Una decina di anni fa il Censis predisse in uno studio dal titolo «Non mi sposo più» che «nel 2031 non sarà celebrato un solo matrimonio nelle nostre chiese». Ormai alla fatidica data non manca poi molto e la previsione sembra davvero avverarsi.
Lo dicono gli ultimi dati prodotti dall’Istat. Prendiamo il Veneto, regione che fu notoriamente cattolicissima e bianchissima: negli ultimi vent’anni il cambiamento nell’approccio al matrimonio è stato rivoluzionario. Le nozze sono calate del 27 per cento, i matrimoni religiosi sono crollati del 64 per cento, cioè di due terzi. E se vent’anni fa i matrimoni in chiesa erano ancora la maggioranza dei matrimoni (il 62 per cento), oggi sono una esigua minoranza (il 29 per cento, per amor di statistica). Certo, il dato più rilevante è l’ininterrotto abbandono del matrimonio come rito (civile o religioso) che vorrebbe sancire pubblicamente la nascita di un amore, di una genitorialità, di una famiglia. Nell’ultimo anno si sono celebrati, in Italia, circa 173 mila matrimoni, mentre nel 1944 – e sappiamo dalla storia che anno tragico e buio fu per il nostro paese – se ne celebrarono 215 mila. Dietro l’inarrestabile impallidimento del matrimonio ci stanno due grandi motivi. Il primo, e più ovvio, è demografico: con la denatalità ci sono sempre meno giovani e quindi sempre meno «convolanti», come si sarebbe detto in passato. Il secondo invece è profondamente culturale. Se per stare insieme è oggi pienamente sufficiente la cifra dell’amore privatisticamente inteso, allora il matrimonio è silenziosamente sostituito da convivenze e da coppie a distanza, coppie in cui i partner vivono separatamente. In realtà, dicono i numeri dell’Istat, non calano solo i matrimoni in generale, ma anche le seconde nozze, le unioni civili dello stesso sesso, i primi matrimoni, i matrimoni misti, perfino i divorzi e le separazioni (che ovviamente riflettono la denuzialità precedente). Insomma sembra contrarsi un po’ tutto ciò che ruota attorno al concetto formale di coppia. Siamo ormai in una società post-matrimoniale, libertaria più che libertina. Una società che è il frutto logico di quella che la filosofa Rigotti chiama «l’era del singolo»: un’era in cui essere individui non basta più, perché ognuno si sente singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca di una felicità su misura, personalizzata e non personale. Allora ogni singolo vorrebbe realizzare (un po’ dannunzianamente) la propria vita come un’opera d’arte unica ed irrepetibile. Difficile però, con questa impostazione antropologica, ingegnarsi per la vita di coppia, specie di una coppia che si vorrebbe duratura. Perché la relazione, il noi di coppia, implica che si debba uscire da sé stessi per incontrare un altro. Cosa questa evidentemente difficile nell’era del singolo.
(Vittorio Filippi, Corsera)
