Il finale rimane aperto: come hanno reagito alle parole del padrone coloro che mormoravano? Hanno accettato? Hanno continuato a brontolare? Non viene detto ma ci viene chiesto di misuraci su questo.
In queste settimane Matteo ci sta mostrando come Gesù, dopo essersi preso cura dei discepoli come singole persone, sia passato a guardare i problemi che possono nascere all’interno delle Comunità a partire dalla sua, quella dei dodici.
Per comprendere il perché della parabola di oggi è necessario conoscere quanto avvenuto immediatamente precedentemente. Gesù ha affermato che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli”; i discepoli rimasero costernati e chiesero chi dunque si potrà salvare. La risposta è stata chiara: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. A questo punto Pietro chiese che cosa ci guadagneranno loro che hanno lasciato tutto per seguirlo. Gesù risponde che chiunque avrà fatto come loro “riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” e aggiunge che “molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi” (Mt 19,23-30). Quindi anche se immediatamente prima ha detto loro che saranno seduti su dodici troni accanto al suo nel giudizio alle tribù di Israele, quest’ultima battuta può aver recato nuovo sconcerto e apparsa contradditoria.
Gesù sente allora la necessità di spiegare e racconta la prima delle tre parabole sulla vigna che si trovano nell’Evangelo di Matteo anche per disincentivare aspettative di ricompense particolari, tanto è vero che la chiusa della parabola ribadisce che “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”. È un’attenzione e un richiamo che Gesù fa alla sua Comunità, alle nostre Comunità sulle dinamiche che devono essere vissute al loro interno non rimanendo ripiegate su loro stesse, ma sempre capaci di allargare lo sguardo oltre il proprio interesse e aspettative, anche a quelle individuali.
Il padrone della vigna compare quasi affannato alla ricerca lungo tutta la giornata di operai ed è l’immagine di un Dio che desidera l’incontro con gli uomini, ne è sempre alla ricerca coinvolgendosi con loro, con le loro esigenze e necessità. È questo al centro del suo interesse più che le esigenze della vendemmia che non vengono nemmeno accennate.
Oltre al padrone della vigna, immagine di Dio, gli altri personaggi sono gli operai (i discepoli) che in momenti diversi della loro vita rispondono alla chiamata; la vigna è la comunità cristiana tra i cui tralci il lavoro non manca; la giornataè la vita di ciascuno e la sera: il momento del giudizio di Dio.
Con i primi operai aveva concordato un denaro di compenso, ai secondi aveva assicurato “ciò che è giusto”, agli ultimi non aveva detto nulla. Ma al momento della paga i lavoratori rimangono costernati e l’incomprensione nasce dalla poca chiarezza su cosa il padrone intendesse per giusto. Gli operai l’hanno recepito in base ai loro criteri di giudizio e si sono convinti che egli avrebbe tenuto conto dei meriti; il padrone invece segue una sua giustizia e distribuisce i suoi beni in modo completamente libero e gratuito. Non fa torto a nessuno, ha solo deciso di non prendere in considerazione i meriti; ha dato a tutti secondo il bisogno e, naturalmente, i primi ad essere beneficati sono stati gli ultimi, i più poveri. Questa è la sorpresa di Dio, questo è il suo “strano” modo di concepire e di praticare la giustizia.
È la denuncia più chiara e provocatoria che si possa immaginare della religione dei meriti purtroppo sostenuta da molti anche oggi. Con la sua parabola, Gesù distrugge, per sempre, questo modo farisaico di rapportarsi con Dio. Invece l’amore del Signore non lo si compera, non lo si conquista, non può essere valutato sulla base delle opere buone, lo si riceve gratuitamente e in proporzione al bisogno, nessuno può sentirsi in credito con lui.
Gli operai giunti alla prima ora hanno di certo faticato di più ma hanno anche goduto fin dal primo mattino della presenza del Signore, della sua Parola. Gli ultimi giunti hanno perso molto di questa possibilità ma questo non fa “arrabbiare” Dio, può forse dolersene delle occasioni mancate, ma ora è contento perché ha raggiunto anche loro e loro hanno accettato senza alcuna costrizione.
Quindi l’invito di Gesù è quello di evitare ogni competizione all’interno delle Comunità nelle quali tutti sono fratelli, operai al medesimo modo nella vigna, nessuno è superiore agli altri. Chiede di fare attenzione su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c’è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è “giogo soave e leggero” (Mt 11,30) e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione. E nemmeno di invidia.
Il finale rimane aperto: come hanno reagito alle parole del padrone coloro che mormoravano? Hanno accettato? Hanno continuato a brontolare? Non viene detto ma ci viene chiesto di misuraci su questo.
(BiGio)