Gesù va a prepararci un posto nella casa del Padre dove ce ne sono molti. La lettura normale è banale: va in cielo a mettere sulle poltroncine dell’arena dove si svolgono le grandi liturgie celesti l’etichetta “Riservato a ….”. In realtà l’accento è su quel suo “andare” che non vuol indicare un luogo preciso.
La sintesi delle scorse domeniche può essere contenuta in poche parole: l’esperienza del Risorto la si fa riconoscendo la sua voce che oggi ci giunge attraverso la sua Parola. È la sintesi che Gesù fa della Scrittura ai due discepoli di Emmaus che fa ardere loro il cuore e in quel gesto usuale del benedire il pasto e condividere il pane, che fa comprendere come in chiunque ci si affianchi, ci ascolti, abbia compassione delle nostre difficoltà, delle nostre piaghe, accolga l’invito a rimanere con noi che si fa esperienza del Risorto.
Oggi e domenica prossima la Liturgia ci chiede di riflettere sul suo “testamento”, sulle sue parole consegnateci durante l’Ultima Cena che siamo abituati ad ascoltare con sufficienza perché in un linguaggio a noi oramai sconosciuto e, se accolto superficialmente, può indurre a molti errori.
Ci chiede di non essere turbati ma di credere in Dio e anche in lui che va a prepararci un posto nella casa del Padre dove ce ne sono molti. La lettura normale è banale: va in cielo a mettere sulle poltroncine dell’arena dove si svolgono le grandi liturgie celesti l’etichetta “Riservato a ….”. In realtà l’accento è su quel suo “andare” che non vuol indicare un luogo preciso come intende, a nome anche nostro, Tommaso bensì un percorso di vita, un modo di essere fino in fondo per gli altri, fino al dono della vita. La casa del Padre poi, il suo regno, è la nostra realtà e, in particolare, la Chiesa che vive di molteplici forme per fiorire spesso inedite, nuove, originali, di amore, di perdono, di misericordia. Non si tratta qui di una dimora presso il Padre, Gesù non va a prepararci appartamenti perché siamo noi chiamati ad essere la sua dimora quando lo amiamo e osserviamo la sua parola (Gv 10,23).
La via che Gesù va a prepararci è quella che ci chiederà di percorrere con il suo aiuto, dandoci il coraggio e la forza necessaria per seguire i suoi passi. Una volta terminata la sua missione tornerà da noi per questo e rimarrà per sempre con noi affiancandoci come il viandante con i due discepoli di Emmaus.
Sono molti i modi nei quali si piò concretizzare il dono della propria vita. I “molti posti” altro non sono che i “diversi ministeri”, le diverse situazioni in cui ognuno è chiamato a mettere a disposizione le proprie capacità, i molti doni ricevuti da Dio e non per “supplenza” ma per “vocazione”. Il Concilio Vaticano II continua a farcelo presente da sempre ben prima dell’attuale “carenza di preti” per cui si è “costretti” a ricorrere ai “laici” (come se i preti non fossero anche loro “laici” che significa “popolo” di Dio).
Qui c’è un chiaro invito alla verifica della vita di ogni Comunità: tutti coloro che partecipano all’Eucaristia svolgono un ministero? Oppure sono coscienti di svolgere un ministero magari anche solo nella loro famiglia? C’è competizione o collaborazione e corresponsabilità? Ci sono dei ruoli ancora non coperti e perché? Ciascuno viene valorizzato o alcuni vengono lasciati al margine?
Nella società civile, il posto che si occupa è valutato in base al potere, al prestigio sociale, alla quantità della rimunerazione. Per i posti preparati per ciascuno da Gesù non c’è spazio per nessuno di questi elementi, ogni ruolo è un servizio alla pari dal più semplice al più complesso e il “posto” migliore è quello dove si possono servire di più e meglio i fratelli.
Significativa la domanda di Tommaso che è quella di tutti i tempi, anche dei nostri: quale è la via giusta da percorrere per andare dove è andato e va Gesù? I discepoli, come noi, non sapevano vedere oltre l’orizzonte dell’immediato, del giorno per giorno se non di un’ora dopo un’altra. La risposta di Gesù è di una sintesi estrema: “Io sono la via, la vertà e la vita”. Con l’inizio “Io sono” Gesù afferma di essere Dio: sono infatti le due lettere iniziali del Tetragramma, del nome del Padre che è la fonte della vita che, per essere vissuta in pienezza, è necessario seguire la sua “via”, halakah in ebraico. Percorrerla significa seguire la Torah con l’aiuto dei 613 precetti un numero carico di significati, uno per tutti: 248 erano le ossa conosciute all’epoca legate assieme da 365 legamenti a dire che ogni parte del nostro corpo deve seguire la “via” per essere nella “verità”. Però l’insegnamento di Gesù ci dice che la halakah non è più un insieme di precetti bensì la sua stessa vita, il cammino che lui ha compiuto, l’esempio che ci ha dato nel camminare a fianco dell’umanità. È lui che orienta le nostre vite, la nostra realtà e ci chiede di imitarlo nel prendersi cura delle persone, curandole, guarendole, consolandole. È la vertà della sua vita che dobbiamo seguire interpretandola nel nostro oggi. Percorrere la sua via è essere nella verità della vita, in quella pienezza alla quale siamo chiamati ed è questo il modo per vedere Dio. Nell’agire di Gesù si manifesta la potenza creatrice del Padre è per questo che la sua “via” non sono delle norme ma azioni che comunicano vita, aprono al futuro. Ecco quello che decide se crediamo o meno perché, dice Gesù, “chi crede in me, compirà le opere che io compio” anzi “ne compirà di più grandi”!
(BiGio)