Testimoniare è insegnare, predicare, curare: non ci si deve limitare ai proclami, ma a realizzare con gesti concreti l’essere uomini mossi dallo Spirito, guidati dal Padre realizzando così il suo regno. In fin dei conti non si è visto le scorse feste che la Parola è sempre un qualcosa di concreto, deve generare quello che annuncia?
Dopo la celebrazione della manifestazione di Gesù che si è stati chiamati a vivere nelle tre feste inscindibili dell’annuncio ai pastori ai poveri, ai diseredati (Natale), all’umanità (Epifania) e ad Israele (Battesimo), domenica scorsa si è iniziato il cammino di sequela con una pericope dall’Evangelo di Giovanni al cui centro c’è stato il tema della testimonianza di quanto vissuto in queste feste, di un qualcosa che ci sta sempre davanti e non si potrà mai comprendere e possedere totalmente. Oggi la Liturgia ci accompagna ad approfondire questo tema facendoci comprendere come non sia una iniziativa personale ma un invito a condividere un dono ricevuto.
La prima cosa che la pericope di Matteo ci propone e ci ricorda, è che di fronte ad un evento c’è la necessità di un momento di riflessione, di presa di coscienza della situazione che può portare ad un cambio di prospettiva anche radicale, in ogni caso a delle scelte. È quanto fa Gesù che all’arresto di Giovanni si “ritira” confrontandosi anche con la paura che questo fatto porta con sé. Poi prende nelle sue mani la sua vita, assume le sue responsabilità, accoglie l’eredità del Battista ed inizia a testimoniare con le sue medesime parole ma andando al là del messaggio che si fermava sulla necessità di convertirsi, affermando e annunciando la vicinanza del Regno anzi presente già oggi tra di noi.
Anche il territorio è diverso: non nella Giudea ma nel distretto (gheil in ebraico) più a nord, una zona meno pericolosa perché più lontana da Gerusalemme: la Galilea delle Genti sulla Via del Mare dove convivono figli d’Israele e pagani. Giovanni chiedeva di convertirsi, Gesù non fa promesse ma annuncia una possibilità per il presente. Quando c’è una comunità, anche piccola, di discepoli che accetta di condividere quello che è, quello che ha, s’inizia il regno dei cieli perché è Dio governa queste persone e lo fa non emanando leggi che gli uomini devono osservare, ma comunicando loro il suo spirito, la sua stessa capacità d’amare. Dunque una continuità con il Precursore che diviene subito novità nell’annuncio e nell’agire di Gesù, che chiama con autorevolezza alla sua personale sequela affidando un compito.
Queto passaggio è un preciso invito a non rimanere ingessati in forme consuete, nel “si è sempre fatto così”, in questo modo ci si atrofizza e non si riesce a comunicare più nulla. È invece necessario il rinnovarsi nella continuità, accettando di innestarsi nella realtà che muta ininterrottamente.
“Da allora Gesù cominciò …” è un nuovo inizio, quasi una nuova nascita che affiora da una situazione oscura capace di sfociare solo nella morte, è il far emergere una luce capace di illuminare chi vive nelle tenebre e guidare i passi delle persone sulla via della pace (Lc1,78-79).
Anche il nostro oggi ha bisogno di un “Da allora si cominciò …” nelle molte situazioni di conflitto non prendendo le parti di uno o di quell’altro dei contendenti, ma di far emergere la luce della solidarietà verso tutti gettando ponti e non allargando fossati, condividendo le difficoltà di ambedue nel confronto schietto facendo venire alla luce quei passi che possono guidare ad una pace giusta per entrambi. Sarà il nascere di una novità, un venire alla luce è però necessario non rimane arroccati sulle proprie tradizionali posizioni ma sarà necessario mettersi in cammino, andare oltre continuamente, cercare e percorrere senza soste nuovi percorsi, senza stancarsi sull’esempio di Gesù che non per nulla Matteo disegna con verbi di movimento. Questo è quello che può aprire alla speranza nella mitezza che è rinuncia alla forza, che dà dignità all’agire degli uomini che propone responsabilità di cura nei confronti dell’altro, soprattutto verso chi è nelle tenebre della violenza subita o agita, menomato dalla malattia, dalla miseria. “La luce di Cristo!” cantiamo la notte della Pasqua senza renderci conto che questa dona la vita ma solo all’interno di una relazione altrimenti non riesce a risplendere ma rimane comunque un lucignolo fumigante in attesa della nostra disponibilità.
Nel suo andare i primi destinatari della sua luce non sono i giudei, i puri, ma gli esclusi, i lontani e a chi incontra Gesù fa la sua proposta: “Venite dietro a me” e di seguito aggiunge l’incarico che sarà loro richiesto: “vi farò pescatori di uomini”. Invita delle persone normali, forse anche al di fuori dell’ambito della religione per diventare non dei “pastori” (lui è l’unico pastore!), ma dei pescatori di uomini. Significa riuscire a tirarli fuori dal mare della condizione di morte in cui si trovano, sottrarli alle forze del male che, come acque impetuose, li dominano, li travolgono e li sommergono, senza temere le onde ma affrontandole non dispera mai evitando ogni protagonismo. Gesù indica allora cosa devono fare in favore degli uomini e Matteo lo riassume con tre verbi: insegnare portando luce a chiunque, predicare la Buona Novella annunciando a tutti una parola di speranza assicurando che l’amore del Padre è più forte del male dell’uomo e curare i malati. Vale anche per noi: non ci si deve limitare ai proclami, ma a realizzare con gesti concreti l’essere uomini mossi dallo Spirito, guidati dal Padre realizzando così il suo regno. In fin dei conti non si è visto le scorse feste che la Parola è sempre un qualcosa di concreto, deve generare quello che annuncia?
(BiGio)
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