Questo di oggi non è il racconto di un altro prodigio (Gesù cammina sulle acque), ma una pagina di teologia che desidera farci comprendere più di un aspetto di che cosa comprenda la vita di una comunità cristiana nella storia.
Dopo la notizia della morte del Battista Gesù aveva cercato un tempo di silenzio per fare memoria di quanto condiviso, raccoglierne l’eredità, capire come custodire e proseguire facendo tesoro della sua esistenza. Ma non gli era riuscito, una folla lo aveva preceduto sul luogo nel quale aveva pensato di ritirarsi e, difronte ai loro bisogni e sofferenze, prova compassione e non si sottrae. Anche i discepoli si interrogano sul bisogno di mangiare che avrà la folla e Gesù li invita a mettersi in gioco condividendo quel poco che hanno e ne avanzerà.
“Subito” dopo, prima ancora di congedare la folla, “costringe” i discepoli a risalire in barca e a dirigersi verso l’altra riva del lago. Lui rimane finalmente da solo a pregare nel silenzio della notte. Prima ancora dell’alba si muove per raggiungere i discepoli camminando sulle acque. Non è il racconto di un altro prodigio, ma una pagina di teologia che desidera farci comprendere più di un aspetto di che cosa comprenda la vita di una comunità cristiana nella storia.
La barca rappresenta la comunità, nell’attraversamento del mare trova vento contrario e fa fatica a raggiungere il suo obiettivo, il lago è in tempesta, le onde sballottano la barca ed è notte. Il buio è l’immagine del disorientamento, del dubbio che coglie anche il credente più convinto. In certi momenti, persino chi è animato da una solida fede si sente solo, fa l’esperienza angosciante del silenzio di Dio e si chiede se le sue scelte, i suoi sacrifici, il suo impegno per il bene abbiano un senso.
Le acque e la forza delle onde che sballottano e stanno quasi per travolgere i discepoli che fanno fatica a governare la barca pur essendo esperti pescatori. Sono prove alle quali sono, saranno e siamo costantemente sottoposti.
È anche la prima volta che si trovano soli senza la loro guida alla quale si affidavano totalmente per risolvere ogni problema. Gesù li “costringe” nuovamente a mettersi in gioco come ha appena fatto chiedo loro di “darsi da mangiare” alla folla e si trovano in difficoltà a realizzare quello che Gesù ha chiesto loro: raggiungere l’altra riva. Non ci riescono in una intera notte quando bastano una manciata di ore.
La Chiesa, le comunità non hanno obiettivi loro; hanno il compito che Gesù ha loro affidato: immergere (=battezzare) nel Regno del Padre ogni realtà. Certo gli strumenti cambiano costantemente ma la riva da raggiungere rimane quella. Non si deve confondere questa con i mezzi che altrimenti diventano onde che possono travolgerci.
Ci si sente soli quando al posto del Signore mettiamo la nostra intelligenza, le nostre iniziative, le nostre analisi, i nostri strumenti. Certo servono ma solo se si ha coscienza che l’Emmanuele, il Dio con noi, è e rimane Lui, se il nostro sguardo rimane fisso su di lui, ma anche con la più grande fede non è sempre facile percepire la sua presenza, la sua guida. Il percepirlo non è mai una cosa da dare per scontata ma sempre da decifrare, da scoprire.
Il dramma di quei discepoli, come il nostro, è la coscienza del mandato ricevuto da Gesù e lo scoprirsi impotenti a realizzarlo. Qui nasce una frustrazione che può portare al dubbio, alla paura, alla contestazione, alla protesta anche nei suoi confronti che sono difficoltà reali alla nostra possibilità di riconoscerlo quando si avvicina a noi; non siamo noi che andiamo verso di lui, è sempre il contrario e questo episodio lo conferma.
Vedendolo, i discepoli sulla barca lo scambiano per un fantasma e urlano di paura e “subito” (è la seconda volta che questo avverbio di tempo compare in questo brano, ce ne sarà una terza) Gesù li rassicura “Io sono (sono in greco le due lettere iniziali del nome di Dio e non “sono io” come traduce la CEI), non abbiate paura”. Pietro però rimane incerto e lo sfida: “se sei tu (esattamente come il diavolo nel deserto, tanto è vero che più avanti Gesù lo rimprovererà chiamandolo proprio “satana”) comandami di venire verso di te sulle acque”. Il suo desiderio è accolto ma si impaurisce e sta per affondare allora “grida Signore, salvami! E subito Gesù tese la mano, lo afferrò”. È interessante: quando aveva chiamato Simone, l'aveva invitato ad essere pescatore di uomini e invece è lui che deve essere pescato… risaliti sulla barca il vento e le onde cessarono.
Le mani di Gesù sono e rimangono sempre tese, pronte a rialzare chi è caduto pur all’interno di un rimprovero che suona con dolcezza: “Perché hai dubitato?”. È questo che lo fa riconoscere come il Figlio di Dio. È questo l’insegnamento per noi e per l’intera Chiesa in questo periodo per alcuni segnato da difficoltà, separazioni, durezze, contrapposizioni.
(BiGio)