Atefa Ghafoory, la giornalista in esilio: «L’arma delle donne afghane è la conoscenza»

Scappata dall'Afghanistan nel 2021, dopo una fuga durata tre mesi, la giornalista Atefa Ghafoory vive in esilio in Svezia. Da lì segue le proteste di Herat contro i Talebani. «Sogno il giorno in cui il controllo dell’Afghanistan sarà nelle mani di donne capaci e consapevoli e che la pace possa finalmente lenire le ferite del mio popolo»


«Ho pianto per le ragazze di Herat. Comprendo il loro dolore con tutta me stessa. Da lontano combatto con la mia arma silenziosa, la penna che tengo in mano. Combatto affinché le ragazze del mio Paese possano un giorno respirare la libertà e vivere davvero. Scrivo e protesto contro tutte le amarezze che le donne afghane stanno attraversando». Dall’esilio in Svezia dove, continua a lavorare per sostenere l’istruzione delle donne afghane, Atefa Ghafoory, giornalista pluripremiata  segue con apprensione le notizie che arrivano dalla sua terra....

L'intervista di Cristina Giudici è a questo link:

https://www.vita.it/atefa-ghafoory-la-giornalista-in-esilio-larma-delle-donne-afghane-e-la-conoscenza/

Il carcere visto “da dentro”, tra dolore e speranza

Non è il solito libro sulla detenzione. Con Trovate la speranza o voi che entrate. Il carcere tra pena e possibilità , Fabrizio Pomes accompagna il lettore dentro il mondo del carcere con uno sguardo autentico, umano e profondamente vero.


Il libro non racconta solo attraverso numeri, cronaca o slogan: qui il carcere prende voce attraverso le persone, le emozioni, i silenzi e le relazioni. La forza del libro sta proprio nella sua capacità di farci entrare in quella realtà senza filtri. Si sentono il rumore delle chiavi, il peso delle porte blindate, il tempo che sembra non passare mai. Alcuni passaggi restano impressi perché riescono a raccontare in poche righe ...

L'intera recensione di Maria Caterina Bombarda è a questo link:

https://www.settimananews.it/libri-film/il-carcere-visto-da-dentro-tra-dolore-e-speranza/

MH: la Chiesa nel “cantiere” dell’era digitale (terzo commento)

Nella storia dell’umanità ci sono stati momenti in cui una scoperta ha cancellato una delle linee di confine che permettevano all’uomo di pensarsi centro del mondo. 


 Copernico eliminò la discontinuità tra il mondo terrestre e il resto dell’universo fisico: la Terra non è il centro, è un pianeta tra altri. Darwin eliminò la discontinuità tra gli esseri umani e il resto del mondo organico: l’uomo non è una creatura separata, è un animale tra altri. Freud eliminò la discontinuità tra il mondo razionale dell’ego e il mondo irrazionale dell’inconscio: l’uomo non è padrone in casa propria. Il filosofo americano Hubert Dreyfus aveva ipotizzato una quarta discontinuità: quella tra esseri umani e macchine. L’assottigliamento di quel confine spiega la paura della sostituzione e la domanda che percorre come asse portante l’attuale dibattito pubblico: «L’IA è intelligente? Ha coscienza? Ci comanderà?».

La riflessione di Edoardo Mattei è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/mh-la-chiesa-nel-cantiere-dellera-digitale/

Ripensare la penitenza

Si è concluso il percorso di ricerca seminariale promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto sul quarto sacramento, avviato in tempo di pandemia e orientato ora ad affrontare nuove sfide: cercare vie per concretizzare i risultati nella prassi pastorale, in particolare attraverso un’azione divulgativa, formativa e magari anche di sperimentazione e di monitoraggio, sempre entro le coordinate del rituale in uso.


In un contesto ecclesiale nel quale, da tempo, si lamentava la crisi del sacramento e lo smarrimento del senso del peccato, un tale riscontro aveva suscitato una certa sorpresa e alcune domande. Era stata la diffusa esperienza di vulnerabilità a risvegliare il bisogno di perdono? O era l’assoluzione generale ad aver sollevato le persone dalla ritrosia a riconoscere il loro male di fronte a un confessore? O entrambe le cose? Si percepiva comunque che c’era molto altro su cui interrogarsi....

L'articolo di Assunta Steccanella che presenta i risultati dei valori è a questo link:

https://www.settimananews.it/sacramenti/ripensare-la-penitenza/?utm_source=newsletter-2026-06-09

Libertà religiosa sotto pressione

Il governo federale tedesco prevede l’istituzione di un Commissario per la libertà di fede e religione, il cui ufficio pubblica ogni due anni un Rapporto sulla libertà di fede a livello mondiale. Da un anno riveste questo ruolo Thomas Rachel, parlamentare CDU (partito popolare) e di confessione protestante.


È stato intervistato per Katholisch.de da Steffen Zimmerman

– Onorevole Rachel come valuta personalmente il primo anno di pontificato di papa Leone XIV? 

Ho incontrato papa Leone a Roma e abbiamo parlato brevemente. Abbiamo subito sentito una forte sintonia sul tema della libertà religiosa. È una personalità straordinaria: lucido, cordiale e disponibile. Soprattutto negli ultimi mesi, ha dimostrato, anche in tempi così turbolenti sulla scena mondiale, di sapere trasmettere il messaggio del Vangelo con voce forte e serena. È davvero personalità di rilievo.  ...

L'intera intervista è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/liberta-religiosa-sotto-pressione/

Dai Fridays for future a Extinction rebellion: che fine ha fatto la lotta dei giovani per il clima?

La costellazione del movimentismo climatico ha cambiato faccia: il Covid-19 e i nuovi disordini globali sembrano aver spostato l’attenzione dei giovani su altri temi rispetto al clima, ma in realtà sempre più ragazzi concordano sul fatto che la tutela dell’ambiente non possa essere separata dalla giustizia sociale

Sembrano lontani i tempi delle piazze piene di giovanissimi con bandiere e striscioni verdi. Quelli in cui Greta Thunberg ogni venerdì si appostava davanti al parlamento svedese con il suo cartello «skolstrejk för klimatet», sciopero scolastico per il clima. Da quando la sua comunicazione si è spostata su Gaza e il popolo palestinese, molti l’accusano di aver abbandonato la causa, e l’impressione diffusa è che la questione climatica sia stata dimenticata dai giovani.  Che i Fridays for future si siano quasi completamente spenti come movimento sembra evidente ...

L'articolo di Arianna Salvatori è a questo link:

Domenica XI PA - Mt 9,36-10,8

Ma perchè il Padre invii operai serve pregare? Stando al racconto di oggi non pare proprio ...


Dopo il dono della Pasqua, la riconciliazione di Dio con la sua creazione e quindi della pace, con le due feste celebrate della Trinità e del Corpus Domini, abbiamo iniziato questo lungo periodo dell’anno liturgico che ci porterà alla sua conclusione con la festa di Cristo Re.

Domenica scorsa il Signore si è consegnato a noi perché “masticando” la sua “carne”, cioè la realtà del Cristo comprese le sue debolezze, possiamo assimilarlo e così essere oggi il suo corpo, le sue mani nella nostra storia, nella nostra vita. La Liturgia da oggi ci proporrà di comprendere, seguendo l’Evangelo di Matteo, cosa questo significhi e ci chieda.

Questa domenica la pericope pare presentare alcune incongruità. Gesù provando compassione per le folle che vede “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” o “oppure come un campo nel quale l’abbondante” messe è pronta per essere raccolta ma non c’è nessuno che lo faccia, invita a pregare il Signore perché mandi operai a soddisfare queste due esigenze.

Qui sta il primo interrogativo. Il Signore che Gesù pare così delineare, se qualcuno non lo prega di agire, ne sta con le mani in mano a guardare le pecore che si disperdono e la messe a marcire sul campo. Questo però non è colui che nelle Scritture ebraiche progressivamente si è rivelato, un Dio che si prende cura della pecorella ferita, che si china sulle sofferenze di un popolo che ancora non lo conosce per dargli gli strumenti per liberarsi dalla schiavitù opprimente nella quale si trovava, che lo guida sostenendolo nel deserto e provvedendo alle sue necessità, che dona continuamente la sua Parola per conformarlo al Patto che ha suggellato con lui.

Poi, però, senza che nessuno proferisca parola e tanto meno una preghiera così come richiesto, chiama a sé dodici discepoli per inviarli (termine che definisce e significa “apostolo”), a due a due a predicare che il regno dei cieli è vicino con il potere di scacciare gli spiriti impuri e guarire ogni infermità. Viene da chiedersi che cosa allora significhi quell’invito alla preghiera.

Infine, con a noi che ancora nella memoria risuona il comando dato da Gesù nella festa dell’Ascensione di andare a fare suoi discepoli tutti i popoli del mondo, oggi invece chiede ai dodici di non andare tra i pagani e di rivolgersi esclusivamente “alle pecore perdute della casa di Israele”. Una contraddizione?

Per sciogliere questi punti, conviene partire notando che Gesù invia in missione dodici discepoli a immagine delle dodici tribù di Israele quella realtà che Dio sul Sinai ha definito “un regno di sacerdoti e una nazione santa” a patto che diano ascolto alla sua voce e custodiscano l’Allenza stipulata (Es 19,1-6 - Prima Lettura). 

I discepoli sono poi inviati a coppie che sono il minimo di una comunità (Mt 18,20). La missione allora, sia per Israele che per i cristiani, è compito non di singoli ma di comunità. Inoltre i 12 sono persone “normali”, non ci sono dotti, scribi, appartenenti all’establishment, c’è di tutto: esattori di tasse (assimilati ai peccatori e ai pagani), galilei, cananei, giudei (“Giuda l’Iskariota” significa che proveniva da Qeriyyot, una città della Giudea). È un insieme di persone non omogenee che hanno certamente dovuto fare anche un cammino per accettarsi reciprocamente. Sono inviate a fare quanto Gesù faceva quotidianamente nel suo ministero itinerante come riassunto nel versetto immediatamente precedente alla pericope odierna: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e ogni infermità”. Ai discepoli (a tutti, anche a noi oggi) viene quindi chiesto di continuare a fare quanto lui faceva: non è questo il messaggio di domenica scorsa nella festa del Corpus Domini prima ricordata?

Per farlo è necessario far nostro anche lo “sguardo” del Signore sulla realtà che ci circonda come indica l’inizio della pericope di oggi: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36) e non è un caso isolato; lo si trova anche in Mt 14,14, in 15,32 e in 20,24. È lo “sguardo” di Dio sulla nostra realtà, quello che “vede” la sofferenza del popolo da sempre, fin dall’inizio, fin dall’Esodo: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero”. Questo sguardo non rimane a un livello emotivo ma diviene sempre azione, soccorso, aiuto, si mette nei panni degli altri e interviene per loro. Anche nell’Evangelo di oggi non si ferma alla commiserazione ma agisce senza attendere nulla. Il Padre conosce già le nostre necessità prima ancora che gliele chiediamo (Mt 6,8), ci viene ricordato che la preghiera non serve a chiedere aiuto a Dio, ma ad affidarci a lui con fiducia e, ascoltando la sua Parola, fare quello che ci chiede (come nel già citato Es 19,1).

Rimane l’ultima domanda posta all’inizio: perché rivolgersi solo alle pecore disperse di Israele? Se Gesù è stato un uomo come noi, anche lui ha fatto un percorso e nella sua vita ha modificato il suo pensiero man mano che approfondiva quello che era il compito per quale era stato inviato, nella preghiera, ovvero nell’ascolto del Padre. Sappiamo anche che era stato vicino agli Esseni e in particolare a quel settore che faceva riferimento alla letteratura enochica del movimento messianico-apocalittico. Nel libro dei Giubilei che vi fa parte, c’è una speciale halakhah(regola per la vita religiosa, etica e pratica) rivelata da Dio a protezione degli eletti di Israele, dalla quale i gentili erano drammaticamente esclusi. Una delle ipotesi è che Gesù facesse riferimento a questa. Poi però, nel suo cammino di fedeltà al Padre, ha compreso ed esteso il suo ministero all’intera umanità.

(BiGio)

 

La scommessa di Parigi: 150 attivisti israeliani e palestinesi sfidano insieme l’immobilismo diplomatico

Il 12 giugno il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha aperto all'Institut du Monde Arabe la “Conferenza israeliano-palestinese per la soluzione dei due Stati”. L'iniziativa, promossa dal ministero dell'Europa e gli affari esteri francese con Alliance for Middle East Peace (Allmep), rete internazionale che riunisce oltre 200 organizzazioni israelo-palestinesi. Intervista doppia a Nivine Sandouka, regional director di Allmep e Giorgio Gomel, presidente per l'Europa dell'organizzazione


L’iniziativa, promossa dal ministero dell’Europa e gli affari esteri francese con Alliance for Middle East Peace (Allmep), rete internazionale che riunisce oltre 200 organizzazioni israelo-palestinesi, ha un obiettivo molto ambizioso: dare spazio e maggior strumenti alla società civile per diventare interlocutore della diplomazia internazionale, portando le raccomandazioni di attivisti e attiviste ai governi e ai leader che si confronteranno al G7 dal 15 al 17 giugno a Évian. ...

Il servizio di Cristina Giudici è a questo link:


Le parole perdute: che cosa c’era nei 338 vocaboli al giorno che non ci diciamo più

Ogni anno scambiamo con gli altri 120mila parole in meno: siamo più efficienti e riduciamo gli “sprechi” verbali, ma ci sentiamo meno al sicuro e meno vicini agli altri. I ricercatori della rivista scientifica "Perspectives on Psychological Science" spiegano che quel che è venuto meno sono piccoli frammenti di quotidianità


Il signore in coda davanti a me all’ufficio postale intavola una conversazione con l’addetto delle Poste sui luoghi di villeggiatura; il proprietario pakistano del negozio dove ritiro i pacchi mi chiede dove sono nata, anche se è un’informazione che non serve per compilare il modulo: sono scambi che in Finlandia forse non avverrebbero, ma che, anche in un Paese mediterraneo come l’Italia, avvengono sempre meno....

L'articolo di Riccarda Zezza è a questo link:

https://www.vita.it/idee/le-parole-perdute-che-cosa-cera-nei-338-vocaboli-al-giorno-che-non-ci-diciamo-piu/

Ripudiare la guerra e poi continuare a esportare le armi

Per un Paese che “ripudia la guerra" pare non faccia problema l'aumento del 157% delle esportazioni rispetto al quinquennio precedente e salendo dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale. 


Ma il dato ancor più significativo riguarda le destinazioni: oltre la metà della produzione di armamenti “made in Italy” è stata diretta verso quella polveriera che è il Medio Oriente, pari al 59% del totale...

L'articolo di Giovanni Valentini è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202606/260606valentini.pdf