Lettera agli amici - Qiqajon di Bose: Quando le religioni NON sono causa di violenza...

Da troppo tempo ormai sentiamo “parlare di guerre e rumori di guerre” (cf. Mt 24,6) e fatichiamo sempre di più a “non lasciarci turbare”, rassegnandoci perché così avviene da che mondo è mondo. C’è troppo scialo di morte e ancor più abbondanza di disprezzo per la vita, di offesa alla dignità umana, di noncuranza verso il bene comune. 


Troppo spesso le fedi paiono contribuire o contribuiscono di fatto all’acuirsi dei conflitti, al procrastinare le soluzioni, al riaccendersi delle ostilità. Troppo spesso gli schieramenti contrapposti annoverano nelle proprie file persone che dovrebbero appartenere alla medesima comunità di fede o a visioni del mondo contrassegnate dalla solidarietà. In questo senso assistiamo sbigottiti a circostanze di autentico tradimento da parte di uomini religiosi e capi di chiese, al venir meno di voci profetiche capaci di onorare il proprio mandato etico universale. E verrebbe da dare ragione a Jan Assmann il quale afferma: “Sono finiti i tempi in cui si poteva interpretare la religione come oppio dei popoli. Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli”....

L'intera Lettera agli Amici è a questo link:

https://monasterodibose.it/comunita/lettera-agli-amici/17121-quando-le-religioni-non-sono-causa-di-violenza

AI e ricerca medica: come si truccano i dati

In tre anni gli articoli scientifici con falsità sono cresciuti del 900%, Si moltiplicano le pubblicazioni ma anche i rischi per la salute. Il team italiano: si può barare pure sull'efficacia dei farmaci




Domenica XXVI PA - Mt 21,28-32

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza

 


Certamente le tre parabole che la Liturgia ci presenta in sequenza in queste tre domeniche riguardano il rifiuto dell’annuncio della salvezza e la possibilità che altri ci precedano nel Regno dei cieli. C’è un altro pericolo: il pensare che questo riguardasse i sacerdoti e gli anziani di Israele e oggi solo chi ci guida. In questo modo ci si chiama fuori dall’appello che queste parabole pongono a tutti in tutte le epoche, anche nella nostra che nelle comunità cristiane siamo tutti responsabili di tutti. Certo ci sono servizi e ruoli diversi ma siamo un unico “laos”, un unico “popolo”; anche i preti lo sono e vi appartengono alla pari di tutti. Non bisogna dimenticare che il clericalismo (sorto nel IV secolo per risolvere e svolgere una funzione amministrativa nell’impero romano) è stato definito da papa Francesco come “il tumore del cristianesimo”.

È stato notato come il finale della parabola della scorsa domenica (il padrone, la vigna e gli operai chiamati a lavorare anche all’ultima ora prima del tramonto) era rimasto aperto e ci veniva chiesto di misurarci sulla reazione alle parole del padrone. Aveva risposto alle proteste di coloro che avevano ritenuto ingiustificato che tutti avessero ricevuto il medesimo salario, sia chi aveva faticato l’intera giornata, sia chi solo l’ultima ora e aveva chiesto loro fossero invidiosi perché lui era buono.

Sotto ci stava una chiara critica alla concezione del rapporto con Dio come una prestazione di servizio, che conduce a misurarlo anche rispetto a quello degli altri, in una specie di competizione tra primi ed ultimi. È difficile staccarsi dalla religione dei meriti e credere nella totale gratuità dell’amore di Dio. 

La lettura di oggi dal profeta Ezechiele sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (Ez 18,25). Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi. 

È facile considerarsi suoi figli possibilmente “prediletti”. È difficile percepire queste parabole come rivolte personalmente a noi stessi, come possano interessare e coinvolgere i rapporti tra tutti i componenti delle Comunità, compresi chi le guida. È invece questo l’esercizio che ci viene chiesto a partire dalla domanda iniziale che fa Gesù nell’Evangelo di oggi: “Che ve ne pare?”. In questo modo la parabola ci coinvolge direttamente e diventa significativa nel confronto con il nostro modo di fare.

La parabola riguarda l’invito del Padre di andare a lavorare nella vigna ai suoi due figli; uno rispose di sì ma non ci andò; l’altro, al contrario, rispose di no ma poi si pentì e ci andò. A questo punto c’è l’altra domanda di Gesù: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?” e la risposta è ovviamente scontata.

Ma per noi quale incidenza nella nostra vita quotidiana ha l’invito che ci viene rivolto di andare oggi a lavorare nella vigna? Come rispondiamo a questo invito? Il nostro agire è poi conseguente ad una vita di sequela, di attenzione all’altro da noi stessi o si convive tranquillamente con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni dei compromessi?

Quelli che non credono, quelli che pensiamo lontani, che hanno il coraggio di dire no “i pubblicani e le prostitute” ci precederanno perché sono consapevoli della loro realtà e non accampano nulla nei confronti di Dio. È difficile il cammino per smettere di ritenersi giusti, rinunciando all’orgoglio di quelle che si ritengono “le opere buone” compiute, abbandonando le sicurezze che derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole. Solo allora si riuscirà a gioire nel sentirsi salvati dall’amore gratuito del Padre.

Nella parabola anche il secondo figlio ha il coraggio di dire no ma poi va nella vigna. È sincero, non si nasconde dietro al dito della sua presunta perfezione, prende coscienza di un conflitto dentro se stesso e muta opinione. Il credere non ci risparmia dallo sbagliare, ma offre sempre la possibilità di riconoscere l’errore commesso. Il pentirsi è di chi ha coraggio e attesta che l’essere persone libere innanzitutto dal proprio narcisismo e che il peccato non ha l’ultima parola. 

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli” (Mt 7,21)

(BiGio)

 

 

Come l’AI cambierà lavoro e città. Le previsioni di Goldman Sachs

 L’Intelligenza Artificiale sta portando a un’inevitabile aumento globale della domanda di energia e anche a un riassetto di mestieri e professioni. Serviranno nuove competenze per accompagnare la costruzione dei data center. Eppure l’uomo potrà avere le sue opportunità di restare al comando del cambiamento


Si scrive energia, ma si legge, anche, Intelligenza Artificiale. Nei giorni in cui il mondo si interroga sull’opportunità o meno di mettere un freno all’avanzata delle tecnologie di ultima frontiera, per paura di aprire la strada a un dominio delle macchine, Goldman Sachs fa notare come da qui ai prossimi quattro anni la domanda energetica aumenterà del 170%. Proprio per effetto della proliferazione dei nuovi progetti di costruzione di data center, del crescente utilizzo di...

L'articolo di Gianluca Zappponini è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/ai-cina-interlligenza-artificiale-ipo-usa/#content

Per Riad è l'ora di scegliere un "protettore" regionale

 I successi degli huthi svelano la natura di Stato fallito dell’Arabia Saudita. Gli Usa non garantiscono più la difesa del Regno. MbS ha quattro alternative: Israele, Iran, Turchia o scadere a oggetto di contesa. Le mosse di Ankara, vero centro della geopolitica mediorientale.


 La fulminea avanzata degli huthi sulla sponda orientale di Bab al-Mandab e la profondità insulare conquistata dal gruppo yemenita nella strategica via d’acqua che lega Medioceano e Indo-Pacifico certificano la realtà geopoliticamente più strategica dell’arena mediorientale. L’Arabia Saudita è uno Stato fallito. 

Per decenni i sauditi hanno palliato questa banale verità surrogando la strategia dunque il fattore umano con i petrodollari, vivendo eufemisticamente al di sopra delle proprie possibilità nella realtà virtuale della Pax Americana. Bastava farsi mungere da Washington per giocare alla “potenza regionale”. Il risveglio nel mondo a-americano si sta rivelando un trauma di grado massimo, stadio precedente alla morte cerebrale irreversibile. 

 Il 10 settembre, mentre gli huthi sfondavano sulla costa, il tragicomico principe saudita noto per acronimo ha telefonato due volte al suo amico e socio in affari Donald Trump chiedendogli di bombardare i ribelli yemeniti, che nel frattempo riprendevano il tiro al bersaglio contro il territorio del Regno.

Il presidente americano ha gentilmente declinato, spiegandogli che preferisce lasciare ai partner regionali la leadership nella gestione delle crisi regionali. 

Venuta meno la Pax Americana, dunque la garanzia di sicurezza statunitense, Riyad ha quattro alternative. 

Prima: sottomettersi a Israele entrando negli accordi di Abramo e diventando protettorato dello Stato ebraico, in cogestione con gli Emirati Arabi Uniti. 

Seconda: sottomettersi all’Iran, opzione che i dignitari sauditi stanno necessariamente valutando. 

Terza: rifugiarsi nella potenza e nella sapienza imperiale della Repubblica di Turchia. 

Quarta: diventare teatro della sanguinosa competizione tra le tre potenze regionali e loro multiformi agenti di prossimità. 

L’America benedirebbe il primo scenario. Considererebbe il secondo e il terzo in primo luogo un problema di Israele, da risolvere con il rivale a cui non tocca il boccone saudita. Si rassegnerebbe al quarto. 

La Turchia ha colto questa tendenza da un paio di decenni e malgrado incidenti di percorso come le primavere arabe e l’omicidio di Khashoggi si è inserita prepotentemente nella partita con l’accordo della Mecca dello scorso agosto. Iniziativa che segnala la volontà strategica di surrogare l’America, evitando di commettere gli errori dell’America.

(da Limes)

Dilemma IA: corsa o freno?

Tra catastrofisti e tecno-ottimisti, l’allarme sull'IA svela un vuoto più profondo: nessuna difesa regge se non è condivisa, ma l’ordine multilaterale che dovrebbe garantirla è in frantumi.


Nelle ultime settimane il clima di entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale ha lasciato il posto a una serie di timori catastrofisti. L’8 settembre Jacob Coxon ha lasciato Anthropic dopo tre anni di ricerca sui modelli linguistici, prima in OpenAI e poi nella società fondata dai fratelli Amodei. E lo ha fatto con un lungo post che in poche ore ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni, seguito nella stessa giornata da un’intervista al Wall Street Journal: le due aziende, sostiene il ricercatore, non stanno agendo responsabilmente e stanno correndo dritte verso una catastrofe, “giocando d’azzardo con le nostre vite”....

L'articolo di Alessia de Luca è a questo link:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dilemma-ia-corsa-o-freno-245139

Credere in ciò che unisce è il coraggio della pace

Da Antonella Sberna a Luciano Portolano, da Orazio Schillaci a Maurizio Leo, istituzioni ed esperti si sono confrontati a Roma sul valore della pace come bene comune da costruire attraverso responsabilità, cooperazione e coraggio. 


La pace non è assenza di conflitto. È una scelta. In famiglia, nelle relazioni, nella società e nel mondo del lavoro. Unisce questa consapevolezza il dibattito promosso il 16 settembre scorso, per la prossima Giornata internazionale della pace, da Remind – associazione delle buone pratiche dei settori produttivi della Nazione, nella quarta edizione de Il coraggio della pace by remind tenutasi a Palazzo del Commendatore, a Borgo Santo Spirito, Roma....


Il racconto di Elvira Frojo è a questo link:



Alla vigilia dell'incontro tra Trump e Xi Jinping un contributo per capire la Cina

In questa conversazione con Formiche.net Francesco Sisci racconta il suo nuovo libro che esplora le radici storiche e culturali della strategia cinese, influenzata dall’isolamento geografico e dalla concezione del potere.


Sisci analizza come la Cina contemporanea, con la sua visione centralizzata e adattativa, si confronta con un mondo interconnesso e competitivo, diverso dal contesto storico in cui si è sviluppata. La differenza filosofica tra l’approccio occidentale e quello cinese, basato sul Tao, complica la comprensione reciproca tra Cina e Stati Uniti, influenzando le loro strategie globali.

L'articolo di Emanuele Rossi è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/capire-la-cina-oltre-xi-una-chiave-nel-libro-di-sisci/#content

Bartov: «Il mondo deve fermare Israele. Solo così eviterà di distruggersi»

L'israelo-statunitense Omer Bartov, tra i massimi esperti della Shoah, punta il dito contro la rimozione in atto nel suo Paese: «Un crimine contro l’umanità, invece di destare scandalo, viene legittimato o ignorato»


«E sia dannato chi dice: “Vendica!”. Una simile vendetta, per il sangue di un bambino, Satana non l’ha ancora concepita». Sono trascorsi 123 anni da quando il poeta e fervente sionista Chajim Nachman Bialik scrisse questi versi all’indomani del pogrom di Chisinau, in cui furono massacrati 49 ebrei, tra cui diversi minori. Un grido di denuncia contro il più atroce dei delitti: l’assassinio dei bimbi, le vittime ...

L'intero articolo a questo link:

https://www.avvenire.it/mondo/lo-storico-bartov-il-mondo-deve-fermare-israele-solo-cosi-evitera-di-distruggersi_113076

Beirut, la lunga strada verso la verità. Aoun sotto accusa per l’esplosione del porto

 Fonti giudiziarie hanno fatto trapelare che il procuratore presso la Corte di cassazione avrebbe chiesto di procedere nei confronti dell’ex presidente Aoun perché avrebbe saputo dell’enorme pericolo e nulla fece per impedire l’esplosione del porto di Beirut il 4 agosto 2020. Se Beirut tornerà a indicare la rotta del Paese di cui è capitale in buona parte dipenderà da questo processo. 

Il primo leader mondiale a recarsi a Beirut dopo la terrificante esplosione del suo porto commerciale, avvenuta il 4 agosto 2020, il presidente francese Macron,propose l’istituzione di un tribunale internazionale per l’accertamento della verità. La città era ancora devastata dalla più grave esplosione non atomica mai verificatasi al mondo: 220 morti, 6500 feriti, interi quartieri dichiarati inagibili. Ma l’allora Presidente del Libano, l’ex generale Michel Aoun, rifiutò l’idea, dicendo che altrimenti la verità sarebbe stata annacquata. Poi il magistrato inquirente, Tareq Bitar, cominciò ...

La riflessione di Riccardo Cristiano è a questo link: