La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza
Certamente le tre parabole che la Liturgia ci presenta in sequenza in queste tre domeniche riguardano il rifiuto dell’annuncio della salvezza e la possibilità che altri ci precedano nel Regno dei cieli. C’è un altro pericolo: il pensare che questo riguardasse i sacerdoti e gli anziani di Israele e oggi solo chi ci guida. In questo modo ci si chiama fuori dall’appello che queste parabole pongono a tutti in tutte le epoche, anche nella nostra che nelle comunità cristiane siamo tutti responsabili di tutti. Certo ci sono servizi e ruoli diversi ma siamo un unico “laos”, un unico “popolo”; anche i preti lo sono e vi appartengono alla pari di tutti. Non bisogna dimenticare che il clericalismo (sorto nel IV secolo per risolvere e svolgere una funzione amministrativa nell’impero romano) è stato definito da papa Francesco come “il tumore del cristianesimo”.
È stato notato come il finale della parabola della scorsa domenica (il padrone, la vigna e gli operai chiamati a lavorare anche all’ultima ora prima del tramonto) era rimasto aperto e ci veniva chiesto di misurarci sulla reazione alle parole del padrone. Aveva risposto alle proteste di coloro che avevano ritenuto ingiustificato che tutti avessero ricevuto il medesimo salario, sia chi aveva faticato l’intera giornata, sia chi solo l’ultima ora e aveva chiesto loro fossero invidiosi perché lui era buono.
Sotto ci stava una chiara critica alla concezione del rapporto con Dio come una prestazione di servizio, che conduce a misurarlo anche rispetto a quello degli altri, in una specie di competizione tra primi ed ultimi. È difficile staccarsi dalla religione dei meriti e credere nella totale gratuità dell’amore di Dio.
La lettura di oggi dal profeta Ezechiele sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (Ez 18,25). Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi.
È facile considerarsi suoi figli possibilmente “prediletti”. È difficile percepire queste parabole come rivolte personalmente a noi stessi, come possano interessare e coinvolgere i rapporti tra tutti i componenti delle Comunità, compresi chi le guida. È invece questo l’esercizio che ci viene chiesto a partire dalla domanda iniziale che fa Gesù nell’Evangelo di oggi: “Che ve ne pare?”. In questo modo la parabola ci coinvolge direttamente e diventa significativa nel confronto con il nostro modo di fare.
La parabola riguarda l’invito del Padre di andare a lavorare nella vigna ai suoi due figli; uno rispose di sì ma non ci andò; l’altro, al contrario, rispose di no ma poi si pentì e ci andò. A questo punto c’è l’altra domanda di Gesù: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?” e la risposta è ovviamente scontata.
Ma per noi quale incidenza nella nostra vita quotidiana ha l’invito che ci viene rivolto di andare oggi a lavorare nella vigna? Come rispondiamo a questo invito? Il nostro agire è poi conseguente ad una vita di sequela, di attenzione all’altro da noi stessi o si convive tranquillamente con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni dei compromessi?
Quelli che non credono, quelli che pensiamo lontani, che hanno il coraggio di dire no “i pubblicani e le prostitute” ci precederanno perché sono consapevoli della loro realtà e non accampano nulla nei confronti di Dio. È difficile il cammino per smettere di ritenersi giusti, rinunciando all’orgoglio di quelle che si ritengono “le opere buone” compiute, abbandonando le sicurezze che derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole. Solo allora si riuscirà a gioire nel sentirsi salvati dall’amore gratuito del Padre.
Nella parabola anche il secondo figlio ha il coraggio di dire no ma poi va nella vigna. È sincero, non si nasconde dietro al dito della sua presunta perfezione, prende coscienza di un conflitto dentro se stesso e muta opinione. Il credere non ci risparmia dallo sbagliare, ma offre sempre la possibilità di riconoscere l’errore commesso. Il pentirsi è di chi ha coraggio e attesta che l’essere persone libere innanzitutto dal proprio narcisismo e che il peccato non ha l’ultima parola.
La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli” (Mt 7,21)
(BiGio)