Non è un invito ad essere incoscienti o temerari, è invece il sostegno per avere il coraggio di misurarsi con la forza e la responsabilità che portano ad esprimersi ed agire con chiarezza e franchezza perché liberati dalla paura.
Siamo all’interno del discorso missionario di Gesù nel quale condivide cosa intenda quando ci chiede di “masticare” e far nostra la sua vita (vedi la recente Festa del Corpus Domini). La prima indicazione giunta la scorsa Domenica, è stata quella di far nostro il suo sguardo sulla realtà, capace di cogliere le fragilità e le debolezze avendone compassione. Questo non è un sentimento passeggero ma chiede di chinarsi sull’altro per sostenerlo e fornirgli gli strumenti per superare le sue difficoltà. È questa la missione alla quale come comunità, innanzitutto come tale, oggi si è chiamati e ci è affidata: tutti siamo gli operai ai quali è chiesto, nella preghiera, di comprendere ciò a cui il Padre, con Gesù, chi chiama così.
La realtà descritta da Gesù domenica scorsa, pare l’immagine dell’attuale immersa in realtà di malattie e virus che sorgono dal nulla e fanno paura; condizionata da situazioni dalle quali emerge la volontà di dividere, di mettere gli uni contro gli altri anche artificiosamente. Una umanità sempre in lotta alla ricerca di nuovi equilibri di fronte a mutazioni sempre più rapide, spaesata dall’incertezza di un futuro oscuro, stanca e sfinita, incapace di cogliere e far fruttare il buono che nasce al suo interno. Sono queste le malattie, le infermità, gli spiriti impuri, i demoni che ci attanagliano, ci opprimono, ci legano ieri come oggi. C’è da aver paura.
Ma il suo invito è quello di non ripiegarci in noi stessi ma di risollevarci e alzare lo sguardo (Lc 21,28) perché il Regno di Dio è già tra di noi, è una cosa nuova che proprio ora germoglia. Se osserviamo la realtà con il suo sguardo ricco di compassione, vedremo e ce ne accorgeremo (Is 43,19). Sta a noi l’annunciarlo non solo a parole, che possono anche essere più o meno vuote, ma portarle nel concreto operando perché il suo invito è quello di “guarire” la realtà, liberarla da ciò che l’opprime, la vincola e ce ne ha dato “il potere”. È possibile se costantemente facciamo “memoria” (= rendiamo attuale) quello che il Signore ha fatto per noi gratuitamente e che siamo chiamati a distribuire senza riserve, a piene mani.
Oggi Gesù ci avverte: se lui è stato calunniato e osteggiato così avverrà anche a noi. Questo ci dobbiamo attendere. Ecco allora il suo ripetuto avvertimento a non avere paura e, piuttosto, a temere il Signore che significa rimanere sotto la sua guida: ciò che abbiamo ascoltato da lui, deve essere annunciato in pubblico, apertamente, con franchezza, senza ritrosie e timidezze, senza paura.
Quello che oggi ci dice, costruisce un percorso per superare la paura e ad avere invece un atteggiamento di abbandono fiducioso in lui, per la sua promessa di esserci a fianco ogni giorno (Mt 28,20), dicendoci di non preoccuparci di come e cosa diremo, perché ci verrà spontaneamente (Mt 10,17-22). Un abbandono confidente in lui e nel Padre che hanno a cuore pure i passeri e ogni capello sulla nostra testa; siamo invitati ad essere come un bambino in braccio a sua madre (Ps 131,2). Quel ripetuto tre volte “non temere” esprime allora una fiducia già attiva che significa che ciascuno può superarla contando sulla sua presenza e sul suo aiuto.
Matteo scrive a una comunità già sotto pressione per le persecuzioni. Nella loro vita e serpeggia la paura che, è innegabile, ha anche una funzione vitale positiva: segnala i pericoli, impedisce i gesti avventati, rischiosi, insensati; ma se sfugge al controllo ostacola ogni azione possibile. Guai a lasciarsi dominare e guidare da questa, si finisce per rimanerne paralizzati.
Tre sono le “paure” che Gesù ci presenta. Si può avere paura che la missione affidataci possa essere soffocata dalla reazione contraria fino alla violenza fisica e veniamo da lui rassicurati: nonostante le prove e le difficoltà, il vangelo si diffonderà e trasformerà il mondo. La sua storia ce lo dice: pensavano che uccidendolo … invece …
Si può avere paura di essere maltrattati o addirittura messi a morte. Gesù invita a riflettere: che male possono farci? Offendere, accusare ingiustamente, percuotere, confiscare i beni, renderci difficile la vita. Sì, ma nulla più, quella che abbiamo ricevuto da Dio nessuno ce la può togliere. Ne era profondamente convinto anche Paolo: “Sì, io ne sono certo: né la tribolazione, né l’angoscia, né la persecuzione, né la fame, né la nudità, né la spada… nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio che si è manifestato in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35-39).
Una terza paura è che la violenza possa allargarsi a chi ci è vicino. Gesù ci richiama ancora una volta ad avere fiducia. Non promette che non accadrà nulla a chi ci circonda, ma che il Padre realizzerà comunque il loro bene. Egli si interessa di ogni creatura, anche della più piccola.
Non è un invito ad essere incoscienti o temerari, è invece il sostegno per avere il coraggio di misurarsi con la forza dell’amore e con la responsabilità che portano alla possibilità di esprimersi ed agire con chiarezza e franchezza perché liberati dalla paura.
(BiGio)
