe stato servito nientemeno che il “vino conservato frutto dei grappoli maturati nei sei giorni della creazione”.
Dopo il rifiuto di partecipare dei primi invitati i servi sono inviati a fare altri inviti “ai crocicchi delle strade” ma la traduzione è imprecisa. Il termine greco indica la fine delle strade urbane dove iniziano i sentieri: è nel mondo che sono inviati a chiamare alla festa. Inoltre nel testo originale, non si parla di “buoni e cattivi” (come nella nostra traduzione) ma di “cattivi e buoni” senza distinzione, anzi, dando la precedenza proprio a coloro che non hanno meriti. È un modo sottile di alludere alla completa gratuità dell’amore di Dio e al fatto che “mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6). Sono quei “pubblicani e prostitute” che ci precederanno nel Regno dei cieli (Mt 21,31 di due domeniche fa e richiamato anche la scorsa).
Matteo poi usa delle immagini del suo tempo e della sua cultura per richiamarci alla serietà, all’essere e rimanere coerenti alla risposta data all’invito, alla chiamata ricevuta proponendo il commensale senza l’abito nunziale. Non vuole certo staccarsi dall’immagine del Padre che ci offre lungo tutto l’Evangelo “pietoso, lento all’ira e ricco di misericordia” (Es 34,6), ma a fare attenzione a non darla per scontato: è buono sì, ma non cieco e di corta memoria. Paolo ci ricorda che l’uomo è più grande del suo peccato, che questi saranno bruciati e ci porteremo dietro solo il bene fatto (1Cor 3,10-15).
