La vigna non è “infeconda”, per questo non c’è una sua devastazione assieme ai contadini, ma un nuovo inizio.
In queste settimane la Liturgia ci accompagna a comprendere l’attenzione di Gesù verso quello che può accadere all’interno delle Comunità, nella cura che è necessario avere nei rapporti tra i suoi componenti. Nella vita, nella vigna del Signore è importante avere più attenzioni a partire dalla prassi del perdono nella correzione fraterna, nella necessità di prendersi cura l’uno degli altri, nei percorsi di revisione e capacità di tornare sui propri passi.
Ci è stato chiesto di verificare la nostra disponibilità di rispondere positivamente all’invito di “andare a lavorare nella vigna”, di comprendere quale sia la “qualità” dei nostri rapporti con il Padre: se improntati alla gratuità o come una prestazione di servizio, fatto che conduce ad essere reciprocamente competitivi e di misurarci tra primi ed ultimi.
Oggi ci è chiesto di confrontarci con la terza parabola della vigna che in queste domeniche ci sono state presentate in sequenza, su quale sia il nostro rapporto con questa nella quale siamo stati invitati ad andare a lavorare e ci è stata affidata.
Quando Gesù aveva provato a verificare e a far provare ai suoi discepoli a “navigare” da soli, questi alla fine si trovarono molto in difficoltà tra i flutti delle onde che sono l’immagine dell’agire del mondo. Oggi non sembra vada meglio tutt’altro, va anche peggio. Appare una brama di possesso non solo dei frutti della vigna ma della stessa, c’è una spinta fuori misura che giunge alla perdita di ogni senso di umanità, c’è prevaricazione, abuso, violenza fino all’omicidio. Il Padrone della vigna ha dato fiducia, libertà di azione, possibilità di sviluppo e raccoglie l’affermarsi di un pensiero di possesso escludente ogni altra possibilità, ogni capacità di rapporto anche solo razionale se non riconoscente.
Quando ci viene affidato qualcosa, di questa siamo responsabili e dovremmo essere sempre coscienti che prima o poi dovremo riconsegnarla. Questo dovrebbe farci far memoria della parabola dei talenti. Per non dimenticarci di questo la Tradizione suggerisce ed invita ad avere tre momenti di riflessione ogni giorno: alla mattina, a metà giornata, alla sera. All’inizio di ogni giorno, quando la luce dell’aurora ridà forma a quanto ci circonda dissipando l’oscurità, è il momento di accogliere la creazione che ci viene affidata perché la portiamo al suo compimento con il nostro lavoro. Alla sera siamo chiamati a riconsegnarla, mentre a metà giornata l’invito è di ringraziare per i doni della terra frutto anche del nostro lavoro con i quali ci cibiamo. Invece pensiamo di essere diventati padroni del creato violentandolo con il nostro agire irresponsabile e brutale verso la stessa natura e tutti coloro che dovrebbero trovarvi vita e non morte.
La violenza nella parabola è posta in maniera molto brutale, ma nel quotidiano le forme di violenza sono molte e in genere molto sottili come il non ascolto, l’emarginazione, la non accoglienza, il disinteresse, l’imposizione della propria volontà, l’usare due pesi e due misure, l’essere intrusivi, il non essere rispettosi e attenti alle esigenze degli altri.
Gesù chiede a chi ha ascoltato questa Parabola, anche a noi dunque, che cosa dovrebbe fare il padrone della vigna quando verrà di persona. Ci si deve attendere una azione altrettanto dura da parte del padrone e darà la vigna ad altri contadini più rispettosi del contratto stipulato?
Ma Gesù segue un’altra logica. Non approva le parole di morte pronunciate dai suoi ascoltatori, propone invece l’agire di Dio: non risponderà distruggendo il malvagio e neppure fingendo che il male non sia stato commesso. Questo rimane, non può essere azzerato. Interverrà invece per farlo servire al bene e richiamando la Scrittura, cita il Salmo 118: “la pietra scartata diventerà testata d’angolo”. Ecco la differenza tra l’agire umano e l’agire di Dio che “scrive diritto sulle nostre righe storte”, raccoglie i nostri scarti e con questi apre nuovi futuri e conclude raccogliendo la seconda parte della risposta avuta perfezionandola: la Vigna, il Regno sarà dato ad altri che, facendola fruttificare, la porterà a realizzarsi. Questi “altri” sono anche i nostri “scarti”, quei “pubblicani e prostitute” che ci passano davanti come avvertiva l’Evangelo di domenica scorsa.
La vigna (i discepoli, noi) è circondata da una siepe che rappresenta la Torà data come un guardrail perché non si vada fuori strada nel seguire il Signore e riuscire così a portare a compimento la sua opera. Non è “infeconda”, per questo non c’è una sua devastazione assieme ai contadini, ma un nuovo inizio. “Sradicare per piantare” è il compito dato anche a Geremia nella sua vocazione (Ger 1,10), ma anche a noi tutti nel vigilare la vita all’interno delle nostre Comunità.
(BiGio)