Festa della Dormizione di Maria - Lc 1,39-56

I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre.  In Elisabetta e Maria appare chiara la convinzione che ciò che il Signore dice è realtà in chi l’accoglie anche se questo si scontra contro ogni evenienza (l’anzianità di Elisabetta) o il non conoscere uomo da parte di Maria.

 

Questa festa celebra il “transito” di Maria presso Dio dopo che ha vissuto il passaggio di Dio sull’intera sua esistenza. 

La tradizione patristica orientale ha elaborato una delle immagini più belle con le quali ci descrive questo fatto: l’icona della “Dormizione” di Maria. In essa si vede il cadavere di Maria sul catafalco nel luogo di morte e Gesù, rivestito già degli abiti gloriosi, che la guarda con profonda tenerezza. In braccio tiene una creatura avvolta in fasce che riposa sul suo petto: è Maria. I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre. La morte non è una fine, ma un nuovo inizio e con la morte le persone stanno nelle braccia di Gesù. Mentre nella vita era Maria che teneva in braccio Gesù ora con la morte è Gesù, il figlio, che tiene in braccio la madre.

L’icona dell’incontro tra Elisabetta e Maria che l’Evangelo di oggi ci propone spesso affianca talmente i due volti nell’abbraccio che due loro occhi sono così vicini da sembrare uno solo, a significare che le due donne hanno una unica modalità di guardarsi reciprocamente con lo sguardo di Chi ha visto ed è venuto incontro alla sterilità di una e alla piccolezza dell’altra che ha creduto, contro ogni evenienza, al compimento della Parola di Dio in lei (Lc 1,45).

Maria si è fatta spazio di accoglienza e dimora del Signore, non con una adesione a generici valori, ma accogliendo l’invito a mettersi in gioco personalmente per rendere operante ed efficace la Parola. 

Non è quello che Gesù ha invitato i discepoli a fare quando questi gli hanno suggerito di congedare la folla perché potesse arrangiarsi a trovare da mangiare visto che si faceva sera? 

In Elisabetta e Maria appare chiara la convinzione che ciò che il Signore dice è realtà in chi l’accoglie anche se questo si scontra contro ogni evenienza (l’anzianità di Elisabetta) o il non conoscere uomo da parte di Maria. È il Signore che fa tutto attraverso chi gli mette a disposizione il suo essere senza remore e senza protagonismi personali che possono diventare degli ostacoli sulla storia della salvezza operata da Dio.

Non per nulla Maria – ed è normalmente poco sottolineato – nel suo canto tiene assieme l’intervento di Dio sulla sua persona che diventa salvezza per l’intera umanità, mentre noi normalmente teniamo separati i campi sociali da quelli personali, l’azione dalla spiritualità, la vita dalla preghiera. Non si riesce così a cogliere lo sguardo del Signore sulla realtà dell’uomo, quello sguardo che gli ha fatto cambiare il suo programma quando la folla lo ha preceduto sul luogo che aveva scelto per starsene solo. Quel suo sguardo che continuamente ha chiesto e ci chiede di far nostro.

Maria è cosciente di chi è, della sua realtà, non accampa nulla per apparire diversa e si percepisce guardata, valutata nella sua semplicità non come un ostacolo ma come una ricchezza. La sorpresa di Maria è quella di aver riconosciuto un Dio che non solo parla e chiede ascolto, ma che anche guarda e scopre l’uomo nella sua realtà più intima, al di là delle sue difese senza per questo essere uno spione o un cercare di scoprire gli scheletri negli armadi che ciascuno di noi ha. 

Maria ci fa comprendere che lo sguardo di Dio non è mai di giudizio per farsi temere, ma è sempre di accoglienza, di una tale fiducia in noi nonostante noi stessi, che ci fa scoprire chi realmente siamo e ad accettarci così come siamo, con i nostri difetti, le nostre piccolezze, le nostre incapacità, le nostre fragilità. È uno sguardo che suscita vocazioni come ci racconta l’Evangelo nella chiamata dei primi discepoli; è uno sguardo di compassione che si fa incoraggiamento per le folle sbandate senza guide; è uno sguardo che se accolto diventa gioia come racconta Maria nel suo canto; è uno sguardo che ha una unica capacità: quella di generare vita superando i nostri tradimenti come a Pietro capitò di fare.

Basta avere il coraggio di aprire gli occhi e i nostri orecchi per riuscire a cogliere la sua azione tra di noi, nel nostro quotidiano e rendergli grazie per quanto lui riesce a fare in noi, con noi, attraverso noi.

(BiGio)

L’Odissea di Xi nella confusione occidentale

Il congresso del partito del 2027 potrebbe ampliare i poteri del presidente. Sta vincendo, ma affronta pressioni interne ed esterne. Il caos internazionale gli è utile, anche se la situazione è delicata.


Ha più di un anno per prepararsi, senza sfidanti all’orizzonte. Ha portato a termine un’epurazione senza precedenti dell’esercito senza alcuna resistenza da parte di alcuna organizzazione di partito. Il PCC è nato praticamente dall’Esercito Popolare di Liberazione (PLA), e l’esercito è sempre stato il kingmaker della politica....

L'analisi di Francesco Scisci è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/odissea-di-xi-nella-confusione-occidentale/?utm_source=newsletter-2026-08-04

Marocco: la crescita non basta

Non un Paese in ginocchio, ma una delle economie più solide d’Africa: è il paradosso al centro dell’editoriale con cui Agence Ecofin, testata di informazione economica panafricana, legge i fatti di Ceuta del 30 e 31 luglio. L'episodio non va letto come il sintomo di uno Stato fallito, ma come un monito per l’intero continente.



l Marocco è oggi la prima economia africana per industrializzazione secondo la Banca africana di sviluppo (AfDB), e tra le prime sei per prodotto interno lordo (PIL), con circa 130 miliardi di euro. L’automotive è diventato il primo settore dell’export del Paese, con quasi 11 miliardi di euro in valore e 700.000 veicoli l’anno; il porto di Tanger Med è collegato a più di 180 scali nel mondo. È, scrive Linge direttore editoriale della pubblicazione, quasi esattamente il modello di sviluppo che si raccomanda alle economie africane, ed è proprio qui che scatta il meccanismo di Ceuta...

L'articolo di Rivista Africa è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/marocco-la-crescita-non-basta/

Abolire la morte dentro la guerra. Una lezione dal Libano

Allora è possibile. Quando l'Europa sembra "troppo debole" e "troppo schierata" per fermare le guerre, il piccolo, martoriato, bombardato Libano abolisce la pena di morte. Un percorso speculare e opposto a quello di Israele, che ha ripristinato la pena di morte per impiccagione, e solo di palestinesi. Pena di morte, cartina di tornasole del livello di civiltà di un popolo.


In un tempo in cui la diplomazia è scomparsa, la guerra fa la guerra e i partiti della pace vengono messi fuori legge, è saltato il buon senso condiviso che faceva dire a tutti che la morte di bambini e le morti di massa di civili sono sempre un male insopportabile. In un tempo in cui sembra liquefatta la consapevolezza da cui sono nate le Nazioni Unite, create per rendere impossibile il “flagello della guerra”, quando...


L'articolo di Mario Marazziti è a questo link:


https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202608/260813marazziti.pdf

Mare sempre più caldo: effetti su pesci e biodiversità

Il riscaldamento globale sta influenzando in modo sempre più evidente anche gli ecosistemi marini. Negli ultimi decenni la temperatura dei mari è aumentata costantemente, con conseguenze dirette sulla vita di pesci, coralli e organismi che dipendono da equilibri ambientali molto delicati. Il mare, che per lungo tempo ha agito da “cuscinetto” climatico, sta ora mostrando segnali di forte stress ecologico.

L’aumento della temperatura dell’acqua non è solo un dato ambientale: modifica i comportamenti delle specie, altera le catene alimentari e favorisce la diffusione di organismi non autoctoni, con effetti a cascata su tutta la biodiversità marina. Lo spostamento delle specie e il cambiamento degli habitat...

L'articolo di Luigi Salemi è a questo link:

https://www.blog.it/mare-sempre-piu-caldo-effetti-su-pesci-e-biodiversita/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=ecologia_ambiente

Il Mar Rosso sfida le religioni a (ri)unirsi

Oggi come ieri, il «segno» del Mar Rosso sfida ebrei, cristiani e musulmani: possono scegliere la fede che ci fa passare annegando gli altri; o possono abbracciare la fede che unisce tutte le sponde, che apre la strada a tutti insieme.


Il mare di Musa e di Allah, di Mosè e di Dio, è chiuso o aperto, ostacolo o canale, trappola o via. Il discrimine è la fede: nel vero profeta, nel vero Dio che libera l’oppresso. Durante i secoli, il passaggio del Mar Rosso determina ebrei, cristiani e musulmani. Insegna che la realtà ripetitiva da loro sperimentata, la condizione di schiavitù in esilio, il senso di essere in trappola, non sono ineluttabili....

L'intervento di Marco Ventura è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202607/260726ventura.pdf

Le bugie su Ceuta e il collasso demografico italiano prossimo possibile

Una legge non scritta quindi cogente stabilisce che di tutto in Italia si discute fuorché di ciò che conta. Proviamo a mettere i piedi per terra e la questione migratoria in prospettiva. A partire da qualche dato. 

Gli italiani sono 58,9 milioni, in declino da oltre un decennio. Secondo la previsione Eurostat, nel 2.100 saranno 44,7 milioni (-24,7%). Se ci arroccassimo nello Stivale per impedire l’afflusso di stranieri — ma come, sparando? — a fine secolo gli italiani sarebbero 26,8 milioni (-54,5%). Incrociamo queste cifre con un altro fattore decisivo, l’età mediana. Attualmente la metà degli italiani ha più di 49 anni. Fra poco la maggioranza di noi avrà varcato la soglia del mezzo secolo. Su questa base demografica e biologica l’Italia si spegne. E anche in fretta. Al meglio, finiamo in emergenza permanente....

L'articolo di Lucio Caracciolo è a questo link:

https://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/RaSt202608/260802caracciolo.pdf

Il “lavoro sporco” di Israele: disumanizzare le vittime

Due dipinti famosi, Guernica di Picasso del 1937 e le Radeau de la Méduse di Géricault del 1819 ai loro tempi, queste grandi immagini erano un grido di scandalo; ai nostri giorni giungono notizie di molte Guerniche quotidiane a Gaza, in Cisgiordania o in Libano non in via eccezionale ma per sistema, notizie quotidiane di gente lasciata morire in mare per intenzionale omissione di soccorso. 


Distruggere città e lasciar morire in mare sono segno dei tempi: la quotidiana deterrenza terroristica contro popoli che abitano la propria terra e contro quelli che migrano. Per l’insistenza quotidiana di tragedie simili, il loro grido ci giunge soffocato dalla nostra assuefazione inevitabile ed è la nostra involontaria partecipazione alla guerra....

La dura denuncia di Stefano Levi Della Torre è a questo link:

https://appuntidiculturaepolitica.it/2026/08/01/il-lavoro-sporco-di-israele-disumanizzare-le-vittime/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=giugno%20-%20seconda%202026

XIX Domenica PA - Mt 14,22-23

Questo di oggi non è il racconto di un altro prodigio (Gesù cammina sulle acque), ma una pagina di teologia che desidera farci comprendere più di un aspetto di che cosa comprenda la vita di una comunità cristiana nella storia.



Dopo la notizia della morte del Battista Gesù aveva cercato un tempo di silenzio per fare memoria di quanto condiviso, raccoglierne l’eredità, capire come custodire e proseguire facendo tesoro della sua esistenza. Ma non gli era riuscito, una folla lo aveva preceduto sul luogo nel quale aveva pensato di ritirarsi e, difronte ai loro bisogni e sofferenze, prova compassione e non si sottrae. Anche i discepoli si interrogano sul bisogno di mangiare che avrà la folla e Gesù li invita a mettersi in gioco condividendo quel poco che hanno e ne avanzerà.

Subito” dopo, prima ancora di congedare la folla, “costringe” i discepoli a risalire in barca e a dirigersi verso l’altra riva del lago. Lui rimane finalmente da solo a pregare nel silenzio della notte. Prima ancora dell’alba si muove per raggiungere i discepoli camminando sulle acque. Non è il racconto di un altro prodigio, ma una pagina di teologia che desidera farci comprendere più di un aspetto di che cosa comprenda la vita di una comunità cristiana nella storia.

La barca rappresenta la comunità, nell’attraversamento del mare trova vento contrario e fa fatica a raggiungere il suo obiettivo, il lago è in tempesta, le onde sballottano la barca ed è notte. Il buio è l’immagine del disorientamento, del dubbio che coglie anche il credente più convinto. In certi momenti, persino chi è animato da una solida fede si sente solo, fa l’esperienza angosciante del silenzio di Dio e si chiede se le sue scelte, i suoi sacrifici, il suo impegno per il bene abbiano un senso.

Le acque e la forza delle onde che sballottano e stanno quasi per travolgere i discepoli che fanno fatica a governare la barca pur essendo esperti pescatori. Sono prove alle quali sono, saranno e siamo costantemente sottoposti. 

È anche la prima volta che si trovano soli senza la loro guida alla quale si affidavano totalmente per risolvere ogni problema. Gesù li “costringe” nuovamente a mettersi in gioco come ha appena fatto chiedo loro di “darsi da mangiare” alla folla e si trovano in difficoltà a realizzare quello che Gesù ha chiesto loro: raggiungere l’altra riva. Non ci riescono in una intera notte quando bastano una manciata di ore. 

La Chiesa, le comunità non hanno obiettivi loro; hanno il compito che Gesù ha loro affidato: immergere (=battezzare) nel Regno del Padre ogni realtà. Certo gli strumenti cambiano costantemente ma la riva da raggiungere rimane quella. Non si deve confondere questa con i mezzi che altrimenti diventano onde che possono travolgerci.

Ci si sente soli quando al posto del Signore mettiamo la nostra intelligenza, le nostre iniziative, le nostre analisi, i nostri strumenti. Certo servono ma solo se si ha coscienza che l’Emmanuele, il Dio con noi, è e rimane Lui, se il nostro sguardo rimane fisso su di lui, ma anche con la più grande fede non è sempre facile percepire la sua presenza, la sua guida. Il percepirlo non è mai una cosa da dare per scontata ma sempre da decifrare, da scoprire. 

Il dramma di quei discepoli, come il nostro, è la coscienza del mandato ricevuto da Gesù e lo scoprirsi impotenti a realizzarlo. Qui nasce una frustrazione che può portare al dubbio, alla paura, alla contestazione, alla protesta anche nei suoi confronti che sono difficoltà reali alla nostra possibilità di riconoscerlo quando si avvicina a noi; non siamo noi che andiamo verso di lui, è sempre il contrario e questo episodio lo conferma.

Vedendolo, i discepoli sulla barca lo scambiano per un fantasma e urlano di paura e “subito” (è la seconda volta che questo avverbio di tempo compare in questo brano, ce ne sarà una terza) Gesù li rassicura “Io sono (sono in greco le due lettere iniziali del nome di Dio e non “sono io” come traduce la CEI), non abbiate paura”. Pietro però rimane incerto e lo sfida: “se sei tu (esattamente come il diavolo nel deserto, tanto è vero che più avanti Gesù lo rimprovererà chiamandolo proprio “satana”) comandami di venire verso di te sulle acque”. Il suo desiderio è accolto ma si impaurisce e sta per affondare allora “grida Signore, salvami! E subito Gesù tese la mano, lo afferrò”. È interessante: quando aveva chiamato Simone, l'aveva invitato ad essere pescatore di uomini e invece è lui che deve essere pescato… risaliti sulla barca il vento e le onde cessarono.

Le mani di Gesù sono e rimangono sempre tese, pronte a rialzare chi è caduto pur all’interno di un rimprovero che suona con dolcezza: “Perché hai dubitato?”. È questo che lo fa riconoscere come il Figlio di Dio. È questo l’insegnamento per noi e per l’intera Chiesa in questo periodo per alcuni segnato da difficoltà, separazioni, durezze, contrapposizioni.

(BiGio)

 

 

 

Bolivia. Goccia a goccia, la sfida dei contadini sulle Ande

Nel municipio di Sacaba, famiglie e cooperative diversificano le colture e trasformano la crisi climatica in opportunità. Al loro fianco l'ong Yachay Chhalaku e l'italiana Aspem, della Federazione Focsiv


Goccia a goccia, per far crescere broccoli, lattughe e cavolfiori sulle Ande, insieme alle patate e al mais. Nel municipio rurale di Sacaba, nella regione di Cochabamba, in Bolivia, a oltre 2.700 metri di altitudine, molte famiglie stanno trovando opportunità grazie a un’iniziativa che protegge le fonti idriche e migliora i sistemi di raccolta dell’acqua e gli impianti di irrigazione....

La notizia di Vincenzo Giardina è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-08/bolivia-agricoltura-focsiv-cooperazione-solidarieta-ande.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT