È il frutto di un lungo e articolato percorso di ricerca ecumenica avviato a partire dall’invasione russa dell’Ucraina e dai drammatici eventi in Israele/Palestina.
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Un seminatore distratto o incompetente?
Quattro terreni che sono in ciascuna persona contemporaneamente
Dopo aver presentato le esigenze del discepolato e dell’invio in missione per immergere nella vita del Padre l’umanità intera, Gesù ha avvisato che le difficoltà non saranno poche e che è necessario non temere.
Anche lui, come noi, ha avuto difficoltà e si è trovato davanti a incomprensioni e scarsa accoglienza della sua predicazione. Che fare? La tentazione di tirare i remi in barca può essere forte. Gesù però non si lascia scoraggiare, non alza le mani ma mette tutto davanti al Padre confermando il suo “sì” al progetto che gli ha affidato. Nella preghiera, nell’ascolto del Padre al quale si è completamente affidato, mette la sua situazione di difficoltà che non diventa occasione di scoraggiamento ma, al contrario, di conferma della determinazione di continuare nella missione affidatagli, chiedendo indicazioni, aiuto, sostegno per poter proseguire, ringraziando per l’accoglienza di quanto, pur forse poco, è stato realizzato e accolto.
L’Evangelo di domenica scorsa si è concluso con un suo accorato invito: Venite a me voi tutti e accogliete il mio progetto di vita, fatelo vostro, troverete conforto, per vincere l’aggressività; fate vostro il faticoso metodo del dialogo che non impone ma invita, è paziente e pone fiducia all’altro per camminare assieme nella diversità delle nostre ricchezze.
Oggi Gesù cambia metodo e, di fronte a una grande folla che lo costringe a salire su di una barca per poter parlare a tutti, una un linguaggio apparentemente meno diretto: quello delle parabole. Di fatto però prosegue il tema messo in campo la scorsa domenica: di fronte alle difficoltà della missione come procedere? Continuare con fiducia è la sintesi della parabola dei quattro terreni nei quali cade il seme dell’annuncio del Regno. Il racconto non è tanto, come spesso è stato detto, un invito ad esaminare introspettivamente se stessi per capire a quale terreno si appartiene, quanto un invito a continuare a seminare ad ampie bracciate senza stancarci, annunciando l’Evangelo: forse su alcuni terreni potrà non attecchire, ma quello che produrrà sarà comunque abbondante e produrrà non solo frutto ma anche sementi per una nuova semina.
La forza che Gesù desidera installare parte dal riconoscimento di quella che ha la parola del Padre fin dall’inizio della creazione quando disse “Sia la luce e la luce fu” e che poi garantisce come “la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata“ (Is 55,10-11). Quindi è necessario aver fiducia in Lui, coscienti che i suoi pensieri e i suoi sentieri non sono i nostri (Is 55,8). Lui agisce al di là delle nostre intenzioni, anche delle migliori, è Lui che determina i tempi, non le nostre programmazioni: come dice un antico proverbio portoghese “Dio scrive diritto sulle nostre righe storte”.
Ecco allora che il seminatore della parabola non è un incompetente, un distratto, uno che semina tanto per farlo, il campo non è suo e nemmeno la semente. Così i discepoli devono essere coscienti che il loro annuncio potrà incontrare, anzi certamente incontrerà, cuori induriti come il battuto arido di una strada calpestata, trafficata da carri trainati da animali. Così come sono le persone legate esclusivamente al modo di ragionare del mondo.
Poi si incontrerà sicuramente chi è incostante che si entusiasma facilmente ma che poi non ripensa, non fa tesoro di quanto ascoltato, non approfondisce, rimane in superficie e alla fine la Parola, il seme secca.
Si annuncerà a persone inquiete che rincorrono ogni situazione, che cercano di vivere sempre sulla cresta dell’onda, che si affanno per tutto cercando d’essere sempre presenti, che inseguono una visibilità e una sicurezza economica. Situazioni che alla fine soffocano il seme mite della Parola.
Certo, l’annuncio troverà anche chi sarà pronto ad accoglierlo e produrrà subito frutti abbondanti.
Ma attenzione: questi quattro atteggiamenti sono presenti simultaneamente in ciascuno di noi, in ciascuna persona. Il terreno ideale perfettamente e immediatamente fecondo non esiste se non assieme anche a quello spinoso, a quello sassoso, a quello calpestato da mille passi.
L’invito è quello di lasciare al Padre di aprire ogni cuore al suo tempo, la sua pazienza è quella di uno che è sempre alla nostra porta e continuerà instancabile a bussare (Ap 3,20) certo che prima o poi gli sarà aperto (Lc 11,5-13).
(BiGio)
Sempre più cittadini con disabilità si rivolgono ai giudici, sia italiani che comunitari, per denunciare la violazione dei diritti da parte della pubblica amministrazione ma anche dei privati.
L'articolo di Francesco Dente è a questo link:
https://www.vita.it/disabilita-il-raddoppio-delle-sentenze-racconta-i-diritti-ancora-negati/
Sempre più spesso nel dibattito pubblico si parla di ascolto della persona di minore età, ma talvolta ciò rischia di trasformarsi in uno strumento nelle mani di adulti in conflitto.
L'articolo di Sara De Carli è a questo link:
«Non è soltanto una decisione di coscienza. È una mossa strategica calcolata, che ridefinisce le regole del gioco nei confronti del presidente turco Recep Tayyip Erdogan», scrivono Itamar Eichner e Gilad Cohen su Ynet, commentando la decisione unanime con cui il governo israeliano ha riconosciuto il genocidio armeno.
La notizia e il commento sono a questo link:
https://moked.it/2026/06/29/il-riconoscimento-del-genocidio-armeno-e-il-messaggio-a-erdogan/
Tesfaselassie Medhin è eparca di Adrigat, nel nord dell’Etiopia. Quattro anni dopo la fine della guerra civile, la tensione è di nuovo alta. «Niente di quello che fu promesso con gli accordi di pace di Pretoria è stato realizzato»
L'intervista a cura di Paolo Lambruschi è a questo link:
Capita spesso (purtroppo) di trovarsi in chiese in cui non ci si trova a proprio agio sia riguardo alla celebrazione liturgica, sia nella preghiera personale. Si tratta di chiese ‘non adeguate’, non soltanto dal punto di vista estetico-formale (pur importante), ma anche – e più profondamente – da un punto di vista rituale e religioso, e quindi anche architettonico-liturgico.
Ma può capitare, al contrario, di trovarsi in chiese che sono luoghi bellissimi, ma che non sanno di liturgia. Occorre domandarsi quali siano le ragioni di questo fenomeno Al fondo credo possa esserci, sia da parte dei committenti sia da parte degli architetti, una triplice forma di “disperazione” riguardo alla liturgia che, mutuando da La malattia mortale di Kierkegaard, potremmo descrivere così: ...
L'articolo di Maria Antonietta Crippa è a questo link:
Rivolgendosi alle ragazze-madri passate nelle istituzioni ecclesiastiche della Chiesa anglicana nel Regno Unito, Sarah Mullally, arcivescova di Canterbury ha detto: «Ci rammarichiamo profondamente per la sofferenza, il trauma e lo stigma che molte persone hanno subìto e continuano a subire a causa delle pratiche di adozioni storiche (forzate) nelle istituzioni della Chiesa d’Inghilterra […]
L'articolo di Lorenzo Prezzi è a questo link:
https://www.settimananews.it/societa/inghilterra-ragazze-madri-le-scuse-anglicane/
«La fede è un’illusione? Nulla può garantire che non lo sia, se non il bisogno di credere che sperimentiamo in noi». Coloro che non credono «sono ciechi se non vedono ciò che oggi si spalanca di fronte ai nostri occhi: l’abisso che ci ha ormai quasi completamente inghiottiti».
L'articolo di Ugo Basso è a questo link:
https://www.viandanti.org/website/sergio-quinzio-tra-fede-e-disperazione/