A Nord-Est 8 su 10 dicono sì al suicidio assistito

 Sostegno trasversale (e stabile) alla "dolce morte". Consensi oltre il 50% anche tra i cattolici praticanti. Plebiscito tra i non praticanti. I più critici sono gli elettori di Forza Italia. Nel 2005 d'accordo solo il 57%


"Quando una persona ha una malattia incurabile, e vive con gravi sofferenze fisiche, è giusto che i medici possano aiutarla a morire se il paziente lo richiede"? Sì, non smette di ripetere l'opinione pubblica di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della Provincia Autonoma di Trento. Secondo le più recenti analisi di Demos per l'Osservatorio sul Nordest, a dichiararsi favorevole all'idea che un medico possa aiutare un malato incurabile a morire, qualora gli fosse richiesto, è il 79% degli intervistati. Questo è un orientamento ampio, stabile e diffuso, maturato nel corso di oltre vent'anni: nel 2005, infatti, la platea dei consensi si fermava al 57%. Da allora, però, la crescita è stata netta e costante: tra il 2010 e il 2015, il valore si attesta intorno al 64-65%; balza al 75% nel 2020; tocca l'80% l'anno scorso per stabilizzarsi, oggi, intorno al 79%. Al di là dell'ampiezza, ciò che colpisce maggiormente è la trasversalità del consenso: in nessun caso, infatti, scende sotto la soglia del 50%. Tuttavia, guardando alla classe d'età possiamo trovare indicazioni interessanti: l'adesione appare particolarmente elevata tra gli under 30 (86%), e, in misura ancora più evidente, tra quanti hanno tra i 30 e i 44 anni (91%). Nelle fasce d'età centrali (45-54 anni), invece, si ferma vicino alla media (79%), mentre al di sotto di questa soglia ritroviamo adulti (74%) e over-65 (67%). Consideriamo, ora, l'influenza della religiosità. Il consenso verso la "dolce morte" è quasi plebiscitario tra i non praticanti (93%), e molto ampio (83%) tra quanti frequentano saltuariamente i riti religiosi. Maggiormente significativo, forse, è il dato che arriva dai praticanti assidui: nonostante le posizioni ufficiali delle gerarchie ecclesiastiche, la maggioranza assoluta (56%) di chi frequenta assiduamente la Messa si dice d'accordo con il diritto del malato di decidere sul proprio fine-vita. Anche analizzando la dimensione politica sembra trovare conferma la trasversalità che abbiamo osservato finora. L'idea che un ammalato sofferente abbia diritto di essere aiutato ad andarsene, se lo desidera, mette insieme i sostenitori di Pd (86%) e FdI(76%); quanti guardano al M5s (86%) o alla Lega (77%); chi voterebbe per Avs (89%) o per Azione (77%); gli elettori di Forza Italia (62%), di un partito minore o chi ancora non sa se andrà a votare (entrambi 79%). In tutti i settori, pur con accenti diversi, l'istanza appare nettamente maggioritaria. Proprio in questi giorni, però, il tema sta tornando al centro del dibattito con la mobilitazione promossa dall'Associazione Luca Coscioni contro il DDL S. 104 che, secondo gli attivisti, limita gli spazi di libertà aperti dalla sentenza "Cappato". Il paradosso di questi anni è che, mentre il Parlamento è rimasto immobile, a muoversi sono stati proprio gli ammalati, o i loro cari: da Piergiorgio Welby (2006) a Eluana Englaro (2009), da Dj Fabo (2017) a - più vicini nel tempo e nello spazio - Stefano Gheller (2024) e Martina Oppelli (2025): ognuno di loro ha portato la lotta per il diritto al fine-vita al di fuori dei tribunali, e dentro la coscienza collettiva. Il risultato è che i nordestini sembrano aver maturato un orientamento definito, e il diritto di decidere ha smesso di essere un tema di divisione per diventare patrimonio comune.

(Natascia Porcellato)

Le donne nello slum di Kibera

Nairobi – non è terra quella che calpesti a Kibera. È un fango misto di polvere rossa, rifiuti e destini già segnati. Se nasci donna tra queste lamiere, il mondo non ti accoglie: ti sfida a sopravvivere. Qui, a pochi chilometri dai grattaceli di vetro della capitale keniota, dove l’economia dell’Africa orientale corre verso il futuro, la povertà non è una statistica, è un assedio che comincia con il primo respiro.


Nello slum più grande del continente, crescere non è un’evoluzione naturale, ma una sottrazione costante di diritti e spazio. Quando le risorse sono minime, non tutti possono permettersi di studiare: il maschio ha la precedenza, il maschio va a scuola. La femmina, invece, resta nell’ombra della baracca, esclusa dall’istruzione e condannata a un’invisibilità che è la prima lezione da imparare per non soccombere. È lo strappo iniziale, una ferita che con il tempo diventerà un abisso, segnando il confine tra chi può sognare e chi deve solo resistere....

Il reportage di Martina Di Marzio è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/kenya-le-donne-nello-slum-di-kibera/?utm_source=newsletter-2026-04-21

Risorgerà, un giorno, anche il cammino sinodale?

La sinodalità è un po' come la resurrezione, tesa tra un "già" - fatto di ascolto, dialogo, discernimento e decisioni in comune - e un "non ancora", legato alla scarsa consapevolezza ecclesiale che il Risorto è innanzitutto da cercare, sempre altrove.


Il cammino (o processo) sinodale, la sinodalità stessa, con tutti i suoi pregi e difetti, speranze e delusioni, realizzazioni e incompiutezze, sono stati vissuti e interpretati come un’esperienza personale ed ecclesiale di vita nuova, rinnovata, risorta dalla morte e dalla tristezza che attanagliano spesso il nostro vivere quotidiano ...

L'articolo di Sergio Ventura è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/risorgera-un-giorno-anche-il-cammino-sinodale/

Patriarcato

Ci sono donne consapevoli del loro potere che, con sicurezza, sanno persuadere noi uomini a riconoscere come violenta e predatoria quell’attrazione che riduce l’altro a un semplice oggetto e, in circostanze scandalosamente capitaliste, a una mera merce.  

Queste donne possono rieducarci alla bellezza della seduzione e dell’Eros, e aiutarci a riscoprire l’innegabile necessità del desiderio, salvandolo dalle macerie patriarcali del moralismo, dagli equivoci sulla castità, dal dualismo pernicioso che classifica le donne in due figure chiave: angeli e prostitute.  Sante sono le donne della casa, madre, sorella, moglie e figlie; prostitute tutte le altre, disponibili a uno standard diverso di sottomissione alla dominazione maschile....

L'articolo di Flavio Lazzarin è a questo link:

https://www.settimananews.it/societa/patriarcato/?utm_source=newsletter-2026-04-21

Lo Shabbat e il 25 aprile

Quest’anno il 25 aprile cade di sabato. Per le comunità ebraiche italiane questo significa non essere presenti alle manifestazioni pubbliche della Liberazione dal nazifascismo — non per disinteresse, non per distanza, ma per coerenza con la propria identità e con la propria idea di libertà. 

Lo Shabbat è il cuore dell’identità ebraica. Un aforisma noto lo riassume con precisione: «Più che gli ebrei ad aver custodito lo Shabbat, è lo Shabbat ad aver custodito gli ebrei». E questa non è retorica: è storia. A Livorno, nel Settecento, il porto rallentava quasi fino a fermarsi il sabato, tanta era la rilevanza della presenza ebraica. A Tripoli, durante il fascismo, alcuni ebrei furono fustigati nella pubblica piazza per essersi rifiutati di tenere aperti i negozi nel giorno sacro. Lo Shabbat è sempre stato identità, dignità, talvolta sacrificio. Nel suo ritorno settimanale esso rappresenta una libertà di diversa natura: libera dall’ossessione del fare, dalla pressione del mondo, dalla necessità di dimostrare. Rimette al centro l’essere umano, non per ciò che produce o possiede, ma per ciò che è. È una pausa, certo, ma una pausa attiva: afferma che non tutto è lecito, nemmeno per uno scopo ritenuto giusto. Fermarsi non è debolezza; è resistenza. Ed è proprio la libertà il filo che lega questa ricorrenza al 25 aprile. Per gli ebrei italiani il 25 aprile non è una data astratta: è stata, concretamente, la possibilità di sopravvivere. Le ferite del nazifascismo restano vive, ma anche il contributo alla Liberazione — dalla Brigata ebraica ai tanti combattenti — è parte integrante di quella storia. Negli ultimi anni quella presenza è stata talvolta contestata, marginalizzata, quando non apertamente osteggiata. Eppure le comunità ebraiche hanno continuato a esserci, anche in contesti difficili, a differenza di alcune forze che oggi si impongono come protagoniste del 25 aprile e che durante la guerra erano dalla parte degli aguzzini. L’assenza di quest’anno pesa, ma non è un passo indietro. Tiene insieme memoria della Liberazione e fedeltà alla propria identità. Essere ebrei ha sempre significato abitare questa complessità, non una doppia lealtà, ma un’identità che rifiuta le semplificazioni. C’è però un’altra questione che questa coincidenza porta alla luce. Molte celebrazioni del 25 aprile sembrano essersi trasformate in qualcosa di confuso, talvolta caricaturale: slogan vuoti, contrapposizioni ideologiche che prendono il posto della riflessione storica, un improprio miscuglio di memorie diverse che rischia di diventare esso stesso una forza disgregante. Il pericolo è smarrire il senso profondo della ricorrenza, ridurla a un palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende davvero. In questo scenario lo Shabbat introduce una discontinuità silenziosa. La tradizione ebraica lo sa da sempre: anche la liberazione dall’Egitto non coincide con la libertà piena. La libertà non è un grido, né un evento improvviso; è un percorso interiore. Come ricorda un noto insegnamento rabbinico, «è stato più facile uscire dall’Egitto che far uscire l’Egitto da dentro noi stessi». Dichiararsi antifascisti non basta per esserlo; celebrare la Liberazione non significa averne interiorizzato i valori. A più di ottant’anni dal 1945 la domanda rimane aperta: il fascismo è stato sconfitto solo nei fatti storici o anche nelle coscienze? Quanto delle sue logiche — intolleranza, semplificazione, esclusione — sopravvive ancora sotto altre forme, nel dibattito pubblico? La coincidenza tra Shabbat e 25 aprile non è un incidente di calendario, ma un invito a rallentare e distinguere. A riconoscere che la libertà non è mai definitiva. E che, forse, il modo più autentico per celebrarla non è sempre il più rumoroso.  

(Roberto Della Rocca)

Da “gente di Quaresima” a “gente di Pasqua”

La Quaresima è densa, abitata, quasi “affollata” di iniziative; il tempo pasquale, invece, appare talvolta rarefatto, meno sottolineato e vissuto.


C’è un paradosso spesso silenzioso che attraversa la vita delle nostre comunità cristiane: dedichiamo settimane intense, curate, ricche di segni e di proposte per prepararci alla Pasqua, e poi rischiamo di lasciare scivolare via proprio il tempo in cui la Pasqua accade davvero, si dispiega, si fa esperienza viva. La Quaresima è densa, abitata, quasi “affollata” di iniziative; il tempo pasquale, invece, pur essendo più lungo, appare talvolta rarefatto, meno sottolineato e vissuto. Eppure è proprio lì che si gioca il ...

La riflessione di Marco Pappalardo è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/da-gente-di-quaresima-a-gente-di-pasqua/

IV Domenica di Pasqua - Gv 10,1-10: l'ovile, il varco, il pastore

Dopo la resurrezione Gesù sarà riconosciuto non per i suoi tratti fisici: è un viandante, un fantasma, un pescatore, un giardiniere … ma la sua voce era inconfondibile ed è da questa che viene riconosciuto. Anche oggi è questa che ce lo fa riconoscere: come? 

Il recinto del Pastore non costringe, apre alla libertà, offre protezione, ci si può percepire sicuri al suo interno ma non è questo il suo ruolo. Il pastore “spinge fuori tutte le sue pecore” non le tiene chiuse nel recinto altrimenti finirebbe per mancare loro il nutrimento. 

 

In queste domeniche del tempo pasquale, la liturgia ci ha accompagna a comprendere il dono del Risorto, come riconoscerlo e dove incontrarlo. Quando i discepoli sono assieme lui non appare ma “sta” in mezzo a loro donando la pace, ovvero la riconciliazione del mondo con il Padre ottenuta attraverso il “sì” alla sua vita vissuta sempre in fedeltà al suo progetto, nel rifiuto di ogni tipo violenza, unicamente tesa a trasmettere la sua misericordia fino al dono della vita. Chiede poi di farsi strumento di questa pace trasmettendola ed allargandola il più possibile, donandola ad ampie mani rimettendo i peccati, lasciando al Padre “legati” perché non possano più fare danni quelli davanti ai quali ci si trova impotenti. Ma come riconoscere la sua presenza tra di noi? Innanzitutto ha mostrato il suo corpo piagato a dirci che lui è presente in tutte le ferite, nei corpi straziati, nelle persone umiliate, nella natura violentata.

Oggi ci offre altre indicazioni in quella che viene chiamata la “Domenica del buon pastore” solo che oggi questa definizione non appare nella pericope evangelica. C’è però un’altra immagine altrettanto significativa: quella della porta dell’ovile e del suo custode. A quel tempo i ricoveri per le pecore erano un basso recinto in pietra con sopra delle fascine di sterpi e rovi per impedire l’intrusione di malintenzionati e altri animali, in particolare quelli predatori. C’era un varco per far entrare e uscire le pecore ma non un cancello. Di notte un pastore vi si accovacciava in mezzo impedendo così uscite ed ingressi non desiderati; alla mattina faceva uscire gli ovini guidandoli verso “pascoli verdi e acque tranquille” (Ps 22) e, quello che faceva sì che le pecore lo seguissero, era la sua voce da loro conosciuta. Ecco è quest’ultima la caratteristica che l’evangelista desidera evidenziare.

Dopo la resurrezione Gesù sarà riconosciuto non per i suoi tratti fisici: è un viandante, un fantasma, un pescatore, un giardiniere … ma la sua voce era inconfondibile ed è da questa che viene riconosciuto. Anche oggi è questa che ce lo fa riconoscere: scaturisce nitida e viva nella parola dell’Evangelo. È l’unica che al discepolo risuona familiare, le altre che vi si sovrappongono, anche se forti e insistenti, gli risultano estranee. Chi è “istruito dallo Spirito” è in grado, in mezzo al frastuono di tante altre voci, di discernere quella del pastore, e fugge quando ode i passi dei ladri e dei predoni: gli impostori che vengono solo per trascinarlo in cammini che lo porterebbero lontano da lui, fino a fargli sperimentare la morte e non la vita in abbondanza che lui è venuto a portare e porgere a tutti.

Un’altra caratteristica dirimente appare chiara: Gesù non ha rapporti generici di massa con le folle. Conosce invece i suoi discepoli uno ad uno, chiama tutti con i loro nomi, si interessa a ciascuno di loro, tiene conto delle doti, dei pregi e delle debolezze di ciascuno. Sia che siano giovani ed agili, che sgambettano e corrono avanti a tutti, ma le sue attenzioni vanno ai più deboli del gregge: “porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). Capisce le loro difficoltà, non forza i tempi, non impone ritmi insostenibili, valuta la condizione di ognuno, aiuta e rispetta. 

I nomi sono, significano e segnano l’identità di una persona, la sua singolarità: mettersi al servizio di questa per far sì che raggiunga la pienezza alla quale è chiamata identifica il pastore vero; chi invece se ne serve per sé, ne abusa, la sfrutta per i propri fini è un impostore. Come pure chi si serve delle persone per scopi religiosi fino ad annientarle, chi usa il nome di Dio e la religione per fare violenza personale, togliere la libertà, imporre il proprio volere, fino a giustificare le guerre, ogni guerra anche quelle “preventive” che giungono a dare nuova forma agli antichi sacrifici umani. Oggi le vittime civili nelle guerre raggiungono il 90% dei morti capovolgendo le percentuali di quelle “antiche”. Senza contare l’annullamento delle identità personali causate dalla distruzione delle abitazioni.

Un’altra immagine ci propone l’Evangelo di oggi: quella della porta ed è un simbolo la cui potenza antropologica è eclatante: La porta divide o unisce (interno/esterno), offre riparo, protegge ma anche apre alle relazioni con l’esterno, chiude o apre. Gesù è una porta: attraverso di lui si entra (in comunione con lui) e si esce perché da lui inviati in missione. Il suo recinto, il suo ovile non costringe, apre alla libertà. Non è un castello inafferrabile dal quale una volta entrati non si esce più. Certo offre protezione, ci si può percepire sicuri al suo interno ma non è questo il suo ruolo, il discepolo è chiamato ad uscire, a testimoniare, a portare la misericordia del Padre ovunque, con coraggio. Il pastore “spinge fuori tutte le sue pecore” non le tiene chiuse nel recinto altrimenti finirebbe per mancare loro il nutrimento. Una volta fuori cosa garantisce che si stia facendo quello che ci è chiesto? Un cammino preciso che è composto dall’ascolto della sua Parola, dell’essersi realmente posti alla sua sequela con coerenza. Questo porta a “conoscere” il Signore e a saperlo seguire.

(BiGio)  

Le crisi dei presbiteri

Le crisi presbiterali sono sintomo della crisi generale della Chiesa, che, a sua volta, respira le crisi del mondo. Mons. Erio Castellucci ne affronta lucidamente alcuni punti centrali contestualizzandoli.


La crisi della Chiesa non è però isolata. Il mondo sta vivendo crisi epocali: in campo economico, sanitario, sociale, ambientale, geopolitico. Non è necessario farne l’elenco, perché le conosciamo bene e ne siamo continuamente bombardati. Allora ci possiamo chiedere: se in questo contesto critico la Chiesa non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù, Verbo fatto carne, o non sarebbe – permettete – la Casa di Heidi? ...

La riflessione di Erio Castellucci è a questo link:

https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/le-crisi-dei-presbiteri/

La competizione tecnologica: l’America ha il brevetto, la Cina la catena di montaggio

Nel suo ultimo intervento su Foreign Affairs, Jake Sullivan ridisegna la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non come una gara all’innovazione, ma una battaglia per il controllo delle leve industriali e strategiche del sistema globale. E offre degli spunti di riflessione per i policymakers transatlantici


 Non è una gara a chi arriva primo. È una competizione senza traguardo, fatta di resistenza, capacità industriale e controllo delle leve strategiche. Nel suo ultimo intervento su Foreign Affairs, l’ex segretario alla sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan ridefinisce i contorni della sfida tra Stati Uniti e Cina, spostando il focus dall’innovazione pura alla capacità di tradurla in potere concreto. Per decenni, Washington ha letto l’ascesa tecnologica cinese come un inseguimento da parte dell’avversario. Ma questa narrazione, oggi, non regge più...

L'articolo di Lorenzo Piccioli è a questo link:

https://formiche.net/2026/04/lamerica-ha-il-brevetto-la-cina-la-catena-di-montaggio-la-competizione-tecnologica-letta-da-jake-sullivan/#content

Leone e Cirillo: dinanzi al potere

La coincidenza è puramente occasionale. Il 12 aprile il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, attacca frontalmente papa Leone XIV. Lo stesso giorno, Pasqua per le Chiese ortodosse, Cirillo di Mosca interrompe la celebrazione per onorare il presidente della Russia, Vladimir Vladimirovič Putin.  


Le esternazioni e i tweet su Truth Social di Trump sono e saranno commentati a lungo. Il suo utilizzo strumentale sgarbato e sgrammaticato del patrimonio cristiano per accusare il papa di impotenza di fronte al crimine, di insipienza politica e di critica pregiudiziale all’amministrazione americana non sarà facilmente archiviato Sul versante moscovita i media occidentali non accendono alcuna attenzione perché...

L'articolo di Lorenzo Prezzi è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/leone-cirillo-dinanzi-al-potere/?utm_source=newsletter-2026-04-21