Domenica XXVIII PA - Mt 22, 1-14

La risposta alla chiamata chiede la volontà di partecipare, di essere rinnovata ogni giorno e non risparmia fatica e sforzo; l’alternativa è lasciarsi vivere dalle situazioni. Un atteggiamento da evitare e che compare nei personaggi della parabola, è la presunzione. Questa è poi la base per lo sviluppo di aggressività e violenze in due direzioni: dall’alto verso il basso, ma anche da chi ha troppo subito.


Dopo aver posto l’attenzione sulle esigenze della sequela con la formazione dei discepoli e dell’annuncio con i vari problemi che i discepoli avrebbero incontrato e sul come farvi fronte, Gesù si è soffermato sulle dinamiche interne con le quali ogni Comunità si trova a confrontarsi e ha offerto una linea per il loro superamento.

Da domenica scorsa lo sguardo si è ampliato osservando i rapporti tra le Comunità e le società che le ospitano e nelle quali si trovano ad operare. La parabola della vigna affidata a dei contadini, ha portato a riconfermare che il Padre usa i nostri disastri causati dai peccati e quanto noi scartiamo, per capovolgerli, coglie anche quella goccia di positivo che c’è, per farla emergere fino a farla diventare pietra angolare sulla quale costruire con sicurezza. Oggi rilancia questi temi con la parabola del banchetto di nozze.

È questa pericope dell’Evangelo un’opera redazionale di Matteo, esegeticamente suddivisibile in due parti autonome e un “intermezzo”, quello nel quale le città vengono messe a ferro e fuoco, che spiazza e può far equivocare o contraddire l’immagine del Padre paziente e misericordioso verso tutti. In realtà questo inserto redazionale fa comprendere che questo Evangelo è stato scritto dopo il 70 DC, anno nel quale Gerusalemme è stata conquistata e distrutta dai romani.

La chiamata (termine che oggi ricorre 5 volte!) a venire a festeggiare le nozze (7 volte nel brano di oggi!), il rifiuto dei primi inviati, l’estensione anche a chi abita “fuori dei confini e delle mura della città”, porta l’accento su di un giudizio al quale tutti si è sottoposti ma non offre nessun verso, nessun appiglio per alcuna “teoria della sostituzione”. Anche la Chiesa è posta sotto questo “giudizio” e in lei ci sono peccatori e santi. Ce lo insegna la parabola della zizzania ed oggi anche l’invitato a nozze senza l’apposito vestito.

I personaggi e le situazioni della parabola sono noti, facilmente individuabili e li conosciamo tutti. La festa di nozze è l’immagine biblica dell’incontro d’amore tra il Signore e i suoi popoli (in Ap 21,3-8 i “popoli” sono al plurale e non al singolare!); lo sposo è Gesù, la sposa l’umanità intera che nonostante odio, guerre, ingiustizie, crimini di guerra e contro l’umanità ogni dove, è amata perdutamente da Dio.

Il festoso banchetto dove si rincorrono incontri festosi, cibo e bevande a sazietà è da sempre l’immagine dei tempi messianici (vedi la prima Lettura di oggi da Isaia). In questo suntuoso banchetto, secondo le narrazioni ebraiche, per bevanda sarebbe stato servito nientemeno che il “vino conservato frutto dei grappoli maturati nei sei giorni della creazione”.

Dopo il rifiuto di partecipare dei primi invitati i servi sono inviati a fare altri inviti “ai crocicchi delle strade” ma la traduzione è imprecisa. Il termine greco indica la fine delle strade urbane dove iniziano i sentieri: è nel mondo che sono inviati a chiamare alla festa. Inoltre nel testo originale, non si parla di “buoni e cattivi” (come nella nostra traduzione) ma di “cattivi e buoni” senza distinzione, anzi, dando la precedenza proprio a coloro che non hanno meriti. È un modo sottile di alludere alla completa gratuità dell’amore di Dio e al fatto che “mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6). Sono quei “pubblicani e prostitute” che ci precederanno nel Regno dei cieli (Mt 21,31 di due domeniche fa e richiamato anche la scorsa).

Matteo poi usa delle immagini del suo tempo e della sua cultura per richiamarci alla serietà, all’essere e rimanere coerenti alla risposta data all’invito, alla chiamata ricevuta proponendo il commensale senza l’abito nunziale. Non vuole certo staccarsi dall’immagine del Padre che ci offre lungo tutto l’Evangelo “pietoso, lento all’ira e ricco di misericordia” (Es 34,6), ma a fare attenzione a non darla per scontato: è buono sì, ma non cieco e di corta memoria. Paolo ci ricorda che l’uomo è più grande del suo peccato, che questi saranno bruciati e ci porteremo dietro solo il bene fatto (1Cor 3,10-15).

La risposta alla chiamata, come quella ai primi invitati, chiede la volontà di partecipare, di essere rinnovata ogni giorno e non risparmia fatica e sforzo; l’alternativa è lasciarsi vivere dalle situazioni. Al contrario dei secondi invitati, bisogna rimanere sempre attenti a non essere superficiali nello stimare un dono proposto. Anche la pigrizia è da evitare, come l’essere sempre accondiscendenti e accomodanti con se stessi, dando tutto per scontato. Un altro atteggiamento da evitare e che compare nei personaggi della parabola, è la presunzione. Questa è poi la base per lo sviluppo di aggressività e violenze in due direzioni: dall’alto verso il basso, ma anche da chi ha troppo subito.
(BiGio)

 

Ludmila Javorová: presbitera, nel ricordo di un segno profetico

La storia si colloca negli anni della dura repressione del regime comunista in Cecoslovacchia, quando la cosiddetta «Chiesa del silenzio» opera nella clandestinità per garantire la continuità dei sacramenti e l’assistenza spirituale ai fedeli.



Nel 1970, nel pieno dell’esperienza sinodale di Kobeřice, denominata «Concilio del popolo di Dio», il vescovo Felix Maria Davídek matura la decisione di ordinare presbitere alcune donne. Consapevole delle impellenti necessità pastorali della comunità, Davídek sostiene con passione che la vita e le esigenze del popolo di Dio hanno la precedenza su ogni codice e disciplina canonica....

Il post di Luigi Mariano Guzzo è a questo link:


Somalia, le inondazioni minacciano un milione di nuovi profughi

La mappa del dolore somalo mostra un andamento drammaticamente altalenante nella regione di Bay. Nel distretto di Burhakaba, che ad aprile era a un passo dal baratro della carestia, la situazione è parzialmente migliorata grazie all’effetto combinato delle piogge e al potenziamento della risposta umanitaria. Ma la tregua è solo un'illusione: il rischio di carestia si è spostato con ferocia sulla vicina Baidoa


Un vero e proprio collasso umanitario sta per inghiottire la Somalia, minacciando di spazzare via le ultime, fragili difese di una popolazione già stremata. Milioni di persone in tutto il Paese - un’emergenza spesso dimenticata dal mondo - continuano a soffrire i morsi di una fame devastante, mentre la malnutrizione acuta tra i bambini è tragicamente destinata a precipitare verso livelli senza precedenti nei prossimi mesi. L'allarme rosso, lanciato congiuntamente dal governo federale di Mogadiscio e dalle Agenzie dell’Onu Unicef, Wfp e Fao, punta il dito contro le imminenti e catastrofiche inondazioni associate al fenomeno climatico El Niño, pronte a colpire pesantemente il Paese del Corno d’Africa tra ottobre e dicembre 2026....

L'articolo di Francesco Citterich è a questo link:



L'Europa non ha bisogno di una memoria unica, ma di un racconto condiviso

Per decenni l’Europa ha cercato di rispondere a una domanda in apparenza semplice: che cosa significa essere europei? Ma la risposta non è mai stata del tutto rassicurante.



L’Europa non è una nazione ingrandita né una comunità costruita su una sola lingua, una sola memoria o una sola esperienza storica. La sua singolarità sta proprio nell’aver costruito un progetto politico comune a partire da storie diverse, talvolta ferite, contraddittorie e persino in conflitto tra loro....

L'intera riflessione di Federico Gallardo è a questo link:

https://it.euronews.com/cultura/2026/07/13/leuropa-non-ha-bisogno-di-una-memoria-unica-ma-di-un-racconto-condiviso?utm_source=welcoming_nl&utm_campaign=feeds_bcs&utm_medium=referral&utm_source=welcoming_nl&utm_campaign=feeds_bcs&utm_medium=referral


Mosca o Kyiv? È l’ora di abbandonare i balletti novecenteschi

La guerra d’Ucraina in Europa è impopolare. Perché? Le persone sono convinte che questa guerra rischia di diventare un conflitto nucleare, altrettante sono sicure che ormai sia ridicolo ripetere che Mosca vuole portare i cosacchi ad abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro, come si diceva un tempo, o far giungere l’armata rossa (o russa) fino in Portogallo. Ma pensare che la fine del conflitto risolverebbe automaticamente i problemi dell’Europa rischia di essere una pericolosa semplificazione.


Da qui deriva chiaramente che se si risolvesse la questione Ucraina avremmo risolto i nostri problemi, la spesa potrebbe tornare ad essere sociale e non bellica. Non credo che tutto sia così semplice e lo dirò tra poco, ma dico subito che per me sarebbe, o sarebbe stato, un negoziato europeo la scelta preferibile. Per negoziare occorre evitare...

L'analisi di Riccardo Cristiano è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/mosca-kyiv-ucraina-russia-guerra-cristiano/#content

Unicef, 35 mila bimbi uccisi o mutilati da armi esplosive in cinque anni

Pubblicato oggi il rapporto dell’Agenzia ONU sulle vittime minorenni nei conflitti tra il 2021 e il 2025. Più di mille i piccoli morti in attacchi con droni sferrati su aree popolose. 13 i contesti di guerra presi in esame: dall’Ucraina al Medio Oriente, ma anche Somalia, Siria e Sudan.


L’appello di Andrea Iacomini portavoce di Unicef Italia: è compito della stampa e dei governi squarciare il velo sulle crisi dimenticate, fondamentale il rispetto del diritto internazionale...

L'articolo di Cecilia Seppia è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-09/unicef-conflitti-bambini-mutilazioni-uccisioni-35mila-droni.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

“Normalizzare” la guerra

Stiamo vivendo una fase drammatica, di prepotente ritorno della guerra in Europa e nel mondo. Di più: di “normalizzazione” della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionale, in aperto contrasto con il divieto stabilito dalla Carta dell’ONU e dalla Costituzione italiana.


Una fase di riabilitazione, anche sul piano etico, della guerra e del militarismo: da Scurati a Nathalie Tocci, tutti ci invitano a uscire dal “rammollimento” a cui ci avrebbero portato troppi anni di pace e a trovare “il fegato” per combattere… Capita di leggere, in un testo che si presenta come una trattazione “scientifica” sul tema, che «soltanto nella guerra […] un popolo impara realmente a conoscere tutta la sua energia come nazione, perché soltanto allora sussiste», verità che varrebbe «per ...

L'intervista a Valentina Pazé autrice del recente volume Le parole della guerra è a questo link:

https://www.settimananews.it/reportage-interviste/le-parole-della-guerra/?utm_source=newsletter-2026-09-29

Il dialogo non è uno sconto sulla verità

Tre Dicasteri hanno firmato una Nota a 60 anni dalla “Nostra aetate”.  A nostro parere, cinque passaggi avrebbero richiesto una maggiore precisione.


Il 16 settembre 2026 i Dicasteri per la Dottrina della Fede, per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per il Dialogo Interreligioso hanno pubblicato congiuntamente la Nota Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate, che Leone XIV aveva approvato il 22 giugno. È un documento commemorativo e orientativo: rilegge il cammino percorso dopo il Concilio e indica alcune prospettive per il dialogo interreligioso, senza presentarsi come una nuova dichiarazione dottrinale....

La riflessione di Vincenzo Bertolone è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/dialogo-non-uno-sconto-sulla-verita/?utm_source=newsletter-2026-09-29

Le Chiese nella Germania dell’AfD

La schiacciante vittoria elettorale della AfD dello scorso 6 settembre nella Sassonia-Anhalt rappresenta l’approdo di un lungo tragitto – iniziato, paradossalmente, quella sera del 9 novembre 1989 che – con la caduta del Muro di Berlino – faceva da preludio alla riunificazione della Germania post bellica.

Ogni mattone che cadeva rappresentava, simbolicamente, un’attesa e una speranza da parte della popolazione della parte orientale. Pian piano, nel corso di questo quarant’anni che ci separano da quella notte, queste speranze e attese si sono sbriciolate sotto il peso delle ragioni politiche, finanziarie e socio-culturali che hanno guidato la riunificazione della «locomotiva» tedesca. Berlino, e con lei parte della popolazione dell’Ovest, si è illusa che il dono della libertà potesse ...

L'articolo di Marcello Neri è a questo link:

https://appuntidiculturaepolitica.it/2026/09/15/le-chiese-nella-germania-dellafd/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=giugno%20-%20seconda%202026

Le crepe nel muro

Sono venuto dove “gli altri” non esistono. Nella terra in cui ognuno vede solo quello che vuole vedere, in modo selettivo. Sono venuto nel punto zero dell’empatia. Sono venuto a trovare un uomo che ha speso gran parte della sua vita dentro le mura della città vecchia, un uomo tormentato, che ha visto il tempo della speranza e quello della disperazione, ma continua a cercare segni, persone che mostrino che non è tutto perduto, che non esistono solo la forza, l’odio e la vendetta.


Quel luogo è Gerusalemme, quella terra è quella dove la speranza oggi non esiste, quell’uomo è Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, cardinale voluto da Papa Francesco.
Sono venuto a trovarlo perché mentre scrivevo “Le voci degli altri” ho sentito che doveva esserci assolutamente in questo libro dedicato alla crisi dell’empatia, a quelli che combattono contro i muri fisici e emotivi. 
Pizzaballa si alza alle quattro e mezza ogni mattina, non fa colazione, legge, scrive, studia, prega e spesso esce per andare al Santo Sepolcro. Cammina da solo nella città vecchia, quando è ancora buio, per essere il primo a entrare non appena il custode musulmano apre il portone....

L'articolo di Mario Calabresi è a questo link:

https://mariocalabresi.com/pierbattista-pizzaballa/