Afghanistan, l’istruzione negata ha un impatto di lungo termine

Il rapporto del Raoul Wallenberg Institute analizza i danni derivanti dal divieto di studio per bambine e ragazze e, nonostante le restrizioni, le modalità con cui le famiglie cercano di garantire un’educazione alle loro figlie


L’Afghanistan, tornato sotto il potere dei talebani dall’agosto 2021, è l’unico Stato al mondo in cui alle ragazze non è permesso ricevere un’educazione formale oltre la scuola primaria. L’ultimo rapporto del Raoul Wallenberg Institute, oltre a tornare a denunciare il dato allarmante secondo cui milioni di bambine e ragazze non hanno accesso alle aule, analizza le modalità di funzionamento del sistema scolastico per rendere noto come le famiglie cercano comunque di garantire un’istruzione alle proprie figlie.

L'articolo di Vincenzo Lilli continua a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-10/afghanistan-l-istruzione-negata-ha-un-impatto-di-lungo-termine.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Energia senza frontiere. Ecco cosa si è detto al Festival del Cambiamento 2026

 Al Festival del Cambiamento, esperti e istituzioni hanno discusso la sicurezza energetica italiana, evidenziando la necessità di ridurre la dipendenza estera attraverso un mix di rinnovabili e nucleare. 

La geopolitica, con la crisi dello Stretto di Hormuz, e la costruzione di nuove infrastrutture tra Nord Africa, Italia ed Europa sono state al centro del dibattito. L’innovazione tecnologica, in particolare l’intelligenza artificiale, è vista come un fattore chiave per la transizione energetica e la competitività industriale ...

L'articolo di Ferruccio Michelin è a questo link:

https://formiche.net/2026/10/energia-senza-frontiere-ecco-cosa-si-e-detto-al-festival-del-cambiamento-2026/#content

Tutti cerchiamo una salvezza: quale?

Chi è mai che nella sua vita non ha mai sentito il bisogno di essere salvato! Da quali sciagure? Innumerevoli e le più diverse. Dal bambino che spera la mamma non si accorga delle sue dita sporche di nutella, al delinquente che sta escogitando le vie di fuga per non essere arrestato; dallo studente che si augura di cavarsela agli esami, al disoccupato che spera di raggiungere una buona posizione in classifica nel concorso per un posto di lavoro.


Soprattutto le speranze dei poveri costellano dovunque il linguaggio umano. La straordinaria efficacia espressiva di quell’intenzionale svarione di grammatica, aveva reso celebre negli anni Novanta il titolo del libro, «Io speriamo che me la cavo», nel quale Marcello D’Orta raccoglieva i temi dei bambini napoletani, suoi scolari. Con il loro linguaggio spontaneo e spesso sgrammaticato, raccontavano la propria vita quotidiana: la famiglia, la scuola, i genitori, la religione, la povertà, i litigi, la malavita, i desideri e le paure, ed esprimevano le loro speranze....

L'articolo di Severino Dianich è a questo link:

https://www.settimananews.it/teologia/tutti-cerchiamo-salvezza-quale/?utm_source=newsletter-2026-09-01

E se anche quelle extraterrestri fossero intelligenze artificiali?

 

Non avrebbero diverse caratteristiche degli organismi viventi, ma nemmeno i limiti: un’ipotesi fantascientifica con vari risvolti




La creazione umana più lontana dalla Terra è una sonda spaziale lanciata nel 1977, che ha superato il sistema solare nel 2012 e attualmente dista poco più di 25 miliardi di chilometri. Riesce ancora a trasmettere, ma le sue risorse di energia sono quasi esaurite e un giorno smetterà. Quel giorno la Voyager 1 resterà “solo” un oggetto nello Spazio profondo: la prova che dove non possono spingersi ...

L'articolo de Il Post è a questo link:

Ruti Baidach, la rabbina che resta accanto ai palestinesi sotto attacco

Sei anni fa Rabbi Ruti Baidach vide un bulldozer distruggere in poche ore tende, cisterne e impianti di una comunità palestinese in Cisgiordania. Da allora accompagna pastori e famiglie minacciate nei Territori occupati, cercando di frenare la violenza dei coloni e di dare voce a chi è costretto a lasciare la propria terra.


Inizia così la testimonianza di Rabbi Ruti Baidach, rabbina laica-umanista che dirige il consiglio direttivo di Rabbis for Human Rights: un’organizzazione umanitaria israeliana formata da 170 fra rabbini, studenti rabbinici e educatori. Il suo scopo è difendere i diritti dei palestinesi nei Territori occupati, delle minoranze, dei migranti e dei gruppi più vulnerabili. Opera con oltre mille volontari provenienti da Israele e da tutto il mondo, impegnati in quella che definiscono “presenza protettiva”: accompagnano i pastori palestinesi, sostengono le attività agricole, contribuiscono al ripristino dei terreni e delle fonti d’acqua e si impegnano in attività educative. ...

L'articolo di Cristina Giudici è a questo link:

https://www.vita.it/ruti-baidach-la-rabbina-che-resta-accanto-ai-palestinesi-sotto-attacco/

Domenica XXVIII PA - Mt 22, 1-14

La risposta alla chiamata chiede la volontà di partecipare, di essere rinnovata ogni giorno e non risparmia fatica e sforzo; l’alternativa è lasciarsi vivere dalle situazioni. Un atteggiamento da evitare e che compare nei personaggi della parabola, è la presunzione. Questa è poi la base per lo sviluppo di aggressività e violenze in due direzioni: dall’alto verso il basso, ma anche da chi ha troppo subito.


Dopo aver posto l’attenzione sulle esigenze della sequela con la formazione dei discepoli e dell’annuncio con i vari problemi che i discepoli avrebbero incontrato e sul come farvi fronte, Gesù si è soffermato sulle dinamiche interne con le quali ogni Comunità si trova a confrontarsi e ha offerto una linea per il loro superamento.

Da domenica scorsa lo sguardo si è ampliato osservando i rapporti tra le Comunità e le società che le ospitano e nelle quali si trovano ad operare. La parabola della vigna affidata a dei contadini, ha portato a riconfermare che il Padre usa i nostri disastri causati dai peccati e quanto noi scartiamo, per capovolgerli, coglie anche quella goccia di positivo che c’è, per farla emergere fino a farla diventare pietra angolare sulla quale costruire con sicurezza. Oggi rilancia questi temi con la parabola del banchetto di nozze.

È questa pericope dell’Evangelo un’opera redazionale di Matteo, esegeticamente suddivisibile in due parti autonome e un “intermezzo”, quello nel quale le città vengono messe a ferro e fuoco, che spiazza e può far equivocare o contraddire l’immagine del Padre paziente e misericordioso verso tutti. In realtà questo inserto redazionale fa comprendere che questo Evangelo è stato scritto dopo il 70 DC, anno nel quale Gerusalemme è stata conquistata e distrutta dai romani.

La chiamata (termine che oggi ricorre 5 volte!) a venire a festeggiare le nozze (7 volte nel brano di oggi!), il rifiuto dei primi inviati, l’estensione anche a chi abita “fuori dei confini e delle mura della città”, porta l’accento su di un giudizio al quale tutti si è sottoposti ma non offre nessun verso, nessun appiglio per alcuna “teoria della sostituzione”. Anche la Chiesa è posta sotto questo “giudizio” e in lei ci sono peccatori e santi. Ce lo insegna la parabola della zizzania ed oggi anche l’invitato a nozze senza l’apposito vestito.

I personaggi e le situazioni della parabola sono noti, facilmente individuabili e li conosciamo tutti. La festa di nozze è l’immagine biblica dell’incontro d’amore tra il Signore e i suoi popoli (in Ap 21,3-8 i “popoli” sono al plurale e non al singolare!); lo sposo è Gesù, la sposa l’umanità intera che nonostante odio, guerre, ingiustizie, crimini di guerra e contro l’umanità ogni dove, è amata perdutamente da Dio.

Il festoso banchetto dove si rincorrono incontri festosi, cibo e bevande a sazietà è da sempre l’immagine dei tempi messianici (vedi la prima Lettura di oggi da Isaia). In questo suntuoso banchetto, secondo le narrazioni ebraiche, per bevanda sarebbe stato servito nientemeno che il “vino conservato frutto dei grappoli maturati nei sei giorni della creazione”.

Dopo il rifiuto di partecipare dei primi invitati i servi sono inviati a fare altri inviti “ai crocicchi delle strade” ma la traduzione è imprecisa. Il termine greco indica la fine delle strade urbane dove iniziano i sentieri: è nel mondo che sono inviati a chiamare alla festa. Inoltre nel testo originale, non si parla di “buoni e cattivi” (come nella nostra traduzione) ma di “cattivi e buoni” senza distinzione, anzi, dando la precedenza proprio a coloro che non hanno meriti. È un modo sottile di alludere alla completa gratuità dell’amore di Dio e al fatto che “mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6). Sono quei “pubblicani e prostitute” che ci precederanno nel Regno dei cieli (Mt 21,31 di due domeniche fa e richiamato anche la scorsa).

Matteo poi usa delle immagini del suo tempo e della sua cultura per richiamarci alla serietà, all’essere e rimanere coerenti alla risposta data all’invito, alla chiamata ricevuta proponendo il commensale senza l’abito nunziale. Non vuole certo staccarsi dall’immagine del Padre che ci offre lungo tutto l’Evangelo “pietoso, lento all’ira e ricco di misericordia” (Es 34,6), ma a fare attenzione a non darla per scontato: è buono sì, ma non cieco e di corta memoria. Paolo ci ricorda che l’uomo è più grande del suo peccato, che questi saranno bruciati e ci porteremo dietro solo il bene fatto (1Cor 3,10-15).

La risposta alla chiamata, come quella ai primi invitati, chiede la volontà di partecipare, di essere rinnovata ogni giorno e non risparmia fatica e sforzo; l’alternativa è lasciarsi vivere dalle situazioni. Al contrario dei secondi invitati, bisogna rimanere sempre attenti a non essere superficiali nello stimare un dono proposto. Anche la pigrizia è da evitare, come l’essere sempre accondiscendenti e accomodanti con se stessi, dando tutto per scontato. Un altro atteggiamento da evitare e che compare nei personaggi della parabola, è la presunzione. Questa è poi la base per lo sviluppo di aggressività e violenze in due direzioni: dall’alto verso il basso, ma anche da chi ha troppo subito.
(BiGio)

 

Ludmila Javorová: presbitera, nel ricordo di un segno profetico

La storia si colloca negli anni della dura repressione del regime comunista in Cecoslovacchia, quando la cosiddetta «Chiesa del silenzio» opera nella clandestinità per garantire la continuità dei sacramenti e l’assistenza spirituale ai fedeli.



Nel 1970, nel pieno dell’esperienza sinodale di Kobeřice, denominata «Concilio del popolo di Dio», il vescovo Felix Maria Davídek matura la decisione di ordinare presbitere alcune donne. Consapevole delle impellenti necessità pastorali della comunità, Davídek sostiene con passione che la vita e le esigenze del popolo di Dio hanno la precedenza su ogni codice e disciplina canonica....

Il post di Luigi Mariano Guzzo è a questo link:


Somalia, le inondazioni minacciano un milione di nuovi profughi

La mappa del dolore somalo mostra un andamento drammaticamente altalenante nella regione di Bay. Nel distretto di Burhakaba, che ad aprile era a un passo dal baratro della carestia, la situazione è parzialmente migliorata grazie all’effetto combinato delle piogge e al potenziamento della risposta umanitaria. Ma la tregua è solo un'illusione: il rischio di carestia si è spostato con ferocia sulla vicina Baidoa


Un vero e proprio collasso umanitario sta per inghiottire la Somalia, minacciando di spazzare via le ultime, fragili difese di una popolazione già stremata. Milioni di persone in tutto il Paese - un’emergenza spesso dimenticata dal mondo - continuano a soffrire i morsi di una fame devastante, mentre la malnutrizione acuta tra i bambini è tragicamente destinata a precipitare verso livelli senza precedenti nei prossimi mesi. L'allarme rosso, lanciato congiuntamente dal governo federale di Mogadiscio e dalle Agenzie dell’Onu Unicef, Wfp e Fao, punta il dito contro le imminenti e catastrofiche inondazioni associate al fenomeno climatico El Niño, pronte a colpire pesantemente il Paese del Corno d’Africa tra ottobre e dicembre 2026....

L'articolo di Francesco Citterich è a questo link:



L'Europa non ha bisogno di una memoria unica, ma di un racconto condiviso

Per decenni l’Europa ha cercato di rispondere a una domanda in apparenza semplice: che cosa significa essere europei? Ma la risposta non è mai stata del tutto rassicurante.



L’Europa non è una nazione ingrandita né una comunità costruita su una sola lingua, una sola memoria o una sola esperienza storica. La sua singolarità sta proprio nell’aver costruito un progetto politico comune a partire da storie diverse, talvolta ferite, contraddittorie e persino in conflitto tra loro....

L'intera riflessione di Federico Gallardo è a questo link:

https://it.euronews.com/cultura/2026/07/13/leuropa-non-ha-bisogno-di-una-memoria-unica-ma-di-un-racconto-condiviso?utm_source=welcoming_nl&utm_campaign=feeds_bcs&utm_medium=referral&utm_source=welcoming_nl&utm_campaign=feeds_bcs&utm_medium=referral


Mosca o Kyiv? È l’ora di abbandonare i balletti novecenteschi

La guerra d’Ucraina in Europa è impopolare. Perché? Le persone sono convinte che questa guerra rischia di diventare un conflitto nucleare, altrettante sono sicure che ormai sia ridicolo ripetere che Mosca vuole portare i cosacchi ad abbeverarsi alle fontane di Piazza San Pietro, come si diceva un tempo, o far giungere l’armata rossa (o russa) fino in Portogallo. Ma pensare che la fine del conflitto risolverebbe automaticamente i problemi dell’Europa rischia di essere una pericolosa semplificazione.


Da qui deriva chiaramente che se si risolvesse la questione Ucraina avremmo risolto i nostri problemi, la spesa potrebbe tornare ad essere sociale e non bellica. Non credo che tutto sia così semplice e lo dirò tra poco, ma dico subito che per me sarebbe, o sarebbe stato, un negoziato europeo la scelta preferibile. Per negoziare occorre evitare...

L'analisi di Riccardo Cristiano è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/mosca-kyiv-ucraina-russia-guerra-cristiano/#content