IV Domenica di Quaresima - Gv 9,1-41: Il cieco nato

Domenica scorsa ci è stato chiesto di che cosa abbiamo “sete” l’Evangelo di oggi, nel racconto del cieco nato ci pone un’altra domanda: sappiamo “vedere”


Dopo i due monti delle prime due Domeniche di Quaresima, quello dell’agire secondo gli uomini e quello contrapposto dell’agire di Dio, Domenica scorsa è iniziato il cammino in tre tappe proposto al discepolo per svincolarsi dal primo ed aderire al secondo; un percorso che dura l’intera vita. La prima ci ha chiesto di interrogarci di che cosa abbiamo “sete”: solo degli aspetti materiali per vivere ai quali fa riferimento la prima montagna che porta ad avere molti “amori”, oppure si è alla ricerca di chi può svelarci il senso della nostra vita? In questo caso è però necessario avere la capacità di essere aperti alle novità, di lasciarsi sorprendere superando diffidenze, barriere culturali, storiche o sociali. Questa scoperta non potrà poi essere trattenuta per se stessi, ma porterà a “correre” per “annunciare agli altri” la propria scoperta e divenire così missionari. È questo il percorso proposto dall’Evangelo dell’incontro al pozzo di Sicar tra Gesù e la Samaritana.

L’Evangelo di oggi, nel racconto del cieco nato ci pone un’altra domanda: sappiamo “vedere”? Sappiamo interrogarci sui fatti che vediamo accadere attorno a noi? Sappiamo farlo correttamente senza pregiudizi? Gesù compare all’inizio ed alla fine di questo racconto, la parte centrale, la più lunga, propone il cammino da compiere rimanendo ancorati alla realtà e capaci anche di una ironia feconda.

L’inizio ci pone una prima domanda: nelle persone che incontriamo che cosa vediamo? Su cosa si sofferma il nostro sguardo? Sul loro vestire, sul loro modo di comportarsi, su eventuali difficoltà che esprimono, su eventuali manifeste malattie che magari respingono, fanno rimanere distanti …? In sostanza questo approccio è giudicante mentre Gesù “vede” solo un uomo che non gli chiede nulla, non una categoria, non un problema ma un essere umano, vede la sofferenza e vi si pone accanto gratuitamente. Non fa discorsi teorici, assume quella realtà con lo sguardo del Padre e manifesta il suo agire sempre e comunque a favore della vita, sempre capace solo di rinvigorirla, mai di ignorarla, tantomeno di spezzarla anche solo con il disprezzo. Non per nulla il gesto che compie non è una semplice guarigione fisica bensì richiama la creazione (Gn 2) e, come in quel racconto, poi si ritrae e lascia l’uomo a vivere nella storia capace, nella sua libertà, di continuare o meno la Sua opera in mezzo a tutte le difficoltà, le scelte da fare, le risposte da dare nell’agire e con l’agire quotidiano. Ci ha creati “altro da sé, simili a sé” ma il realizzarlo è dato alle nostre mani, alle quali tutto è possibile anche distruggere e quanto sta accadendo nella storia oggi ce lo mostra quotidianamente con toni sempre più cupi.

Il linguaggio del racconto è biblico nel suo contrapporre tenebre e luce: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12) afferma Gesù e Domenica scorsa, riecheggiando Isaia “Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza” (12,3) e ha invitato: “Se qualcuno ha sete venga a me e beva chi crede in me” (Gv 7,37). Questo richiama la richiesta di Gesù al cieco di andare a lavarsi gli occhi impastati di fango nella piscina di Sìloe (che significa “inviato”). Si intrecciano così i due racconti: due strade due percorsi che convergono verso la prossima Domenica.

I personaggi che entrano poi in scena nel racconto odierno (vicini, conoscenti, i genitori, farisei, giudei) interrogano il cieco nato ma non si pongono domande: chi è stato, cosa ha fatto per aprirti gli occhi, dov’è chi ti ha fatto questo senza chiedere nulla circa l’identità di Gesù che non chiamano mai per nome. Al più chiedono: ”Tu, cosa dici di lui?”.

La domanda posta a noi è se sappiamo cogliere i mutamenti che avvengono nelle persone e accoglierli anche se questi possono incidere nelle nostre convinzioni, nei nostri personali equilibri, ci lasciamo mettere in discussione o ci è piuttosto facile rimanere rigidi al sicuro dei nostri convincimenti, richiudendoci all’interno di questi invece che di recepire le novità. Oppure, come fanno quei genitori che scelgono quello che conviene loro per evitare fastidi lavandosi le mani su quanto accaduto che comunque non possono non riconoscere.

Quell’uomo (anche lui come la samaritana senza nome per dirci che ci rappresentano ed invitarci a fare il percorso che loro hanno fatto), difronte alle difficoltà che gli vengono poste rimane ancorato alla certezza di quanto gli è accaduto e che nessuno gli può togliere “Ero cieco e ora ci vedo”. Anzi, più viene contestato, più lui progredisce nella comprensione di quanto gli è accaduto e della persona che gli si è fatto vicino e l’ha guarito. All’inizio Gesù è per lui un semplice “uomo” (v. 11); poi diviene un “profeta” (v. 17); in seguito è un “uomo di Dio” (v. 32-33); alla fine è il “Signore” (v. 38) difronte al quale si inchina.

Quest’ultimo titolo è il più importante, è quello con cui i cristiani proclamavano la loro fede. Prima di venire immerso nell’acqua del photistérion (cioè “il luogo dell’illuminazione” perché così venivano chiamati all’inizio i battisteri) durante la solenne cerimonia della notte di Pasqua, ogni catecumeno dichiarava, davanti a tutta comunità: “Credo che Gesù è il Signore”. Da quel momento era accolto fra “gli illuminati” ed è questo che saremo chiamati a ripetere nella Grande Veglia nella notte di Pasqua.

(BiGio)

Il fattore religione e la deriva maga

Si discute in questi giorni su chi ha deciso di attaccare l'Iran, Trump o Netanyahu, su chi ha spinto l'altro verso il conflitto.


La fotografia, pubblicata anche sulla Stampa di venerdì, di Trump che nello Studio Ovale prega per la vittoria sull'Iran circondato dai leaders evangelici, come è noto i suoi principali sostenitori, che gli impongono le mani, è particolarmente significativa e inquietante. La foto infatti, non a caso diffusa dalla Casa Bianca, tende non solo a sottolineare il ruolo prevalente di Trump, ma anche a ...

L'articolo di Anna Fia è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202603/260309foa.pdf

Il mondo di ieri che non tornerà

L'invasione dell'Ucraina ha imposto una mobilitazione militare e politica irreversibile, segnando il passaggio a un'era di riarmo e difesa comune

“Del passato non sarebbe rimasto nulla. Nessuna delle nostre illusioni doveva rimanere viva”. 

La Grande guerra era finita da tempo quando Stefan Zweig scrisse queste parole, rivolte ai tanti illusi della sua generazione che pensavano ancora di poter riavere indietro il mondo di ieri, quello di prima del 1914. Come se quattro anni di conflitto totale, di mobilitazioni di massa, di distruzione e morte, di rancore e voglia di rivincita, potessero essere cancellati. Oggi possiamo compatire i contemporanei di Zweig, e chiamarli ciechi; ma in fondo non lo erano più dei tanti europei del 2026 ancora disposti a credere che, quando le armi in Ucraina taceranno, presto o tardi, si potrà far finta che il mondo non sia cambiato, che la guerra non abbia mutato irreversibilmente il destino del continente.

L'opinione di Marco Mondini è a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/il-mondo-di-ieri-che-non-torner


Il varco aperto

«È stata felice perché ha potuto vivere la libertà come la intendeva» avrebbe voluto trovare queste parole nell’ultimo paragrafo della sua biografia. Lo aveva detto più volte.


Religiosa e femminista, ha dedicato l’esistenza a sfidare le strutture patriarcali della Chiesa cattolica, costruendo spazi di libertà e intrecciando fede e movimento delle donne: un percorso che continua a interrogare la possibilità di una trasformazione interna dell’istituzione. La sua vita si è conclusa il 15 ottobre 2025 a Città del Messico, all’età di 92 anni, lasciando un segno profondo nella storia del femminismo cattolico latinoamericano.

L'articolo di Lucia Capuzzi* e Marinella Perroni è a questo link:

Se l’America combatte in nome di Dio

L’America non perde tempo a cambiare il regime iraniano, vuole solo selezionarvi un “buon capo” che ne firmi la resa incondizionata. Badoglio cercasi, glosseremmo noi provinciali.

In compenso, The Donald è intento a cambiare il regime americano. L’ideale da avvicinare è la monarchia teocratica. Il presidente-re si vuole sciolto dalla costituzione: “Rispondo alla mia moralità e al mio spirito”. Detto fatto. Congresso sedato, Corte Suprema aggirata, Stato profondo sotto epurazione, governo nel caos fra scaltri opportunisti (Rubio), lealisti eccitati (Hegseth) e sleali silenti (Vance)....

L'analisi di Luca Caracciolo è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202603/260308caracciolo.pdf

Parrocchie da ripensare? Dalle reti vuote all'alba di una Chiesa che rinasce

Il nuovo libro di Sergio Di Benedetto analizza la realtà parrocchiale del XXI secolo. Attraverso il racconto della pesca miracolosa, nel Vangelo di Giovanni (21, 1-14), l'autore indaga i nodi fondamentali da sciogliere per ravvivare il fuoco della Chiesa, come ha ricordato lo stesso Papa Leone XIV: "La fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata"


L'autore individua sette nodi critici, tanto formali quanto sostanziali, che hanno segnato e segnano ancora oggi la vita della parrocchia. Dalla fede, impoverita nella capacità di offrire proposte vive, interessanti e profondamente umane, a una crisi delle persone, con la diminuzione del numero dei credenti. Si registra poi un indebolimento del pensiero e del confronto culturale: le proposte significative sono poche e si fatica ad accettare il dialogo, il contrasto, la critica e perfino il dubbio, che invece rappresentano spesso il punto di partenza per generare un pensiero nuovo e accoglierne degli altri. Tutto conduce, in ultima analisi, a una domanda decisiva sull'identità: che cosa significa essere parrocchia oggi?

La recensione di Martina Accettola è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-03/libro-parrocchia-al-capolinea-crisi-speranza-chiesa-di-benedetto.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

È caduta anche l'ipocrisia della guerra "giusta" Questo conflitto è contro i Brics e per il petrolio

Questa volta, almeno, ci vengono risparmiate le ideologie sulla "guerra di liberazione". Certo possiamo trovarne ancora qualche cantore, ma solo tra i vassalli dei Trump e dei Netanyahu, i quali, come non si sognano più di perdere il proprio tempo discutendo alle Nazioni Unite o con gli "alleati" europei, così si mostrano interessati alla liberazione del popolo iraniano da decenni di despotismo teocratico quanto all'insediamento di una Repubblica di incorruttibili in Venezuela.

Credo che anche la questione del nucleare rimanga in realtà del tutto in secondo piano. Trump non ci fa certo leva come il suo collega Bush jr., ancora zavorrato da consuetudini di pseudo diritto internazionale, alla ricerca di rendere "giusta" l'invasione dell'Iraq con la storia delle armi di distruzione di massa. Che importa se meno di un anno fa l'Intelligence americana aveva detto che non esistevano prove concrete dello sviluppo di un armamento atomico in Iran. Che gli ayatollah desiderino avere l'atomica è cosa ovvia. E un Paese che ne dispone diventa intoccabile o quasi. Vedi Corea del Nord. Perciò...

L'opinione di Massino Cacciari è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202603/260306cacciari.pdf

Il “burnout” dei consacrati

Ecco l’intervista di Madaleine Spendier alla presidente della Conferenza dei religiosi austriaci, suor Franziska Madl. Eletta alla presidenza il 24 novembre 2025 è la prima donna a presiedere un organismo che rappresenta 191 ordini e congregazioni religiose maschili e femminili (3.800 consacrati e consacrate). 


Come suora domenicana, ho una missione apostolica. Ciò significa che ogni suora ha una professione e ha un reddito che va a beneficio della comunità. Attualmente svolgo il mio apostolato come psicoterapeuta e lavoro nel mio studio due volte a settimana. In passato lavoravo come cappellana in un ospedale. Nei numerosi colloqui con i pazienti, mi sono resa conto di non avere una formazione psicologica adeguata. Il vero fattore scatenante, tuttavia, è stato il fatto che io stessa non stavo bene. Soffrivo di depressione e ho sperimentato il burnout. La terapia mi è stata di grande aiuto in quel periodo. Pertanto, posso dire, per esperienza personale, che la psicoterapia può aiutare le persone. Vorrei offrire questo servizio anche ad altri....

L'intera intervista è a questo link:

https://www.settimananews.it/reportage-interviste/il-burnout-dei-consacrati/?utm_source=newsletter2026-03-03

Movimenti ecclesiali: educare alla fede, dare forma al movimento

Ad alcuni decenni di informazione “bulimica” sui movimenti ecclesiali (anni ‘80-‘90) è succeduta una stagione informativa “anoressica”. Ma i movimenti ecclesiali continuano la loro vita e attività. Anche se la spinta espansiva sembra affievolirsi, almeno in Europa, la loro presenza è ormai un dato permanente nella vita della Chiesa.


Esplosi all’indomani del Vaticano II (fatta eccezione dei Focolari) hanno conosciuto la loro consacrazione e il massimo riconoscimento con Giovanni Paolo II. Nella Pentecoste del 1998 li qualifica come «uno dei frutti più significativi di quella primavera della Chiesa già preannunciata dal Concilio». L’anno successivo, riprendendo l’immagine della nuova Pentecoste, il papa riconosce «nello sviluppo dei movimenti e delle nuove comunità un motivo di speranza per l’azione missionaria della Chiesa», pur ricordando anche gli interrogativi, i disagi e le tensioni diffusi nelle Chiese locali. Vent’anni dopo papa Francesco conferma un giudizio positivo ma richiama con energia alcuni punti. ...

L'articolo di Lorenzo Prezzi è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/movimenti-ecclesiali-educare-alla-fede-dare-forma-al-movimento/?utm_source=newsletter2026-03-03

Finanza, armi e politica: un intreccio perverso

Intervista a Gianni Alioti,  attivista e ricercatore di «The Weapon Watch», Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei. Qui risponde alle nostre nuove domande sui programmi di riarmo e sull’intreccio tra produzione, finanza e politica. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari.


Si parla di «superciclo della difesa» perché, dall’invasione russa dell’Ucraina, i mercati finanziari hanno iniziato a spostare migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, specie europea, investendo nelle guerre e nelle politiche di riarmo degli Stati. Solo per fare due esempi, la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo hanno visto crescere il loro valore azionario in Borsa negli ultimi 4 anni, dal febbraio 2022 al febbraio 2026, rispettivamente del 1.722% e dell’866%. Si tratta di crescite record, non tanto per ragioni aziendali, quanto per investimenti finanziari record nell’industria militare. La corsa dei listini prosegue in questi giorni senza sosta, spinta dalle ulteriori tensioni geopolitiche ...

 L’intervista a cura di Giordano Cavallari è a questo link:

https://www.settimananews.it/reportage-interviste/finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso/?utm_source=newsletter2026-03-03