Ecco perché le liberaldemocrazie sono al capolinea. Il commento del prof. Corbino

Le liberaldemocrazie occidentali attraversano una crisi che investe insieme istituzioni, società ed economia. Tra globalizzazione, declino del principio di autorità e trasformazione del diritto, il modello dell’autogoverno appare sempre più distante dagli assetti costruiti nel secondo dopoguerra


Le liberaldemocrazie sono state una grande conquista del pensiero occidentale contemporaneo. Per i valori che hanno incarnato e per la restituita vigenza al principio di autogoverno. Hanno consentito avanzamenti straordinari. Hanno dato fiato alle economie, mobilizzandole e promuovendone un’utile interconnessione. Perché esse sono preda allora della crisi dissolutiva che tutti osserviamo? ...

L’opinione di Alessandro Corbino è a questo link:


Oltre 8 milioni di rifugiati senza protezione per i tagli agli aiuti

Il crollo dei finanziamenti internazionali costringe l'Unhcr a ridurre servizi essenziali nelle principali aree di crisi. Donne, bambini e vittime di violenza tra le persone più esposte. In Ciad, Etiopia e Sudan vengono meno programmi di protezione, mentre diminuiscono gli aiuti per chi tenta di ricostruire la propria vita dopo il ritorno


Quasi 8,3 milioni di rifugiati, sfollati interni e apolidi rischiano di perdere l’accesso ad aiuti e servizi essenziali. È l’allarme lanciato dall’UNHCR nel rapporto Protection Eroded: The Human Cost of Underfunding — La protezione compromessa: il costo umano della carenza di fondi — che fotografa le conseguenze della drastica riduzione dei finanziamenti internazionali destinati all’assistenza umanitaria. I fondi disponibili per l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sono passati da 5,2 miliardi di dollari nel 2024 a 3,9 miliardi nel 2025. Alla fine dello scorso luglio, l’Unhcr aveva ricevuto appena il 32% degli 8,5 miliardi necessari per il 2026, mentre il numero delle persone bisognose di protezione resta su livelli storicamente elevati...

L'articolo di Federico Tonini è a questo link:


Ma chi l’ha detto che i pastori devono comandare?

In Mongolia, terra di steppe e di armenti, si dice che il compito del pastore sia quello di pensare. Il pascolo, il bestiame, il pastore e il suo cane costituiscono un sistema unico, perfezionato nel corso dei secoli. Il pastore osserva la distesa erbosa e valuta come spostare al meglio il gregge. Uno sguardo al paesaggio rivela una grande varietà di vegetazione; di conseguenza, per nutrire e far crescere il bestiame, egli deve saperlo muovere in modo strategico. Per preservare la diversità della flora, le mandrie devono essere in costante movimento: devono pascolare senza eccedere, mantenendo vivo l'ecosistema con il calpestio e gli escrementi. È a queste condizioni che il sistema sopravvive e perdura.


L'autorità del pastore non sta nel comandare, ma nell'elaborare una strategia e guidare la mandria lungo un percorso efficace, con l'ausilio dei suoi cani. Ci saranno sempre animali che non gradiscono la rotta scelta; tuttavia, la competenza del pastore si misura dalla sua capacità di evitare che il gregge si disperda, piuttosto che dalla sua fermezza nell'imporre la propria volontà. Questo mi sembra un insegnamento importante, specie in un tempo in cui i potenti tendono a fare del proprio capriccio l’unico vero criterio strategico da seguire, a scapito del bene comune e dell’ordinamento internazionale. La Chiesa non è immune da fremiti autoritari, specie quando i pastori non sanno far valere la propria autorità se non imponendo le proprie decisioni....

La riflessione di Cesare Baldi è a questo link:


 

Ciad, l’emergenza umanitaria dimenticata dai media

Il Paese dell'Africa centrale è al primo posto tra gli Stati del continente per numero di rifugiati accolti. Negli ultimi tre anni, oltre 1,5 milioni di persone hanno valicato il confine per fuggire dalla guerra in Sudan. La crisi però è più vasta caratterizzata da siccità estreme, insurrezioni interne e sanità inesistente.


Da tre anni a questa parte, il Paese si vede costretto a far fronte a una delle crisi umanitarie più gravi del pianeta, causata da una massiccia ondata di rifugiati in fuga dalla guerra in Sudan. Si contano oltre 1,5 milioni di ingressi dalla data dello scoppio del conflitto, nell’aprile del 2023. Al primo posto tra gli Stati africani per numero di persone accolte, del Ciad “non se ne sente mai parlare”, denuncia con rammarico ...

L'articolo di Federico Tonini è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-09/ciad-emergenza-crisi-umanitaria-africa-guerra.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Antisemitismo, la legge è un boomerang Di Segni? Non condivido

Sono legato da stima e amicizia al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Anche per questo mi ha sconcertato il titolo del Corriere di giovedì scorso: «Il rabbino Di Segni contro il Vaticano: dialogo difficile se non citano Israele». Letto l’articolo di Gian Guido Vecchi, però, ho dovuto riconoscere che il titolo era corretto. (https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202609/260924vecchi.pdf)



Di Segni peraltro aveva già rivolto alla Chiesa cattolica l’accusa di proporre una «teologia regredita» anche nel nostro recente «dialogo fra un rabbino e un dissidente» pubblicato per Feltrinelli con un titolo scelto da lui stesso: Ebrei in guerra. Al rabbino capo, in sostanza, non basta il ripudio conciliare dell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei, né l’affermazione che l’Alleanza fra il popolo d’Israele e il Signore è irrevocabile, e neppure il ...


L'intervento di Gad Lerner è a questo link:


https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202609/260926lerner.pdf

Campi profughi Rohingya del Bangladesh sempre più vulnerabili

Secondo un report del governo del Bangladesh, più di 150.000 persone Rohingya in fuga dalla persecuzione in Myanmar hanno raggiunto i 33 campi Rohingya nelle aree di Teknaf e Ukhiya di Cox’s Bazar negli ultimi mesi. I campi, che si estendono su circa 24 chilometri quadrati, ospitano ufficialmente più di 1.170.978 abitanti, rendendo gli insediamenti sempre più densi e vulnerabili al collasso con l’arrivo di nuovi sfollati.


Mohammed Mizanur Rahman, commissario per il soccorso e la rimpatriatazione dei rifugiati, ha dichiarato che la comunità rifugiata richiede l’espansione dei campi per far fronte all’afflusso continuo dalla Birmania. Tuttavia, tale espansione comporterebbe la distruzione di nuove foreste e colline, un costo che il Bangladesh non può più sostenere....

La notizia di Luigi Salemi è a questo link:

https://www.blog.it/campi-profughi-rohingya-del-bangladesh-sempre-piu-vulnerabili-ai-frane-durante-la-stagione-delle-piogge/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=ecologia_ambiente#google_vignette

Torna l'incubo della guerra civile in Etiopia, ripresi gli scontri tra esercito e Tplf

L’esercito di Addis Abeba ha riferito che negli scontri sono stati uccisi 272 membri del Tplf, i quali hanno lanciato un’offensiva nella vicina regione di Amhara. E gli scontri nel nord dell’Etiopia stanno proseguendo anche oggi. Il bilancio umanitario dell'ultima crisi è stato catastrofico: circa 600.000 morti, oltre il drammatico sfollamento di 3 milioni di civili


In Etiopia sono ripresi con rinnovata intensità i combattimenti fra le forze federali e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf). Le parti si accusano a vicenda di avere scatenato una nuova guerra, in uno scenario geopolitico che rimane confuso e drammatico....

La notizia di VaticanEws è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-09/etiopia-guerra-africa-eritrea-corno-poverta-geopolitica-chiesa.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Lettera agli amici - Qiqajon di Bose: Quando le religioni NON sono causa di violenza...

Da troppo tempo ormai sentiamo “parlare di guerre e rumori di guerre” (cf. Mt 24,6) e fatichiamo sempre di più a “non lasciarci turbare”, rassegnandoci perché così avviene da che mondo è mondo. C’è troppo scialo di morte e ancor più abbondanza di disprezzo per la vita, di offesa alla dignità umana, di noncuranza verso il bene comune. 


Troppo spesso le fedi paiono contribuire o contribuiscono di fatto all’acuirsi dei conflitti, al procrastinare le soluzioni, al riaccendersi delle ostilità. Troppo spesso gli schieramenti contrapposti annoverano nelle proprie file persone che dovrebbero appartenere alla medesima comunità di fede o a visioni del mondo contrassegnate dalla solidarietà. In questo senso assistiamo sbigottiti a circostanze di autentico tradimento da parte di uomini religiosi e capi di chiese, al venir meno di voci profetiche capaci di onorare il proprio mandato etico universale. E verrebbe da dare ragione a Jan Assmann il quale afferma: “Sono finiti i tempi in cui si poteva interpretare la religione come oppio dei popoli. Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli”....

L'intera Lettera agli Amici è a questo link:

https://monasterodibose.it/comunita/lettera-agli-amici/17121-quando-le-religioni-non-sono-causa-di-violenza

AI e ricerca medica: come si truccano i dati

In tre anni gli articoli scientifici con falsità sono cresciuti del 900%, Si moltiplicano le pubblicazioni ma anche i rischi per la salute. Il team italiano: si può barare pure sull'efficacia dei farmaci




Domenica XXVI PA - Mt 21,28-32

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza

 


Certamente le tre parabole che la Liturgia ci presenta in sequenza in queste tre domeniche riguardano il rifiuto dell’annuncio della salvezza e la possibilità che altri ci precedano nel Regno dei cieli. C’è un altro pericolo: il pensare che questo riguardasse i sacerdoti e gli anziani di Israele e oggi solo chi ci guida. In questo modo ci si chiama fuori dall’appello che queste parabole pongono a tutti in tutte le epoche, anche nella nostra che nelle comunità cristiane siamo tutti responsabili di tutti. Certo ci sono servizi e ruoli diversi ma siamo un unico “laos”, un unico “popolo”; anche i preti lo sono e vi appartengono alla pari di tutti. Non bisogna dimenticare che il clericalismo (sorto nel IV secolo per risolvere e svolgere una funzione amministrativa nell’impero romano) è stato definito da papa Francesco come “il tumore del cristianesimo”.

È stato notato come il finale della parabola della scorsa domenica (il padrone, la vigna e gli operai chiamati a lavorare anche all’ultima ora prima del tramonto) era rimasto aperto e ci veniva chiesto di misurarci sulla reazione alle parole del padrone. Aveva risposto alle proteste di coloro che avevano ritenuto ingiustificato che tutti avessero ricevuto il medesimo salario, sia chi aveva faticato l’intera giornata, sia chi solo l’ultima ora e aveva chiesto loro fossero invidiosi perché lui era buono.

Sotto ci stava una chiara critica alla concezione del rapporto con Dio come una prestazione di servizio, che conduce a misurarlo anche rispetto a quello degli altri, in una specie di competizione tra primi ed ultimi. È difficile staccarsi dalla religione dei meriti e credere nella totale gratuità dell’amore di Dio. 

La lettura di oggi dal profeta Ezechiele sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (Ez 18,25). Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi. 

È facile considerarsi suoi figli possibilmente “prediletti”. È difficile percepire queste parabole come rivolte personalmente a noi stessi, come possano interessare e coinvolgere i rapporti tra tutti i componenti delle Comunità, compresi chi le guida. È invece questo l’esercizio che ci viene chiesto a partire dalla domanda iniziale che fa Gesù nell’Evangelo di oggi: “Che ve ne pare?”. In questo modo la parabola ci coinvolge direttamente e diventa significativa nel confronto con il nostro modo di fare.

La parabola riguarda l’invito del Padre di andare a lavorare nella vigna ai suoi due figli; uno rispose di sì ma non ci andò; l’altro, al contrario, rispose di no ma poi si pentì e ci andò. A questo punto c’è l’altra domanda di Gesù: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?” e la risposta è ovviamente scontata.

Ma per noi quale incidenza nella nostra vita quotidiana ha l’invito che ci viene rivolto di andare oggi a lavorare nella vigna? Come rispondiamo a questo invito? Il nostro agire è poi conseguente ad una vita di sequela, di attenzione all’altro da noi stessi o si convive tranquillamente con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni dei compromessi?

Quelli che non credono, quelli che pensiamo lontani, che hanno il coraggio di dire no “i pubblicani e le prostitute” ci precederanno perché sono consapevoli della loro realtà e non accampano nulla nei confronti di Dio. È difficile il cammino per smettere di ritenersi giusti, rinunciando all’orgoglio di quelle che si ritengono “le opere buone” compiute, abbandonando le sicurezze che derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole. Solo allora si riuscirà a gioire nel sentirsi salvati dall’amore gratuito del Padre.

Nella parabola anche il secondo figlio ha il coraggio di dire no ma poi va nella vigna. È sincero, non si nasconde dietro al dito della sua presunta perfezione, prende coscienza di un conflitto dentro se stesso e muta opinione. Il credere non ci risparmia dallo sbagliare, ma offre sempre la possibilità di riconoscere l’errore commesso. Il pentirsi è di chi ha coraggio e attesta che l’essere persone libere innanzitutto dal proprio narcisismo e che il peccato non ha l’ultima parola. 

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli” (Mt 7,21)

(BiGio)