Leone XIV e la pace: un papa scomodo

Disinnescare Leone. Dopo aver speso tante energie per rappresentarci un papa in controtendenza rispetto al suo predecessore, grazie a mozzette ed altri indumenti, ora che emergono evidenti i segnali di una continuità, non formale ma sostanziale, molti sguardi rimangono sull’apparenza, glissando sulla sostanza.


Leone XIV, ad esempio, è andato a pranzo in Nunziatura, ma ha anche fatto divulgare il suo primo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. Poco notato, non si limita a dire “no al riarmo”, sebbene per riarmarsi occorrerebbe prima essersi disarmati, e non so chi lo abbia fatto, dopo una lontanissima stagione di controllo. Ma anche su questo c’è un punto rilevante. Si legge nel testo: «Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che...

L'analisi di Riccardo Cristiano è a questo link:

https://www.settimananews.it/papa/leone-xiv-e-la-pace-un-papa-scomodo/

1 gennaio: Solennità di Maria santissima Madre di Dio - Lc 2,16-21

Strano: nella domenica dedicata a Maria come made di Dio lei appare solo in una breve frase al centro del brano dell’Evangelo di oggi. Questo significa che è necessario comprendere bene che cosa Luca desidera farci comprendere e suggerire a noi con quel “Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. 


Lei era una ragazzina presumibilmente dai 12 ai 14 anni in una cultura che certamente non dava molta voce alle donne e i matrimoni erano combinati. L’età suggerisce che aveva anche poca esperienza seppur la realtà sociale tendeva a far maturare molto in fretta.

In queste settimane la sua figura è apparsa apparentemente in secondo piano ma sempre presente e questo non solo perché ha messo al mondo un figlio, ma per la sua capacità di aprirsi al nuovo permettendo che una situazione di scandalo si trasformasse in un segno di libertà dalla paura, dalla volontà di controllo sulla propria vita, dal timore del nuovo. Il suo acconsentire all’azione di Dio nella storia attraverso la sua persona è frutto della sua capacità di ascolto che si è tradotto in fiducia nella percezione di un Dio che l’avrebbe sempre sostenuta con la sua presenza. In un Padre che non abbandona mai i suoi anawim, i suoi poveri, termine che nulla ha che a vedere con l’assenza di denaro bensì si riferisce a coloro che riconoscendo la propria pochezza davanti a Dio si affidano a lui e vi trovano la propria guida non smettendo mai di ascoltare la sua Parola sapendola vivere nel concreto del loro quotidiano.

È questo che Luca desidera suggerirci con quel versetto, è l’invito come Maria a non essere mai superficiali, a non smettere di esaminare, interpretare, mettere assieme, cercare il vero senso degli avvenimenti, di quanto ci viene detto scoprendo in tutto questo quel filo rouge conduttore che è il paziente realizzarsi del progetto di Dio. È l’invito a osservare con occhio attento ogni avvenimento senza lasciarsi condizionare dalle idee, dalle convinzioni, dalle tradizioni per poter essere recettivi e preparati alle sorprese del Padre.

Una certa devozione mariana de l’ha allontanata dal nostro mondo e dalla nostra condizione umana, dalle nostre angosce, dai nostri dubbi e incertezze, dalle nostre difficoltà a credere. L’ha avvolta in un nimbo di privilegi che – secondo i casi – l’hanno fatta ammirare o invidiare, ma non amare.

Luca la presenta nell’ottica giusta, come la sorella che ha compiuto un cammino di fede non diverso dal nostro. Maria non capisce tutto fin dall’inizio: si stupisce. Più volte appare quasi colta di sorpresa, a volte non comprende ma rimane disponibile, osserva, ascolta, riflette, collega …

La pericope di oggi è la seconda parte dell’Evangelo della nascita di Gesù, i pastori hanno avuto l’annuncio dell’Angelo e vanno “senza indugio”: è la stessa “fretta” che spinse Maria ad andare a trovare Elisabetta sulla parola di quanto l’Angelo le aveva detto: “nella sua vecchiaia” aveva concepito un figlio e che lei, “che tutti dicevano sterile”, era al sesto mese. Sono termini che non indicano la volontà di andare per curiosità a verificare se è vero quanto è stato detto loro, ma indicano un’urgenza, una prontezza nella disponibilità a servire mettendosi a disposizione.

Luca pare laconico indicando che cosa “trovarono” i pastori: “Maria e Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoria. E dopo averlo visto, riferirono ci che del bambino era stato detto loro”. Raccontano allora che cosa li aveva spinti: la gioia di una buona notizia cioè che per loro era nato un salvatore. I pastori erano considerati una categoria di gente lontana da Dio perché viveva in uno stato continuo di impurità che il Messia al suo arrivo avrebbe giustiziato in quanto peccatori, invece si trovano avvolti in una luce carica dell’amore del Padre: nessun rimprovero, nessuna punizione. È questa la lieta notizia che li fa muovere dalla loro situazione. È questo che annunciano ma chi li ascolta non condivide la loro gioia bensì si stupiscono perché viene rovesciata una certa immagine di Dio: non è un giustiziere che premia i giusti e punisce i malvagi, ma avvolge tutti nel suo amore.

Nei primi capitoli Luca rileva spesso stupore e gioia in coloro che si sentono avvolti dall’amore e coinvolti nel progetto di Dio: Elisabetta, Simeone, Anna, i pastori, Maria e Giuseppe sanno cogliere in quanto sta accadendo in loro e attorno a loro un segno dell’amore del Padre con gli occhi aperti al nuovo dei bambini, come lo è il nome che sarà imposto al neonato all’ottavo giorno nella sua circoncisione: Gesù ovvero il Signore salva. Sarà la sua identità che verrà ripetuta 566 volte negli Evangeli a farci ben presente che ogni altra immagine di Dio è incompatibile con questa ed è interessante che in Luca gli unici che chiamano per nome Gesù sono gli emarginati, gli indemoniati, i lebbrosi, i ciechi e il criminale che morirà accanto a lui. Nessun altro.

(BiGio)

 

I “super-parroci”: questioni aperte

«Alberi senza radici e solo legno, quello che diventa qui». Così canta Enzo Gragnaniello in Cercando il sole del 1994, descrivendo l’esperienza di chi, dal sud Italia, cerca pane e lavoro al nord. È l’esperienza dello sradicamento, del vuoto che nasce dall’appiattimento sul presente, dell’impossibilità di mettere radici in un lavoro che produce solo «legna», materia inerte, priva di vita e progettualità per il futuro.


Questa immagine descrive con suggestione ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa. I parroci, chiamati a essere pastori che accompagnano e curano le comunità, rischiano di diventare anch’essi come «alberi senza radici», funzionari sradicati del culto che amministrano strutture invece di coltivare relazioni, che producono «legna» invece di far crescere vita, sepolti da impegni amministrativi e pratiche cultuali piuttosto che annunciare la buona notizia del Vangelo....

L'opinione di Catello Imperato è a questo link:

https://www.settimananews.it/ministeri-carismi/super-parroci-questioni-aperte/?utm_source=newsletter-2025-12-16

Il 2025 in 10 immagini ...

Attraverso 10 immagini commentate, abbiamo provato a ripercorrere i momenti chiave della politica internazionale in quest’anno cruciale con le analisi dell’ISPI.


Il mondo nel 2025 è stato segnato da eventi geopolitici considerevoli, ma uno in particolare ha sparigliato le carte dell’arena internazionale: il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca per il suo secondo mandato. Insediatosi a gennaio, il presidente repubblicano ha dato letteralmente una scossa alle relazioni internazionali con iniziative su diversi fronti: dalla guerra dei dazi agli sforzi per intestarsi accordi di pace più o meno solidi, dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per una politica di vicinato nell’emisfero occidentale più assertiva rispetto ai suoi predecessori. Il ritorno del “ciclone Trump” ha sortito effetti a diverse latitudini. Da una parte ...

Le immagini e le analisi dell'ISPI sono a questo link:

https://a7b4e4.emailsp.com/f/rnl.aspx/?fjd=rytw_y.-ge=tyah0=oztv/8-70.=&:1e34769&x=pp&wx0b49c16dax.5g=sqvvuNCLM

Un Natale sotto minaccia. Le famiglie immigrate negli Usa hanno evitato le chiese per paura delle deportazioni

Mentre la Casa Bianca rifiuta l’appello dei vescovi per una tregua natalizia, in molte parrocchie ispaniche le celebrazioni si svuotano. Cresce la paura anche tra chi ha documenti regolari. Presepi di protesta e gesti di solidarietà raccontano un Natale vissuto nell’angoscia, tra tende chiuse e messe seguite in streaming per non rischiare l’arresto


Hanno guardato la Messa della Vigilia e quella del giorno di Natale dai live su Facebook o YouTube, non dai banchi della loro parrocchia, dove fino a poche settimane fa sedevano e cantavano con tutta la comunità. È questo il Natale di centinaia di famiglie immigrate in molti Stati americani: un Natale vissuto dietro tende tirate, con il telefono in mano e in allerta, per non rischiare l’arresto....

L'articolo di Maddalena Maltese è a questo link:

Quando si accorpano le parrocchie

Questo testo nasce perché due comunità parrocchiali dell’hinterland milanese hanno deciso di non subire passivamente il loro accorpamento in quelle che la diocesi meneghina chiama le «comunità pastorali». E questo è già un primo passo, forse più importante di quello che esse stesse possano immaginare, per resistere all’inerzia amministrativa con cui si procede in molte diocesi in giro per l’Europa.


 Se guardiamo all’Italia, non mi sembra che la burocrazia ecclesiastica di accorpamento delle parrocchie abbia finora prodotto una pastorale diversa da quella praticata in precedenza. Si trasporta il pacchetto da un contesto all’altro, si razionalizza qualche servizio pastorale (generalmente orari e numero delle messe… sic!), si concentrano alcune attività come la catechesi, e così via… insomma, dopo l’accorpamento è come se non fosse successo nulla. E questo tranquillizza il burocrate ecclesiastico che sta a capo di questa operazione innaturale per quello che è il senso originario della parrocchia nel suo legame col territorio e con la gente che a esso, in un modo o nell’altro, appartiene. Ma questa tranquillità delle curie diocesane ha un costo elevato: da un lato ...

La riflessione di Marcello Neri continua a questo link:

https://www.settimananews.it/parrocchia/quando-si-accorpano-le-parrocchie/?utm_source=newsletter-2025-11-11

Gli italiani e la politica internazionale

I risultati del nuovo sondaggio ISPI-IPSOS DOXA


A quasi un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, con la guerra in Ucraina ancora senza soluzione e un fragile cessate il fuoco a Gaza, gli italiani guardano al 2026 con un misto di speranza e apprensione. Cresce la percezione di un mondo più instabile, in cui l'Europa appare sempre più sola. Gli Stati Uniti di Trump non sono più considerati un alleato affidabile, mentre la Russia resta una grave minaccia. In questo quadro, l’UE emerge come un punto di riferimento, pur senza illusioni sulla sua capacità di ...

I risultati del sondaggio non a questo link:

Papa Leone XIV: l'importanza della formazione dei sacerdoti. E "niente individualismo"

La Lettera Apostolica “Una fedeltà che genera futuro” di papa Leone XIV guarda non solo al passato ma anche al futuro. Una Lettera da leggere nella sua i nterezza per importanza di contenuti e per la sua forma chiara, intelligibile, profonda. Al centro, il ministero sacerdotale.



Un documento in pieno segno del pontificato di papa Leone XIV così attento alla vita religiosa e ai presbiteri, “chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale”. L
a Lettera è un vero e proprio programma per il futuro del sacerdozio. Le parole chiave sono: formazione - vocazione - fedeltà - fraternità


L'articolo di presentazione di Antonio Tarallo è a questo link:



Gli ultimi post in “Spigolando: notizie in breve” ...

 

Gli ultimi post in “Spigolando: notizie in breve” a questo link:


https://spigolando-in-breve.blogspot.com

 

1.     Israele riconosce il Somaliland. Africa, mondo arabo, Cina, Iran condannano. Trump: "Valuteremo"

2.     Israele: La radio dell’esercito verso la chiusura

3.     Palestinesi ed israeliani assieme per perdonarsi ed interrompere la spirare di vendette

4.     Il presepe e le radici: bisogna precisare ...

5.     Neve nel deserto per un benedetto Natale ecumenico. L’augurio di imam Pallavicini

6.     Le più famose canzoni laiche di Natale sono state scritte da compositori ebrei

7.     L'albero di Natale, simbolo cristiano

8.     …..

Prima Domenica dopo Natale - Mt 2,13-15.19-23

La vita è un continuum di situazioni da superare e queste prime pagine dell’Evangelo di Matteo ce lo mostra chiaramente: Maria è stata salvata dalla lapidazione che colpiva chi si macchiava di adulterio (Dt 22,20-21); sono stati salvati i Magi che scappano da Erode; è stato salvato Gesù portato in Egitto per sfuggire al re empio e assassino. Ma è necessario rimanere sempre vigili perché in esilio si corre il pericolo di perdere la propria identità come capitò ad Israele che giunse anche a perdere la memoria del suo Dio.

 


Quello della famiglia è un tema da sempre molto sensibile con le sue vicissitudini, i suoi problemi, i rapporti con la società, i figli che appena iniziano a crescere protestano indipendenza e diventano incognite e ancor maggiori preoccupazioni di tutte quelle già avute durante gli anni di cure elargite dalla loro nascita in poi.

Tema che apparentemente nella tradizione questa domenica pone all’attenzione cadendo normalmente in retoriche devozionali facendone un quadretto idilliaco capace di impietosire per l’ombra di morte che viene proiettata sul neonato portando ad una fuga precipitosa come sottintende il verbo greco usato da Matteo. Realtà che nell’Evangelo di oggi viene guidata da tre “sogni” più quello che porta i Magi a partire senza far ritorno da Erode.

Sogni che si è visto sono “interventi” di Dio che “parla” a Giuseppe suggerendogli di partire, rifugiarsi, ritornare, andare, ritirarsi, fermarsi ed abitare. Tutti verbi di movimento che partono da un ascolto nella quiete, nel silenzio della notte ma che non impedisce di rimanere vigili o che, più precisamente, è un invito a creare le situazioni che possono metterci in condizione di poter ascoltare la Parola del Padre. Certo, per noi non è così immediato comprendere ciò che ci indica e probabilmente non lo è stato nemmeno per i Magi e per Giuseppe: è necessario rifletterci e farla incrociare con la realtà che si sta vivendo compiendo così un atto di “discernimento”. Bisogna anche rimanere attenti a non fare forzature, a far dire a Dio quello che si pensa noi e per questo serve umiltà, fiducia nel Signore, capacità di non piegarsi alle voci della realtà dominate e poi avere il coraggio di atti di responsabilità a volte controcorrente. Non devono essere delle fughe in avanti ma neppure un ritirarsi in un ripiegamento in se stessi chiudendosi per difendere la propria tranquillità. La Parola è sempre “salvifica” e spinge ad agire nell’amore e nella giustizia per l’altro e della realtà sociale che ci vede protagonisti. Lo si comprende bene nell’agire di Giuseppe che confida nel Signore, prima per risolvere i suoi dubbi su come comportarsi con Maria, ora per assicurare un futuro alla sua sposa e al loro figlio. A volte la nostra esperienza si scontra con il senso del limite, dell’inadeguatezza, dell’impotenza di fronte a certe situazioni come probabilmente è stata l’esperienza di Giuseppe nel venire a conoscenza dell’ira di Erode per il tradimento dei Magi, l’esplodere della sua vendetta indiscriminata verso tutti i bambini sotto i due anni condannati a morte come se fossero loro i colpevoli. Si era delineata una situazione disperata, apparentemente senza alcuna via d’uscita.

Quello che interessa a Matteo in questa sua pagina è il sottolineare come la vicenda della famiglia di Gesù non sia, pur nella diversità degli accenti, dissimile a quella di molte altre che devono fare i conti con gli Erode di turno che pur di imporre il loro potere, difendere la propria posizione, sfuggire a processi dall’esito segnato, accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente. La realtà del nostro mondo attuale ne è piena ad ogni latitudine e longitudine. 

Allora nei passi di Giuseppe e Maria si possono intravedere le orme di una infinità di persone espulse dalla loro terra o che cercano di sopravvivere spostandosi continuamente da una regione all’altra. Lo fecero anche i figli di Giacobbe e Rachele andando in Egitto spinti da una carestia e vi trovarono rifugio. Poi furono oppressi e Mosè li riportò in Canaan. Sono esodi ai quali assistiamo passivi anche oggi nelle vicende dei migranti che cercano altrove un futuro con un solo bagaglio ricco esclusivamente di speranza; fuggono da fame, guerre, oppressione, violenze gratuite. Cercano la loro Nazaret dove trovare riparo e riprendere a vivere passando attraverso vicende nelle quali imperano la prepotenza, la violenza, la crudeltà. Sono quasi come novelli “nazareni”, appellativo dai diversi possibili significati. È sufficiente cambiare una vocalizzazione (l’ebraico come tutte le lingue semitiche non hanno le vocali) che si passa dall’identificazione del vivere in una località, ad assumere il significato di germoglio (come in Is 11,1), oppure salvato, o ancora preservato, superstite (Is 49,6), consacrato o santo nel senso di essere messo da parte per o di un segreto, una realtà.

Giuseppe, Maria e Gesù sono chiamati a compiere i loro “esodi” in una condizione di fragilità e caducità per nulla diversa da quella che viviamo noi. La vita è un continuum di situazioni da superare e queste prime pagine dell’Evangelo di Matteo ce lo mostra chiaramente: Maria è stata salvata dalla lapidazione che colpiva chi si macchiava di adulterio (Dt 22,20-21); sono stati salvati i Magi che scappano da Erode; è stato salvato Gesù portato in Egitto per sfuggire al re empio e assassino. Ma è necessario rimanere sempre vigili perché in esilio si corre il pericolo di perdere la propria identità come capitò ad Israele che giunse anche a perdere la memoria del suo Dio.

Giuseppe invece non perse mai il suo rapporto con il Signore e accoglie l’invito a “prendere con sé il bambino e sua madre” che significa ricevere, accogliere l’altro come un dono assumendosi la responsabilità di questa accoglienza. L’invito è a noi a saper fare altrettanto con chi incontriamo lungo tutta la nostra vita.

(BiGio)

 

Povertà, crescono le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza

Secondo i dati del World Inequality Report 2026, l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza del 90% più povero. Intanto la Banca Mondiale riferisce che nel mondo cresce la popolazione in povertà estrema, passata nel 2024 dal 10,0% al 10,3%


Nel 2025 a livello globale è cresciuta la ricchezza dei multimilionari e allo stesso tempo sono aumentate la povertà e la disuguaglianza. È quanto emerge dal World Inequality Report 2026, un’analisi multidimensionale diffusa nei giorni scorsi e realizzata grazie al contributo di oltre 200 ricercatori. I dati raccontano i risvolti di quella finanza “idolatrata al sanguinoso prezzo” della vita umana e del creato...

L'articolo di Beatrice Guarrera è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/disuguaglianza-in-crescita-lo-squilibrio.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

La mediazione rituale del “sacrificio abolito”

La lettura del bel testo pubblicato da Severino Dianich su SettimanaNews mi pare che possa suscitare un giusto interesse a indagare una serie di questioni diverse, che è necessario porre con chiarezza all’attuale coscienza ecclesiale. Si tratta di domande che riguardano non soltanto la fede, ma anche il ruolo che i riti hanno per la fede e lo spazio che la vita morale svolge in rapporto alla parola della Scrittura e alla regolata devozione dei cristiani.

La nostra vita di fede non è lineare, non è semplicemente l’applicazione di nozioni apprese, ma ha la forma di un dono da ricevere, per entrare a nostra volta nel controdono: il dono della Parola, che viene ricevuto nel Sacramento e diventa controdono nella vita per l’altro. Di fronte a questa raffigurazione, che prendo da un altro teologo esperto come Chauvet, e che risulta un poco diversa da quella che Dianich usa nel suo testo, ci chiediamo: quale ruolo gioca il sacrificio? Non è solo un contenuto della Scrittura, non è solo un atto rituale e non è solo una determinazione morale, ma è, allo stesso tempo, tutte e tre queste cose. Per questo motivo molte delle parole che Severino ha scritto devono essere considerate assai preziose, anche quando non vengano ritenute definitive o risolutive. Vorrei valorizzarne tre. Tra le prime cose che leggiamo nel suo articolo, una è particolarmente preziosa: il termine «sacrificio» nel nostro modo di parlare non ha immediatamente un significato religioso (o sacro), ma ha assunto un significato ordinario (o profano). Non indica anzitutto un «atto rituale», ma una «determinazione morale»....

L'articolo di Andrea Grillo è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/la-mediazione-rituale-del-sacrificio-abolito/

Un’alleanza contro i fondamentalismi

Gli articoli di Daniele Menozzi e di Giuseppe Savagnone pubblicati in questi giorni da SettimanaNewscostituiscono esempi importanti di informazione su temi decisivi del confronto odierno, illuminando la visione “mariana” di Trump e un “neo-cristianesimo” che emerge.


Il testo di Menozzi ci illustra il documento trumpiano, divulgato nel giorno dell’Immacolata: “Nel messaggio presidenziale la preghiera a Maria è invece chiamata a legittimare quella promessa messianica di pace e prosperità che rappresenta il programma elettorale con cui Trump ha abbindolato buona parte di un impoverito e sprovveduto elettorato”. Partendo dal recente lavoro di Vito Mancuso, Giuseppe Savagnone ce ne spiega valenza e portata, soffermandosi poi su altre tesi, post-teiste; rischio o “esigenza di dare della tradizione cristiana una versione più vicina alla sensibilità degli uomini e delle donne di oggi”? Queste due eccellenti letture mi hanno condotto a focalizzare un terzo aspetto che richiederebbe attenzione e che questi due contributi mi confermano avere una sua rilevanza – provo ad indicarlo. ...

La riflessione di Cristiano Riccardo è a questo link: 

https://www.settimananews.it/societa/alleanza-contro-i-fondamentalismi/

Linguaggio, violenza, Chiesa

Qualche giorno fa, insieme a un numeroso gruppo di altri teologi e teologhe (ormai più di cinquecento), ho firmato un appello a favore di una collega (qui), bersaglio di un attacco su un sito online che tutti abbiamo trovato ingiustificato, offensivo e personale, ben oltre i toni del confronto accademico.


L’incidente in questione, invece, configura uno scenario nuovo – a cui temo che dovremo abituarci – nel quale i dogmi e le questioni teologiche sono del tutto secondari. Uno scenario nel quale la stessa istituzione ecclesiastica – criticata aspramente quando conviene – è forzata a secondi fini, viene convocata in una diatriba che essa probabilmente fatica riconoscere come sua e riguardo la quale, in ogni caso, non ha avuto alcuna intenzione di usare l’artiglieria pesante....

L'intervento di Roberto Maier è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/linguaggio-violenza-chiesa/?utm_source=newsletter-2025-12-16

Perché non possiamo scindere Cristo da Gesù e perché Enoc non è solo un orpello. Una succinta risposta analitica a Vito Mancuso.

la replica che Vito Mancuso ha voluto dedicare alla mia recensione del suo ultimo volume, Gesù e Cristo, non è solo un atto di cortesia intellettuale di cui lo ringrazio, ma un’occasione preziosa. È l’occasione per andare al cuore del problema che assilla il cristianesimo (o quel che ne resta) in Occidente: come può un profeta ebreo del I secolo, con la sua visione del mondo arcaica e mitologica, parlare ancora all’uomo digitale del XXI secolo?


Vi è infatti una differenza sostanziale che va ammessa: a differenza di quella vecchia scuola, Mancuso non nega l’orizzonte apocalittico di Gesù, anzi lo riconosce esplicitamente. Tuttavia, sebbene il suo metodo di partenza si distacchi da quello liberale classico, mi preme mostrare come lo spirito della sua proposta finisca per approdare ai medesimi lidi, e come, a mio parere, il “difetto” della sua ricostruzione non sia tanto teologico (ognuno è libero di credere ciò che vuole), ma rimanga profondamente storico. La tesi che sosterrò in queste righe è così articolata: ...

L'acuta replica di Adriano Virgili è a questo link:

Natale ... Natale di chi? - Lc 2,1-14 / Gv 1,1-14




Lc 2,1-14 Natale (Liturgia nella notte)

 

Domani sarò qui” ci hanno assicurato le lettere iniziali delle Antifone Maggiori che hanno accompagnato la nostra preghiera in questi ultimo nove giorni e, oggi, ne prendiamo atto: Lui è qui, il Signore è qui.

Chi nasce viene alla luce e “luce” è la prima parola che Dio pronuncia nella Bibbia, è la parola che segna l’inizio della creazione (Gn 1,3): dall'oscurità alla luce. Natale è l’inizio di una nuova creazione; nuova perché redenta, rappacificata.

È per questo che la Liturgia fa fare il primo l’annuncio del Natale nella notte, così si riproduce, anche sensibilmente, l’oscurità vinta dalla parola del Creatore, la tenebra della nostra condizione umana illuminata dalla venuta del Salvatore.

Ma è il Natale di chi? di Gesù. No, non solo di “Gesù” ma di Gesù Cristo. È importante ricordare e sottolineare quel “Cristo” cioè che quell’uomo Gesù è l’unto, il messia morto e risorto. Non è più possibile scindere i due elementi del suo nome.

Nella notte pasquale cantiamo che “Cristo è veramente risorto!”, in questa notte cantiamo che il Risorto è veramente venuto nella carne umana condividendo il cammino di ogni uomo e che ritornerà. Ce l’ha promesso e noi cristiani siamo chiamati a vivere nell’attesa del suo ritorno invocando costantemente “Vieni Signore Gesù, Maranatha”. La Liturgia nell’Avvento ce l’ha ricordato con fermezza.

 

L’Evangelo di Luca ci dice che “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte”. Quante volte in questo periodo abbiamo sentito questo invito, questo appello a “vegliare”, a rimanere vigili e attenti a cogliere i segni dei tempi! Costantemente ci è stato detto che è l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano, che rivelano la presenza di Dio. Forse per questo solo dei poveri, come i pastori di Betlemme, sanno accogliere la rivelazione dell’Angelo.

Il segno che viene dato loro è quello di un bambino del tutto normale, con una sola caratteristica: è povero e tra i poveri. Qui l’Evangelo ci fa prendere atto di una separazione netta: da una parte i poveri, gli ignoranti, la gente disprezzata che è però capace di riconoscere immediatamente e accogliere con gioia chi è nato nella sua e nella loro fragilità portando tutto quello che hanno: loro stessi. Dall’altro lato i saggi, i ricchi, i potenti, coloro che vivono isolati nei loro palazzi, incapaci di uscire dalle loro sicurezze e guardare oltre il loro io, di uscire dal loro egoismo, dalla difesa dei loro privilegi, del loro potere.

L’evento della nascita richiede una parola che lo illumini, lo interpreti e ne indichi il senso; ecco allora l’annuncio dell’Angelo che sfocerà nella celebrazione e nella lode dei pastori. Questi erano gli ultimi tra gli ultimi, considerati impuri, non potevano nemmeno avvicinarsi al Tempio, entrare nella Città Santa. Erano quella parte di umanità che i profeti, compreso Giovanni il Battista, si attendevano che l’avvento del Messia avrebbe sterminato.

Ma ecco la novità, quando Dio li incontra avviene l’opposto di quanto atteso: non li giudica, non li minaccia, non li castiga, non fa altro che avvolgerli con la sua luce, la luce del suo amore “La gloria del Signore li avvolse di luce”. È questa la Buona Notizia di Gesù che traspare fin da subito attraverso l’immagine del bambino “avvolto in fasce”. Se da un lato questo evidenzia la fragilità e la debolezza del neonato, dall’altro sottolinea la cura e la tenerezza di colei che lo avvolge. 

Guardando alla nostra realtà, se da una parte vediamo la nostra caducità, dall’altra ci appare la cura, l’attenzione che Dio ha per l’umanità e che ci chiede di condividere verso tutti i più fragili di noi. L’amore di Dio si manifesta nel desiderio che gli uomini siano pienamente felici e riguarda tutta l’umanità perché ogni uomo è amato dal Signore. Non c’è nessun uomo – questo è il messaggio – qualunque sia la sua condizione, il suo comportamento, che possa sentirsi escluso dall’amore di Dio. Ecco cosa ci dice abbia motivato la lode dei pastori capaci di sorprendersi di un qualcosa di “normale“ e di leggere in questo evento lieto un segno, un qualcosa che in ogni caso apriva una vita nuova capace come tutte di sorprendere nello scorrere della sua vita.

 

Gv 1,1-14 Natale (Liturgia del giorno)

 

E il Verbo si fece carne e fissò la sua tenda in mezzo a noi” canta il Prologo di S. Giovanni. È il punto culminante di tutto l’Evangelo del giorno di Natale e sono parole da ascoltare in una silenziosa attenzione. Sono cariche dell’ammirazione gioiosa e stupita dei cristiani delle prime comunità di fronte al mistero di Dio che per amore si spoglia della sua gloria, annienta se stesso e prende dimora in mezzo a noi. Più avanti in questo Evangelo Gesù più esplicitamente ci assicurerà che con il Padre prenderà dimora non solo in mezzo, non solo accanto, ma in noi. 

Ma questo già c’è in quel la “Parola divenne carne” dove non si afferma semplicemente che prese un corpo mortale, che si rivestì di muscoli, bensì che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi compresi i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, l’ignoranza, le tentazioni, i conflitti interiori…. In tutto simile a noi fuorché nel peccato perché quel bambino del quale oggi ricordiamo la nascita, è riuscito a vivere l’intera sua esistenza in piena e completa obbedienza al Padre. Non gli fu facile e S. Paolo dice che lungo tutta la sua vita “dal suo patire imparò l’obbedienza” (Eb 5,8). Se in questo è riuscito a lui nella nostra “carne”, anche per noi è possibile pur essendo deboli, fragili, mortali come lui lo è stato.

Certo Isaia dice: “Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Is 40,6-8) questa contrapposizione, dall’incarnazione che celebriamo oggi, c’è la possibilità, la speranza che è una certezza, di potercela fare.

 

(BiGio)

La nostra vita, mangiatoia in cui nasce Cristo

Il Natale 2025 non è un evento che possiamo celebrare in una bolla dorata. Le luci delle nostre case e delle nostre chiese sono crudelmente offuscate dall’oscurità dei conflitti: dalla lotta per la sopravvivenza e la libertà in Ucraina alla devastante tragedia umanitaria a Gaza, senza dimenticare le decine di scenari di guerra sparsi nel mondo, dall’Africa all’Asia. 


La narrazione di Betlemme, in questo contesto, cessa di essere una dolce evasione e si rivela una verità radicale e urgente per la nostra fede cristiana.Oggi, il senso del Natale risuona in modo straziante nel pianto delle vittime innocenti di ogni fronte e così la mangiatoia a Betlemme si trasforma nel simbolo globale dei rifugi di fortuna, delle tende di emergenza, delle case bombardate e degli sfollati che cercano riparo dal gelo o dalle macerie. Le famiglie che fuggono dalla guerra in Ucraina, l’indicibile sofferenza del popolo a Gaza – con la distruzione di infrastrutture vitali e la crisi alimentare – e i milioni di persone in fuga dalle violenze in Sudan o in Congo, sono il contesto contemporaneo in cui Dio sceglie di nascere. La nostra fede ci ricorda che Cristo è lì, in mezzo a loro, non in modo etereo, ma con la solidarietà concreta del bambino indifeso....

La riflessione di Nicola Tedoldi Pastore nella Chiesa Metodista di Parma e Mezzani è a questo link:

https://www.viandanti.org/website/la-nostra-vita-mangiatoia-in-cui-nasce-cristo/

Quali sono le principali paure dei giovani nelle situazioni sociali e in che modo queste possono favorire l’ansia?

Per comprendere le paure sociali dei giovani, dobbiamo prima riconoscere che l'adolescenza è, per sua natura, la stagione della ricerca dell'identità. Erik Erikson, psicologo dello sviluppo, ha descritto magistralmente questa fase come un conflitto cruciale tra "identità" e "confusione di ruolo". L'adolescente si chiede continuamente: "Chi sono io? Qual è il mio posto nel mondo? Come mi vedono gli altri?".


In questa ricerca, lo sguardo altrui non è semplicemente uno specchio neutro, ma diventa un tribunale interiore che può confermare o demolire il fragile senso di sé che si sta costruendo. Le ricerche più recenti ci restituiscono un quadro preoccupante. L’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo (2025) rivela che il timore del fallimento è diffuso e pervasivo tra gli adolescenti, con punteggi medi tra...

L'articolo di Paolo Morocutti è a questo link:

https://www.agensir.it/italia/2025/12/16/quali-sono-le-principali-paure-dei-giovani-nelle-situazioni-sociali-e-in-che-modo-queste-possono-favorire-lansia/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=la-newsletter-di-agensir-it_2

Che natale sei?

Nascere è divino. Ma quando questa fiducia nella “natività” diventa debole, allora la morte diventa una passione, come nella storia è accaduto a tutte le culture in crisi. Lo mostrano oggi guerre e riarmi, il tasso di suicidi dei giovani (seconda causa di morte in Occidente), la crisi della natalità e la distruzione del creato.

Qualche giorno fa ho contemplato al Museo diocesano di Milano l’opera in esposizione per Natale, una bellissima natività di Lorenzo Lotto, abitualmente alla Pinacoteca Nazionale di Siena, raccontata da una prospettiva curiosa: il bagno di Gesù Bambino. Il quadro (1525) del geniale e inquieto pittore rinascimentale lascia da parte architetture complesse e regine in drappi eleganti, e rappresenta la quotidianità di una casa contadina (allora l’artista lavorava a Bergamo): una levatrice, un uomo sgomento, una donna che in un angolo riscalda un panno, una tazza con il cucchiaio, il paiolo della polenta usato come vaschetta, il bambino nudo che si ...


Il racconto di Alessandro D'Avenia è a questo link:

https://www.profduepuntozero.it/2025/12/09/ultimo-banco-266-che-natale-sei/