Domenica XXVII PA - Mt 21,33-43

La vigna non è “infeconda”, per questo non c’è una sua devastazione assieme ai contadini, ma un nuovo inizio. 


In queste settimane la Liturgia ci accompagna a comprendere l’attenzione di Gesù verso quello che può accadere all’interno delle Comunità, nella cura che è necessario avere nei rapporti tra i suoi componenti. Nella vita, nella vigna del Signore è importante avere più attenzioni a partire dalla prassi del perdono nella correzione fraterna, nella necessità di prendersi cura l’uno degli altri, nei percorsi di revisione e capacità di tornare sui propri passi.

Ci è stato chiesto di verificare la nostra disponibilità di rispondere positivamente all’invito di “andare a lavorare nella vigna”, di comprendere quale sia la “qualità” dei nostri rapporti con il Padre: se improntati alla gratuità o come una prestazione di servizio, fatto che conduce ad essere reciprocamente competitivi e di misurarci tra primi ed ultimi.

Oggi ci è chiesto di confrontarci con la terza parabola della vigna che in queste domeniche ci sono state presentate in sequenza, su quale sia il nostro rapporto con questa nella quale siamo stati invitati ad andare a lavorare e ci è stata affidata. 

Quando Gesù aveva provato a verificare e a far provare ai suoi discepoli a “navigare” da soli, questi alla fine si trovarono molto in difficoltà tra i flutti delle onde che sono l’immagine dell’agire del mondo. Oggi non sembra vada meglio tutt’altro, va anche peggio. Appare una brama di possesso non solo dei frutti della vigna ma della stessa, c’è una spinta fuori misura che giunge alla perdita di ogni senso di umanità, c’è prevaricazione, abuso, violenza fino all’omicidio. Il Padrone della vigna ha dato fiducia, libertà di azione, possibilità di sviluppo e raccoglie l’affermarsi di un pensiero di possesso escludente ogni altra possibilità, ogni capacità di rapporto anche solo razionale se non riconoscente.

Quando ci viene affidato qualcosa, di questa siamo responsabili e dovremmo essere sempre coscienti che prima o poi dovremo riconsegnarla. Questo dovrebbe farci far memoria della parabola dei talenti. Per non dimenticarci di questo la Tradizione suggerisce ed invita ad avere tre momenti di riflessione ogni giorno: alla mattina, a metà giornata, alla sera. All’inizio di ogni giorno, quando la luce dell’aurora ridà forma a quanto ci circonda dissipando l’oscurità, è il momento di accogliere la creazione che ci viene affidata perché la portiamo al suo compimento con il nostro lavoro. Alla sera siamo chiamati a riconsegnarla, mentre a metà giornata l’invito è di ringraziare per i doni della terra frutto anche del nostro lavoro con i quali ci cibiamo. Invece pensiamo di essere diventati padroni del creato violentandolo con il nostro agire irresponsabile e brutale verso la stessa natura e tutti coloro che dovrebbero trovarvi vita e non morte.

La violenza nella parabola è posta in maniera molto brutale, ma nel quotidiano le forme di violenza sono molte e in genere molto sottili come il non ascolto, l’emarginazione, la non accoglienza, il disinteresse, l’imposizione della propria volontà, l’usare due pesi e due misure, l’essere intrusivi, il non essere rispettosi e attenti alle esigenze degli altri.

Gesù chiede a chi ha ascoltato questa Parabola, anche a noi dunque, che cosa dovrebbe fare il padrone della vigna quando verrà di persona. Ci si deve attendere una azione altrettanto dura da parte del padrone e darà la vigna ad altri contadini più rispettosi del contratto stipulato?

Ma Gesù segue un’altra logica. Non approva le parole di morte pronunciate dai suoi ascoltatori, propone invece l’agire di Dio: non risponderà distruggendo il malvagio e neppure fingendo che il male non sia stato commesso. Questo rimane, non può essere azzerato. Interverrà invece per farlo servire al bene e richiamando la Scrittura, cita il Salmo 118: “la pietra scartata diventerà testata d’angolo”. Ecco la differenza tra l’agire umano e l’agire di Dio che “scrive diritto sulle nostre righe storte”, raccoglie i nostri scarti e con questi apre nuovi futuri e conclude raccogliendo la seconda parte della risposta avuta perfezionandola: la Vigna, il Regno sarà dato ad altri che, facendola fruttificare, la porterà a realizzarsi. Questi “altri” sono anche i nostri “scarti”, quei “pubblicani e prostitute” che ci passano davanti come avvertiva l’Evangelo di domenica scorsa.

La vigna (i discepoli, noi) è circondata da una siepe che rappresenta la Torà data come un guardrail perché non si vada fuori strada nel seguire il Signore e riuscire così a portare a compimento la sua opera. Non è “infeconda”, per questo non c’è una sua devastazione assieme ai contadini, ma un nuovo inizio. “Sradicare per piantare” è il compito dato anche a Geremia nella sua vocazione (Ger 1,10), ma anche a noi tutti nel vigilare la vita all’interno delle nostre Comunità.

(BiGio)

Ecco perché le liberaldemocrazie sono al capolinea. Il commento del prof. Corbino

Le liberaldemocrazie occidentali attraversano una crisi che investe insieme istituzioni, società ed economia. Tra globalizzazione, declino del principio di autorità e trasformazione del diritto, il modello dell’autogoverno appare sempre più distante dagli assetti costruiti nel secondo dopoguerra


Le liberaldemocrazie sono state una grande conquista del pensiero occidentale contemporaneo. Per i valori che hanno incarnato e per la restituita vigenza al principio di autogoverno. Hanno consentito avanzamenti straordinari. Hanno dato fiato alle economie, mobilizzandole e promuovendone un’utile interconnessione. Perché esse sono preda allora della crisi dissolutiva che tutti osserviamo? ...

L’opinione di Alessandro Corbino è a questo link:


Oltre 8 milioni di rifugiati senza protezione per i tagli agli aiuti

Il crollo dei finanziamenti internazionali costringe l'Unhcr a ridurre servizi essenziali nelle principali aree di crisi. Donne, bambini e vittime di violenza tra le persone più esposte. In Ciad, Etiopia e Sudan vengono meno programmi di protezione, mentre diminuiscono gli aiuti per chi tenta di ricostruire la propria vita dopo il ritorno


Quasi 8,3 milioni di rifugiati, sfollati interni e apolidi rischiano di perdere l’accesso ad aiuti e servizi essenziali. È l’allarme lanciato dall’UNHCR nel rapporto Protection Eroded: The Human Cost of Underfunding — La protezione compromessa: il costo umano della carenza di fondi — che fotografa le conseguenze della drastica riduzione dei finanziamenti internazionali destinati all’assistenza umanitaria. I fondi disponibili per l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sono passati da 5,2 miliardi di dollari nel 2024 a 3,9 miliardi nel 2025. Alla fine dello scorso luglio, l’Unhcr aveva ricevuto appena il 32% degli 8,5 miliardi necessari per il 2026, mentre il numero delle persone bisognose di protezione resta su livelli storicamente elevati...

L'articolo di Federico Tonini è a questo link:


Ma chi l’ha detto che i pastori devono comandare?

In Mongolia, terra di steppe e di armenti, si dice che il compito del pastore sia quello di pensare. Il pascolo, il bestiame, il pastore e il suo cane costituiscono un sistema unico, perfezionato nel corso dei secoli. Il pastore osserva la distesa erbosa e valuta come spostare al meglio il gregge. Uno sguardo al paesaggio rivela una grande varietà di vegetazione; di conseguenza, per nutrire e far crescere il bestiame, egli deve saperlo muovere in modo strategico. Per preservare la diversità della flora, le mandrie devono essere in costante movimento: devono pascolare senza eccedere, mantenendo vivo l'ecosistema con il calpestio e gli escrementi. È a queste condizioni che il sistema sopravvive e perdura.


L'autorità del pastore non sta nel comandare, ma nell'elaborare una strategia e guidare la mandria lungo un percorso efficace, con l'ausilio dei suoi cani. Ci saranno sempre animali che non gradiscono la rotta scelta; tuttavia, la competenza del pastore si misura dalla sua capacità di evitare che il gregge si disperda, piuttosto che dalla sua fermezza nell'imporre la propria volontà. Questo mi sembra un insegnamento importante, specie in un tempo in cui i potenti tendono a fare del proprio capriccio l’unico vero criterio strategico da seguire, a scapito del bene comune e dell’ordinamento internazionale. La Chiesa non è immune da fremiti autoritari, specie quando i pastori non sanno far valere la propria autorità se non imponendo le proprie decisioni....

La riflessione di Cesare Baldi è a questo link:


 

Ciad, l’emergenza umanitaria dimenticata dai media

Il Paese dell'Africa centrale è al primo posto tra gli Stati del continente per numero di rifugiati accolti. Negli ultimi tre anni, oltre 1,5 milioni di persone hanno valicato il confine per fuggire dalla guerra in Sudan. La crisi però è più vasta caratterizzata da siccità estreme, insurrezioni interne e sanità inesistente.


Da tre anni a questa parte, il Paese si vede costretto a far fronte a una delle crisi umanitarie più gravi del pianeta, causata da una massiccia ondata di rifugiati in fuga dalla guerra in Sudan. Si contano oltre 1,5 milioni di ingressi dalla data dello scoppio del conflitto, nell’aprile del 2023. Al primo posto tra gli Stati africani per numero di persone accolte, del Ciad “non se ne sente mai parlare”, denuncia con rammarico ...

L'articolo di Federico Tonini è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-09/ciad-emergenza-crisi-umanitaria-africa-guerra.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Antisemitismo, la legge è un boomerang Di Segni? Non condivido

Sono legato da stima e amicizia al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni. Anche per questo mi ha sconcertato il titolo del Corriere di giovedì scorso: «Il rabbino Di Segni contro il Vaticano: dialogo difficile se non citano Israele». Letto l’articolo di Gian Guido Vecchi, però, ho dovuto riconoscere che il titolo era corretto. (https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202609/260924vecchi.pdf)



Di Segni peraltro aveva già rivolto alla Chiesa cattolica l’accusa di proporre una «teologia regredita» anche nel nostro recente «dialogo fra un rabbino e un dissidente» pubblicato per Feltrinelli con un titolo scelto da lui stesso: Ebrei in guerra. Al rabbino capo, in sostanza, non basta il ripudio conciliare dell’accusa di deicidio rivolta agli ebrei, né l’affermazione che l’Alleanza fra il popolo d’Israele e il Signore è irrevocabile, e neppure il ...


L'intervento di Gad Lerner è a questo link:


https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202609/260926lerner.pdf

Campi profughi Rohingya del Bangladesh sempre più vulnerabili

Secondo un report del governo del Bangladesh, più di 150.000 persone Rohingya in fuga dalla persecuzione in Myanmar hanno raggiunto i 33 campi Rohingya nelle aree di Teknaf e Ukhiya di Cox’s Bazar negli ultimi mesi. I campi, che si estendono su circa 24 chilometri quadrati, ospitano ufficialmente più di 1.170.978 abitanti, rendendo gli insediamenti sempre più densi e vulnerabili al collasso con l’arrivo di nuovi sfollati.


Mohammed Mizanur Rahman, commissario per il soccorso e la rimpatriatazione dei rifugiati, ha dichiarato che la comunità rifugiata richiede l’espansione dei campi per far fronte all’afflusso continuo dalla Birmania. Tuttavia, tale espansione comporterebbe la distruzione di nuove foreste e colline, un costo che il Bangladesh non può più sostenere....

La notizia di Luigi Salemi è a questo link:

https://www.blog.it/campi-profughi-rohingya-del-bangladesh-sempre-piu-vulnerabili-ai-frane-durante-la-stagione-delle-piogge/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=ecologia_ambiente#google_vignette

Torna l'incubo della guerra civile in Etiopia, ripresi gli scontri tra esercito e Tplf

L’esercito di Addis Abeba ha riferito che negli scontri sono stati uccisi 272 membri del Tplf, i quali hanno lanciato un’offensiva nella vicina regione di Amhara. E gli scontri nel nord dell’Etiopia stanno proseguendo anche oggi. Il bilancio umanitario dell'ultima crisi è stato catastrofico: circa 600.000 morti, oltre il drammatico sfollamento di 3 milioni di civili


In Etiopia sono ripresi con rinnovata intensità i combattimenti fra le forze federali e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf). Le parti si accusano a vicenda di avere scatenato una nuova guerra, in uno scenario geopolitico che rimane confuso e drammatico....

La notizia di VaticanEws è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-09/etiopia-guerra-africa-eritrea-corno-poverta-geopolitica-chiesa.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Lettera agli amici - Qiqajon di Bose: Quando le religioni NON sono causa di violenza...

Da troppo tempo ormai sentiamo “parlare di guerre e rumori di guerre” (cf. Mt 24,6) e fatichiamo sempre di più a “non lasciarci turbare”, rassegnandoci perché così avviene da che mondo è mondo. C’è troppo scialo di morte e ancor più abbondanza di disprezzo per la vita, di offesa alla dignità umana, di noncuranza verso il bene comune. 


Troppo spesso le fedi paiono contribuire o contribuiscono di fatto all’acuirsi dei conflitti, al procrastinare le soluzioni, al riaccendersi delle ostilità. Troppo spesso gli schieramenti contrapposti annoverano nelle proprie file persone che dovrebbero appartenere alla medesima comunità di fede o a visioni del mondo contrassegnate dalla solidarietà. In questo senso assistiamo sbigottiti a circostanze di autentico tradimento da parte di uomini religiosi e capi di chiese, al venir meno di voci profetiche capaci di onorare il proprio mandato etico universale. E verrebbe da dare ragione a Jan Assmann il quale afferma: “Sono finiti i tempi in cui si poteva interpretare la religione come oppio dei popoli. Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli”....

L'intera Lettera agli Amici è a questo link:

https://monasterodibose.it/comunita/lettera-agli-amici/17121-quando-le-religioni-non-sono-causa-di-violenza

AI e ricerca medica: come si truccano i dati

In tre anni gli articoli scientifici con falsità sono cresciuti del 900%, Si moltiplicano le pubblicazioni ma anche i rischi per la salute. Il team italiano: si può barare pure sull'efficacia dei farmaci