Oggi siamo messi in guardia da tre tipi di tentazioni con le quali ci si troverà sempre e inevitabilmente a fare i conti: pensarsi perfetti, mania di grandezza, scoraggiarsi
Gesù non manda allo sbaraglio i discepoli nel mondo, ma li avverte e li prepara ad affrontare le difficoltà che incontreranno. Li invita a non essere temerari ma contemporaneamente a non temere di parlare schiettamente, di avere il suo medesimo sguardo verso le realtà e le persone che incontreranno chinandosi sui loro bisogni, aiutandoli a superare le difficoltà nelle quali sono caduti. Non andrà tutto bene e qui allora è necessario un altro scatto, imparare a guardare frutti e delusioni come fa il Padre: vedere sempre, senza però che questo significhi rilassamento nell’agire, il bicchiere mezzo pieno. La Parola annunciata non andrà sprecata, i suoi tempi di maturazione nel germogliare non dipendono da noi. È allora necessario affidare tutto al Padre ringraziandolo e, nel dialogo della preghiera, nel suo ascolto, comprendere i passi ulteriori che ci sono chiesti da fare per essere le sue mani in questa nostra realtà. Questo è il cammino fatto nelle ultime settimane e, domenica scorsa, Gesù ha iniziato a parlare in parabole per farsi comprendere meglio; al centro quella del seminatore che sparge la semente con gesto ampio ed abbondante. Questa cadrà su tutti i tipi di terreno che poi, alla fin fine, rappresentano e sono tutti contemporaneamente anche in ciascun di noi.
Oggi la liturgia ci propone tre parabole con le quali Gesù, che conosce bene cosa può accadere tra i discepoli, mette in guardia da tre tipi di tentazioni con le quali ogni Comunità si troverà sempre e inevitabilmente a fare i conti. Tre come quelle vinte da Gesù nel deserto subito dopo il battesimo.
La prima è quella, presi dall’entusiasmo, di considerarsi dei fortunati eletti, forse non perfetti, ma che costituiscono un gruppo unito convinti del loro agire, tanto da pensarsi superiori e pretendersi unici. Ecco allora che Gesù pone in azione un altro seminatore sul suo campo, è il padrone ed è certo che quanto sta spargendo è un seme selezionato accuratamente e perciò certamente “buono”. Non è un aggettivo usato a caso, ma desidera ricordare che tutto è “buono” ciò che il Signore fa tanto è vero che nella creazione questa analisi conclude ogni sua azione.
Seme buono è anche l’uomo che Dio ha creato “simile a sé altro da sé” quindi con anche la libertà di scegliere come agire e può porre al centro della propria vita il proprio tornaconto o il bene dell’altro e il suo bisogno da colmare. Quando sceglie la logica del mondo, di fatto fa crescere al fianco del seme buono, la zizzania le cui radici si intrecciano con quelle del frumento diventando impossibile da sradicare senza correre il pericolo di impedire la maturazione della vita anche alle spighe dalle quali si attende il grano.
La realtà, il campo, nel quale ogni giorno ci si affanna, ha in sé queste due realtà e, di fronte al male del e nel mondo, volentieri si rimane smarriti e stupiti, in particolare quando lo si scopre all’interno del nostro gruppo: come è possibile? Da dove viene? Cosa si può fare?
La presenza della zizzania ci infastidisce, ci costa ammettere che “non c’è sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi” (Qo 7,20). Vorremmo cullarci nell’illusione di essere perfetti, desidereremmo avere una conferma dell’immagine elevata che ci siamo fatti di noi stessi e ci chiediamo: se Dio è “onnipotente” perché non elimina subito ogni traccia di male?
La risposta è semplice: perché non è “onnipotente”, questo aggettivo glielo abbiamo appioppato noi per poter scaricare su di lui ogni cosa. La Scrittura invece lo definisce come il potente, il pantokrátor che non significa “colui che può fare ciò che vuole”, ma “colui al quale nulla sfugge di mano” che conduce abilmente la “storia d’amore” che ha messo in piedi con l’uomo, nella quale in ogni caso avrà l’ultima parola e sarà di misericordia. Certo, il male non va giustificato, ma l’invito è di guardarlo con gli occhi sereni e pazienti di Dio: nella nostra realtà nella quale l’uomo opera nella piena libertà che gli è stata data, il bene e il male sono destinati a crescere assieme a convivere fino alla fine.
Poi ci sarà la mietitura che non è la minaccia di un castigo, ma il lieto annuncio che un giorno il fuoco del Padre riuscirà a far scomparire ogni forma di male e non ci saranno più iniquità di alcun genere.
La seconda tentazione è la mania di grandezza. Se Ezechiele immagine il Regno di Dio come un alto cedro sopra un monte, Gesù lo paragona al seme più piccolo esistente ma che ha una particolare qualità: è infestante, arriverà ovunque ma, anche nel suo massimo fulgore, non attirerà l’attenzione.
Questo può scoraggiare ed è la terza tentazione possibile. Le nostre realtà ecclesiali si stanno asciugando, le analisi sociologiche si sprecano ma c’è l’invito di Gesù della scorsa settimana richiamata anche all’inizio: mettere tutto nelle mani del Padre che ora ci viene proposto in versione massaia che impasta una quantità smisurata di farina con del lievito e poi la lavora pazientemente per tutto il tempo necessario alla sua lievitazione. Dio agisce così nella storia: l’invito è quello di aver fiducia.
(BiGio)