Il “comandamento” nuovo che Gesù ci propone non è nella forma del “tu devi”, ma è un incoraggiamento: “forza, tu puoi!”. Si pone come un obiettivo da raggiungere, guarda in avanti, desidera dirci che è l’amore che apre al futuro al nostro e quello degli altri.
L’Evangelo di Matteo ci ha condotto a comprendere le attenzioni di Gesù nella formazione dei discepoli avvertendoli delle difficoltà che avrebbero incontrate tra di loro e nei rapporti con il mondo, dando indicazioni, indicando e suggerendo la strada per poter affrontare ogni situazione.
In queste domeniche si trova lui a confrontarsi con il mondo, anzi è il mondo attorno a lui che cerca di metterlo in difficoltà e, mettendo da parte ciò che li divideva anche radicalmente, si coalizzano contro cercando di farlo contraddire per screditarlo. Tre solo le situazioni che Matteo ci riporta e due sono quelle che la Liturgia ci propone. Domenica scorsa il tentativo è stato sul piano politico-sociale: la questione era se si debba o meno pagare le tasse a Cesare. Questa Domenica invece il tema riguarda prettamente la fede e la religione ponendogli una domanda con la quale siamo chiamati anche noi a confrontarci e rispondere: qual è il comandamento più importante, seguendo il quale si è certi della propria aderenza al volere del Padre?
All’epoca la risposta più comune nella tradizione ebraica era il rispetto del precetto del Sabato. Nella nostra realtà, la risposta più immediata era e forse per alcuni lo è ancora: andare a Messa alla Domenica. Il non farlo si diceva è un “peccato mortale” e se ci andava bene si finiva in Purgatorio se non direttamente in Inferno. Era considerato un “obbligo”. Punto. Il problema è che si si fermava e ci si ferma a questo livello senza comprendere il “perché” sia importante partecipare all’Eucaristia domenicale e, il farlo, non è riconducibile al rispetto di un comando, di un obbligo. È il condividere il “Pane unico” che ci rende partecipi, ci inserisce, ci trasforma nella persona del Risorto e in lui si diventa quell’unico corpo che è la Chiesa. Il non parteciparvi significa porsi fuori di questa comunione, autoescludendosi dalla vita in Cristo (ecco cosa significa “peccato mortale”).
Facendo un passo indietro, Domenica scorsa in quel “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù ha sottolineato come la moneta con l’immagine di Cesare va restituita a Cesare, a Dio va restituito ciò che a sua immagine cioè l’uomo, perché Lui l’ha creato a sua immagine e somiglianza (Gn1,27).
La risposta che oggi Gesù dà richiamandosi allo Shemà a quale sia il comandamento che riassume tutta la Legge e i 613 Precetti (numero che è la somma tra i giorni dell’anno e le componenti del corpo umano allora conosciute, vale a dire che la fede coinvolge ogni fibra dell’uomo in ogni istante), vi si ricollega: amare Dio è amare l’uomo e viceversa perché è a sua immagine e somiglianza.
Al centro di tutto sta un futuro: amerai (verbo che nelle Scritture Ebraiche compare 248 volte), vale a dire che quello che deve guidare l’uomo è l’amore e non l’ottemperare a un precetto. Negli Evangeli l’obbedienza non è mai richiesta come un atteggiamento da avere verso Dio, Gesù ai suoi discepoli chiede di seguire il suo esempio: amare come lui che ci ha amato. L’obbedienza la chiede agli spiriti impuri, alle onde, al vento, al diavolo … L’amare che ci è chiesto non è allora un sentimento da avere verso di lui, ma il farsi prossimo nella concretezza del bisogno dell’altro che ci è chiesto di porre al centro della nostra vita, uscendo dall’egoismo del nostro ego.
Gesù poi è cosciente che l’amore non si può “comandare” e quel futuro desidera dirci che in ogni caso l’amare è una possibilità per tutti. Il “comandamento” nuovo che Gesù ci propone non è nella forma del “tu devi”, ma è un incoraggiamento: “forza, tu puoi!”. Si pone come un obiettivo da raggiungere, guarda in avanti, desidera dirci che è l’amore che apre al futuro al nostro e quello degli altri. Questo non è solo il nostro domani, è soprattutto quello delle generazioni future al quale ci è chiesto di rivolgere il nostro sguardo. Come?
Innanzitutto avendo cura partendo da quello che ci attornia: la natura animale e vegetale, dell’intero creato insomma, che è la casa comune che il Padre ha preparato per l’uomo, affidandogliela perché la porti a compimento (Gn 2,15). Anche questo porta quell’immagine di Dio al quale ci è stato ricordato domenica scorsa, ci è chiesto di restituirla. Non ne siamo i padroni anche se ci comportiamo come tali cementificando, inquinando, lamentandoci quando poi questo si traduce in disastri naturali per quell’ambiente al quale dovremmo invece farci “prossimo” perché le generazioni future possano essercene grati, ma dalla rivoluzione industriale in poi si è invece operato al contrario, non operando per compensare quanto il progresso stava rovinando, guardando solo al profitto. Su questo saremo richiamati anche domenica prossima.
Nel frattempo l’invito di Gesù oggi è pressante chiedendoci di imitarlo. Lui ha preso coscienza che il Padre lo amava e lo ha ricambiato amando i suoi fino alla fine con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente. Non è una iniziativa personale, è il Padre che ci precede nell’amarci e noi possiamo solo restituire quanto ci dona condividendolo con tutti.
(BiGio)








