Non ci sono pesci "cattivi" (è una imperfetta traduzione) ma "marci": non c'è allora un giudizio di tipo morale, bensì solo una constatazione di quello che uno ha fatto della sua vita
Gesù ha cura dei suoi discepoli, conosce le loro possibilità e non chiede mai nulla di impossibile. Per questo anche avverte delle difficoltà che incontreranno, invita a non perdersi d’animo ma a guardare la storia come fa il Padre con misericordia e pazienza: come diversi sono i terreni sulla quale cade, ogni seme ha tempi di maturazione diversi.
Fino a due domeniche fa la sua attenzione era posta sul compito affidato e le modalità di svolgerlo, la scorsa settimana ha iniziato a guardare più da vicino quali possono essere le reazioni all’interno delle comunità durante la missione e ha messo in guardia di fronte a tre tentazioni, a tre rischi nei quali è possibile incorrere: il considerarsi una comunità di eletti (la parabola della zizzania), la tentazione di esaltarsi e pensarsi “grandi” contrapponendo al cedro il granello di senape, invitando infine a non pensarsi già come un qualcosa di già realizzato, ma come il lievito in una massa di farina che deve essere lavorata perché questa cresca con i suoi tempi che non sono quelli della nostra impazienza.
Oggi ci pone davanti l’obiettivo di tutto il lavoro, la fatica che ci chiede e lo fa con altre tre parabole, le ultime di questo capito dell’Evangelo di Matteo ed è quel “Regno dei cieli” che Gesù è venuto ad inaugurare nella nostra storia, in questo nostro presente.
C’è una parola con la quale questo Regno viene definito, apre e chiude il brano di oggi ed è “tesoro” per il quale si è disposti a tutto. Quando chi lo incontra diventa disposto a tutto pur di acquisirlo, non solo di rinunciare a qualcosa, ma di spostare tutto quanto possiede sul nuovo obiettivo come è accaduto al contadino della prima parabola che lo trova per caso e pure al commerciante che invece ne andava attivamente in cerca.
Sono queste due modalità diverse (a volte poco sottolineate) di incontrare il Regno, che porta inevitabilmente a un cambiamento radicale a partire dai propri pensieri, le proprie attenzioni, i propri interessi, i propri sforzi, la ricerca di senso per la propria vita che ora si trova colmata.
Un esempio eclatante è quello di S. Paolo che dopo aver incontrato il Cristo ha considerato come spazzatura tutto quanto fino a quel momento aveva motivato e sostenuto la sua vita (Fil 3,7-8). Sono cambiamenti che provocano molta sorpresa in chi li vede: “Sei pazzo, Paolo – gli dice il procuratore Festo – la troppa scienza ti ha dato al cervello!” (At 26,24). Invece egli aveva trovato il bene più prezioso, “Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23).
In chi trova questo tesoro per lo più magari inatteso e insperato, esplode la gioia e Paolo continua a ripeterlo come un ritornello nelle sue lettere (per esempio in 2Cor 7,4, in Fil 4,10, in Rm 14,17).
Ma perché le prime due parabole di oggi vengono e devono essere proposte affiancate? Perché non definiscono cosa sia il Regno ma la pluralità di vie con le quali Dio si manifesta all’uomo e con le quali l’uomo può accorgersi della sua irruzione nella sua vita.
Centrale in queste due parabole è che, sia il contadino sia il mercante, “trovano” il tesoro nel senso della scoperta di un qualcosa di inaspettato che irrompe e trasforma la sua esistenza che passa da un ordine quantitativo di cose possedute (il commerciante aveva molte perle), a uno qualitativo inaspettato, che supera ogni immaginazione ogni desiderio.
Il vero soggetto delle parabole non sono i due uomini che hanno acquistato il campo e la perla, ma i tesori che hanno scoperto e trovato: sono questi la luce che dà nuovo senso e orientamento alla loro vita ed è per questo che possono vendere o lasciare tutto nella gioia.
Il dono di Dio del tesoro del suo Regno è l’incontro con il suo amore, un bene prezioso da custodire e salvaguardare come invita a fare il salmo 16 (vv 2 e 9).
La terza parabola riprende il tema introdotto domenica scorsa con quella del grano e della zizzania, oggi però l’esempio è quella di una pesca. In fin dei conti i discepoli sono stati chiamati per diventare “pescatori di uomini” (Mt 4,18-22) per sottrarli al potere del male, egoismi, cupidigie che, come un vortice, li trascinano verso l’abisso.
Il regno dei cieli è una rete che li tira fuori, li fa respirare, li porta verso la luce, verso la salvezza. In questa rete non vengono accolti soltanto i buoni e i bravi, ma tutti, senza distinzione. Nessuno, anche se impuro, deve sentirsi escluso o essere emarginato. Questo è il tempo della misericordia e della pazienza di Dio che “non vuole che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9). Il termine usato per definire i pesci “cattivi” che saranno separati alla fine dei temi (e non del mondo) da quelli buoni, è una traduzione errata, il termine greco è “marci” che non pone un giudizio morale ma è una constatazione. La differenza è tra quelli che hanno scelto l’amore e quelli che al contrario l’egoismo, l’avidità, il potere. Allora non c'è un giudizio da parte di Dio, ma semplicemente una constatazione tra chi è pieno di vita e chi invece è già nella putrefazione della morte.
Il brano si chiude con un invito alla sapienza rivolto al discepolo affinché sappia integrare nuovo e antico, in cui il nuovo è espressione nell’oggi dell’antico e l’antico è fondamento del nuovo. È quello che non fanno i lefebvriani, i nostalgici, i cultori della tradizione con la “t” minuscola diventando così solo tradizionalisti.
(BiGio)