Giovanni vuole far intuire ai cristiani di ieri e di oggi, il percorso proposto a ogni discepolo. Le ultime righe sono un invito da imitare: la donna “corre ad annunciare ad altri” la sua scoperta e la sua felicità. È l’invito a divenire missionari: chi ha bevuto l’acqua del Signore, chi si è immerso nella sua vita, chi da lui è stato ritrovato ed abbracciato non può tenerselo per se stesso.
Nelle Domeniche dopo Natale Matteo ha presentato il “programma” di Gesù, le modalità di trasmissione e le sue esigenze che non vanno edulcorate.
Nelle prime due Domeniche del Tempo di Quaresima, due monti sono stati centrali e avversi nel loro significato: quello sul quale il diavolo ha trasportato Gesù offrendogli il potere secondo gli uomini e quello della Trasfigurazione nel quale Gesù fa la scelta contrapposta, quella del servizio fino al dono totale di sé, fino alla morte. I discepoli colti da “gran timore” erano stati invitati a non temere e ad alzarsi: una espressione che compare 365 volte nella Bibbia che richiama la radice del termine ebraico “Ashar” tradizionalmente viene tradotto con “Beati”, ma che in realtà significa stare diritti in piedi e andare avanti senza paura, senza rimanere piegati nelle proprie difficoltà, ricordando così anche l’invito fatto ad Abramo da Dio “Lekh lekha” ovvero “Va, cammina”.
La terza, quarta e quinta domenica di Quaresima dell’anno liturgico “A” presentano le fasi dell’Iniziazione Cristiana verso il Battesimo che può essere sintetizzato attraverso i simboli dell’acqua, della luce e della vita: il catecumeno uscendo dall’immersione nell’acqua battesimale, passa dalle tenebre alla luce e inizia una vita nuova in Cristo. I tre episodi sono noti: la donna di Samaria al pozzo di Sicar, il cieco nato che ritrova la vista, e il racconto della resurrezione di Lazzaro. Creano un percorso unitario che siamo tutti chiamati a rivivere verso la memoria del nostro Battesimo e il rinnovamento delle Promesse nella Grande Veglia della notte di Pasqua.
Nel suo sviluppo, il racconto dell’incontro Gesù con la donna al pozzo di Sicar presenta una vera e propria pedagogia della fede che, in un progressivo crescendo, illustra il percorso necessario per conoscere ed aderire a Gesù. Per poterlo iniziare però è necessario sapere di cosa si abbia “sete”, si desideri realmente e se si ha la capacità di lasciarsi sorprendere superando diffidenze, barriere culturali, storiche o sociali.
È quello che fa Gesù quando per andare a Gerusalemme lascia la comoda strada della valle del Giordano e si inerpica in un territorio ostile ai giudei: la Samaria. Solo, stanco, assetato, a mezzogiorno probabilmente sotto un sole cocente si trova seduto al pozzo di Sicar senza mezzi per attingere. È certamente l’ora meno opportuna per andare a prendere acqua, operazione di solito svolta all’alba o al tramonto ma, questa volta, una donna raggiunge il pozzo. Tutte le convenzioni sociali e culturali impedivano che i due si sfiorassero nemmeno con lo sguardo. Gesù non vede solo una donna e per lo più samaritana, vede un volto, una persona, ne incrocia lo sguardo, avvia un dialogo. Supera ogni barriera e chiede da bere avviando una imprevedibile conversazione alla fine della quale nessuno dei due beve acqua. Il suo bisogno accoglie l’altro in una relazione che va oltre quella sicurezza personale, che spesso impedisce anche solo di alzare lo sguardo su chi si incontra, cercando di evitare ogni relazione, coinvolgimento. È la sete dell’altro più che l’arsura della gola che lo guida.
Poi arrivano i discepoli con la spesa e lo pregarono di mangiare ma Gesù rispose “Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete (…) fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Qui la memoria non può non riandare al dialogo che ebbe due domeniche fa con il diavolo quando lo metteva alla prova cercando di sedurlo.
Ma chi è quella donna che Gesù incontra al pozzo? Non ha nome, non si dice da dove venga, la definisce il suo essere “samaritana” che equivale ad eretica, infedele a Dio. Nelle Scritture ebraiche si parla spesso del popolo d’Israele come della sposa alla quale il Signore si è legato con affetto indefettibile (Israele, in ebraico, è femminile). Queste nozze non hanno avuto esito felice. La samaritana rappresenta allora la sposa Israele, con alle spalle tutta la sua storia di amori e di adulteri; ha avuto tanti “mariti” e quello che ha ora non è il suo sposo. Al pozzo Gesù la incontra e vuole ricondurla al suo primo, unico vero amore: il Signore. “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio – Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore” (Is 54,6-7). Ecco perché Gesù “doveva” passare per la Samaria; “era stanco per il viaggio”, la distanza che aveva dovuto percorrere per ritrovare la sua sposa.
Per la Samaritana all’inizio Gesù è un semplice viandante giudeo (v. 9); poi diviene un signore (v. 11); poi un profeta (v. 19); in seguito è il messia (vv. 25-26); infine, con tutto il popolo, lo proclama Salvatore del mondo (v. 42).
Giovanni vuole far intuire ai cristiani di ieri e di oggi, il percorso proposto a ogni discepolo. Prima di incontrare Cristo l’uomo è preoccupato unicamente degli aspetti materiali della vita. Sono realtà importanti, anche indispensabili, ma non bastano; per calmare la propria sete bisogna andare oltre.
Le ultime righe sono un invito da imitare: la donna “corre ad annunciare ad altri” la sua scoperta e la sua felicità. È l’invito a divenire missionari: chi ha bevuto l’acqua del Signore, chi si è immerso nella sua vita, chi da lui è stato ritrovato ed abbracciato non può tenerselo per se stesso.
(BiGio)