Imbattendoci nella prima Beatitudine con il termine “poveri”, si pensa subito ad una categoria economica mentre si deve capire che gli “anawim” di Dio (ovvero i “poveri” di Dio) hanno nulla a che fare con la carenza delle condizioni per giungere a fine mese senza dover fare i conti in tasca, fino all’aver poco o nulla per vivere. Gli anawim non sono una categoria sociologica ma “spirituale”.
Le cime dei monti fin dall’inizio dell’umanità sono state pensate i luoghi dove si potesse incontrare il divino. Anche nella nostra tradizione le esperienze fondamentali avvengono su di un monte, basta pensare ad Abramo, a Mosè ad Elia. Non può stupire allora che Matteo collochi il primo discorso di Gesù su di un monte o, più precisamente pur non essendo un luogo reale su ”il monte” con l’articolo determinativo, sul quale proclama le beatitudini. Si può pensare che questo testo sia molto conosciuto, in realtà indubbiamente tutti ricordano la prima “Beati i poveri in spirito” (nella versione di Matteo), ma per tutte le altre la memoria facilmente vacilla tanto da poter dire che sono sconosciute o almeno conosciute male. Inoltre se ci si pensa un po’ per lo più mettono a disagio ed è come se Gesù avesse proclamato beati i disgraziati della società e beatificato quelle condizioni di sofferenza e di dolore dalle quali ogni persona sana di mente si guarda bene dall’entrare e dove, se malauguratamente ci si trova, cerca di fare di tutto per uscirne.
In realtà alla base di tutto c’è un grande equivoco nato perché fino a qualche decennio fa nel cristianesimo si erano persi gli strumenti utili di conoscenza del mondo e della spiritualità ebraica, questo anche frutto della gravissima “teoria della sostituzione” che purtroppo continua a serpeggiare pure oggi. Ovvero che il cristianesimo avrebbe sostituito l’ebraismo ritenendolo inutile, fino a pensare di poterlo totalmente cancellare, tanto è vero che anche oggi per lo più si parla di “vecchio” e “nuovo” Testamento; i più avvertiti parlano di “primo” e “secondo” Testamento, si dovrebbe invece rispettosamente parlare di Scritture ebraiche e Scritture cristiane; il termine “Testamento” può però avere un suo senso: quello della consegna di una eredità.
Imbattendoci nella prima Beatitudine con il termine “poveri”, si pensa subito ad una categoria economica mentre si deve capire che gli “anawim” di Dio (ovvero i “poveri” di Dio) hanno nulla a che fare con la carenza delle condizioni per giungere a fine mese senza dover fare i conti in tasca fino all’aver poco o nulla per vivere. Gli anawim non sono una categoria sociologica ma “spirituale”. Sono cioè coloro che riconoscono la propria realtà, i propri limiti difronte alla grandezza di Dio e spogliati dall’orgoglio si affidano a lui nella più grande fiducia per essere guidati nella vita. Non si basano sulle proprie forze, non si percepiscono autosufficienti ma riconoscono la propria fragilità, la debolezza della propria condizione umana, l’incapacità di rimanere fedeli alla sua Parola e si consegnano alla sua misericordia. Sono coloro che non trattengono nulla per sé ma si mettono in tutto a disposizione degli altri.
Se si ricorda due domeniche fa l’Evangelo ci poneva davanti alle caratteristiche del testimone che è colui che ha una giusta, realistica ed umile coscienza di se stesso, che non si sopravvaluta, che non si mette davanti a ciò che porge, che racconta con trasparenza senza vantare meriti la propria esperienza di Dio. Sono coloro che sanno “vedere lo Spirito” lasciandosi guidare da lui e il loro “frutto” sarà “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22) diventando quella “Parola di carne” che siamo chiamati ad essere capace di raccontare l’infinita misericordia di Dio indistintamente verso tutti ed essere così le sue mani anche verso i poveri economicamente.
Sono coloro che diventano la narrazione vivente di chi è Dio, della sua signoria vengono perseguitati perché chiedono e vivono una società diversa nella quale al centro c’è l’altro non il proprio egoismo. Sono coloro che aderiscono al suo volere con fedeltà fin tanto da diventare e poter dire con Paolo “non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Questo è l’essere “giusti” secondo Dio, non secondo gli uomini; Beatitudine richiamata per quei discepoli vessati per esserlo fino all’insultato, alle menzogne e ogni tipo di male. La ricompensa è l’essere già oggi (non in un futuro indeterminato o dopo la morte) figli di Dio, in comunione con il Signore, in lui, con lui, come lui.
Oggi le cronache sono piene di intere nazioni perseguitate private di diritti, libertà, spogliate dei loro beni, sono condizioni narrate anche dal salmo 37 che elogia coloro che riescono a rimanere “miti”, cioè coloro che non si rassegnano ma si rifiutano di ricorrere alla violenza per ristabilire le giustizia. Non si lasciano guidare dall’ira, non alimentano sentimenti di odio e di vendetta. Anche Gesù si è presentato ed ha perseguito la mitezza lungo l’intera sua vita. Di certo non è stato un debole, un timido, un pusillanime, ma ha sempre affrontato i conflitti rifiutando l’uso della violenza, con pazienza, tolleranza, facendosi servo di tutti. Beati sono coloro che, di fronte alle ingiustizie, assumono i suoi stessi atteggiamenti.
Rileggendo tutte le Beatitudini con queste chiavi appaiono più chiare nel loro invito a rompere ogni spirale di violenza ed essere operatori di pace e così vivere oggi nel “regno dei cieli” (non “nei cieli”!), cioè nel regno dei figli del Padre.
(BiGio)
