Ma Dio ripaga con la stessa moneta? la violenza? Le immagini drammatiche non desiderano descrivere ciò che avverrà alla fine dei tempi, ma presenta ciò che il Padre desidera che l’uomo faccia oggi: vivere di un amore unilaterale comunque, che è quello della croce.
Si è visto come Gesù progressivamente abbia condotto la sua attenzione all’interno di una precisa idea su come guidare ed istruire i suoi discepoli, come sia pronto a fare un passo indietro per riprendere aspetti non ancora affrontati ma importanti come quello del perdono sia all’interno della vita di comunità (domenica scorsa), sia tra i singoli componenti della stessa (oggi).
Nell’insegnare come pregare (il Padre Nostro) aveva già affrontato questo tema ma poi era rimasto in sottofondo senza una ripresa specifica. Certo, l’amore incondizionato del Padre disposto sempre a dare nuovo credito, nuova vita è sempre stato al centro del messaggio di Gesù ma cosa significa? Quale legame c’è tra il perdono del Padre a noi e quello che noi diamo a chi ci offende o commette qualche colpa nei nostri confronti? Quel “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15) non può forse avere un po’ di sapore di un ricatto?
L’argomento non era sconosciuto e le Scuole Rabbine all’epoca avevano elaborato una specie di “tariffario” misurato sul numero di volte per il quale Dio perdona. Questo numero era il “tre”, numero primo che afferma la completezza, la totalità e la perfezione, quindi si poteva già intendere all’infinito, sempre.
L’insegnamento avrebbe già dovuto essere chiaro: la richiesta di perdono a Dio è credibile se accompagnata dalla disponibilità e dalla concreta pratica del perdono fraterno. Sin da quell’epoca nell’ebraismo a Yom Kippur, il giorno dell’espiazione e del perdono, vengono perdonati i peccati commessi contro Dio solo se prima ci si è rappacificati con i propri fratelli. A questo si richiama Gesù quando ha detto nel discorso della montagna: “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).
Ma l’uomo ha bisogno di regole fisse e chi gestiva il Tempio gliele dava. Alla ventina di immagini usate dalla Bibbia per definire il peccato, negli ultimi secoli prima di Cristo se n’era aggiunta un’altra che aveva finito per prevalere: quella del debito nei confronti di Dio. Le persone semplici del popolo si sentivano sempre in arretrato con i “pagamenti”. Preghiere, sacrifici, offerte, digiuni, opere buone non bastavano mai per compensare le innumerevoli infrazioni della Legge; ci si “indebitava” sempre di più con il Signore.
Ecco allora che Pietro, di nuovo, si avvicina a Gesù, forse cercando un colloquio a tu per tu come aveva fatto dopo il primo annuncio della passione per cercare di convincerlo del contrario. Qui però chiede solamente lumi perché si trova sconcertato. Ha imparato la lezione e pensa che abbondando riceverà almeno un cenno di acconsentimento, quindi dice “sette volte”, più del doppio delle tre volte che per lo più allora veniva indicato e preso alla lettera. La risposta di Gesù va ben oltre: non sette volte che già significava “sempre” ma settanta volte sette, cioè oltre all’infinito e racconta una parabola per chiarire che cosa intenda e significhi perdonare.
Un servo ha accumulato, non si sa in che modo, un debito immenso non rimborsabile in alcun modo, supplica il padrone che glielo condona tutto: non c’è nulla che Dio non perdoni, non c’è colpa superiore al suo immenso amore.
Ma, continua Gesù, quel servo ha un piccolo credito con un suo pari e non recede alla richiesta di rimborso mentre Dio si aspetta da noi la sua stessa “compassione” (Mt 6,48). Chi è in difficoltà va aiutato “settanta volte sette” e non affossato togliendogli il respiro; avere compassione significa restituire vita a chi non ne ha. Dio si attende che impariamo da lui mentre il servo condonato non ha imparato nulla dalla sua vicenda e continua ad indebitarsi perché toglie “vita”, non ne “dona”. Il perdono ricevuto non ha portato alcun cambiamento in lui, nella sua vita.
Gli altri servi sono “addolorati” e lo riferiscono non per fare la spia, ma per un atto di amore che vedono ferito.
La conclusione potrebbe sembrare sconcertante: il Signore ripaga con la stessa moneta? Ma la parabola non vuole presentare un Dio che perdona sempre e comunque l’uomo e che chiede di fare altrettanto? In realtà le immagini drammatiche non desiderano descrivere ciò che avverrà alla fine dei tempi, ma presenta ciò che il Padre desidera che l’uomo faccia oggi: vivere di un amore unilaterale comunque, che è quello della croce.
(BiGio)

