Il proiettarsi verso il futuro è un qualcosa che è nella consuetudine del nostro vivere a partire da quando ci alziamo e ci prospettiamo le cose da fare nella giornata. Anche al centro del discorre di Gesù di oggi ci sono delle promesse e i verbi sono al futuro...
La sintesi delle prime quattro domeniche di Pasqua può essere contenuta in poche parole: l’esperienza del Risorto la si fa riconoscendo la sua voce che oggi ci giunge attraverso la sua Parola.
Poi la Liturgia ci ha proposto quello che Gesù ha detto prima della sua Passione, in particolare che lui continuerà a precederci segnando la via da seguire che è il suo esempio, il cammino che lui ha compiuto, che ci ha dato nel camminare a fianco dell’umanità. È lui che orienta le nostre vite, la nostra realtà e ci chiede di imitarlo nel prendersi cura delle persone, curandole, guarendole, consolandole. È la vertà della sua vita che dobbiamo seguire interpretandola nel nostro oggi.
Oggi cambia il tono e prospettiva, raccordandosi all’incipit di domenica scorsa “Non sia turbato il vostro cuore”, al centro del suo discorrere ci sono alcune promesse e i verbi sono al futuro. È un qualcosa che è nella consuetudine del nostro vivere a partire dalla mattina quando ci alziamo pensiamo a quello che dovremo fare nell’arco della giornata o, quando incontrando una persona che non vediamo da tempo, lasciandoci ci si saluta promettendoci di rincontrarsi presto. Due esempi banali ma per dire che con questo modo di fare diamo forma al nostro futuro. Più serio è quando ci si scambia una assicurazione di amicizia o, ancor di più, quando si conferma il desiderio di diventare una famiglia: è l’amore che si impegna, che diviene responsabilità, che assume l’altro e la sua storia. In questi impegni promettiamo noi stessi, la nostra volontà di prossimità, di presenza costante, di non abbandono.
È questo che Gesù ci dice oggi con quel suo “non vi lascerò orfani”, condizione che nella Scrittura assieme all’essere forestiero e alle vedove, rappresentano le categorie più vulnerabili della società, oggetto speciale della protezione e dell’amore di Dio (Ps 68,5-6), che ci chiede di difendere e ci vengono affidati (Dt 10,18 – 14,29). È per questo che, quasi come due chiose includenti, al centro del primo e dell’ultimo versetto della pericope di oggi si incontrano due capisaldi “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” e “Chi accoglie (letteralmente: “ha”) i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama” e, conclude Gesù, “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò”.
Si comprende allora la dolcezza di quelle due espressioni che si trovano nel Salmo 119 “Io trovo la mia gioia nei tuoi comandi, li amo molto (v. 47) … Tu sai che io amo i tuoi precetti, Signore, per il tuo amore fammi vivere (v. 159)”. Non si può che aspirare e gioire nel compiere la volontà del Dio che ci ama e che noi amiamo, non si può che desiderare di metterla in pratica con tutte le nostre forze. È in questo senso che Giovanni nella sua prima lettera può giungere a scrivere: «Questo è l’amore di Dio: osservare i suoi comandamenti» (1Gv 5,3) che, come si è visto domenica scorsa, non significa seguire la Torah con l’aiuto dei 613 precetti. La halakah, la via che Gesù ci chiede non è un insieme di norme bensì la sua stessa vita, il cammino, come si è già ricordato all’inizio di questa riflessione, che lui ha compiuto.
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. È la prima volta che Gesù parla di amore rivolto verso di lui, finora non ha chiesto di amarlo, ha piuttosto reso i discepoli capaci di amare traducendo concretamente questo sentimento in servizio. È questo nell’Evangelo di Giovanni l’unico comandamento che poi si articola in atti concreti, in espressioni e in opere che aiutano la vita dell’altro e l’amore è vario e fiorisce in ciascun discepolo in forme diverse, sono manifestazioni di come il rapporto con il Signore lo ha formato. Dicendolo quasi come in uno slogan, Gesù non è venuto ad insegnarci ad amare Dio e a pensarlo come il nostro traguardo, non chiede che l’uomo viva per Dio, ma viva di Dio e come Dio vada verso gli uomini.
Ora, infine, Gesù apre al futuro assicurandoci che, per chi lo segue, pregherà “il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità” che ci sosterrà nelle scelte come nelle difficoltà, nell’agire quotidiano mentre lui assumerà il ruolo di “avvocato” presso il Padre (1 Gv 2,1).
Quel futuro è il nostro presente e il paraclito non è un aiuto nelle difficoltà, non le toglie, ma le precede donandoci la capacità di viverle nella serenità. Se accogliamo i suoi comandamenti vivendoli, con lui e il Padre siamo e saremo una cosa sola, capaci di nutrire la vita degli altri in ogni dimensione, soprattutto oltre a quella biologica.
L’immagine biblica dello Spirito è la colomba e la comunità dei seguaci di Gesù è il suo nido dove rimane. Questo rende i discepoli una comunità di profeti capaci di mantenere vivo il messaggio del Signore e l’aiuta a discernere tra la parola della verità e le tante parole menzognere dei nostri giorni.
(BiGio)