Prima Domenica dopo Natale - Mt 2,13-15.19-23

La vita è un continuum di situazioni da superare e queste prime pagine dell’Evangelo di Matteo ce lo mostra chiaramente: Maria è stata salvata dalla lapidazione che colpiva chi si macchiava di adulterio (Dt 22,20-21); sono stati salvati i Magi che scappano da Erode; è stato salvato Gesù portato in Egitto per sfuggire al re empio e assassino. Ma è necessario rimanere sempre vigili perché in esilio si corre il pericolo di perdere la propria identità come capitò ad Israele che giunse anche a perdere la memoria del suo Dio.

 


Quello della famiglia è un tema da sempre molto sensibile con le sue vicissitudini, i suoi problemi, i rapporti con la società, i figli che appena iniziano a crescere protestano indipendenza e diventano incognite e ancor maggiori preoccupazioni di tutte quelle già avute durante gli anni di cure elargite dalla loro nascita in poi.

Tema che apparentemente nella tradizione questa domenica pone all’attenzione cadendo normalmente in retoriche devozionali facendone un quadretto idilliaco capace di impietosire per l’ombra di morte che viene proiettata sul neonato portando ad una fuga precipitosa come sottintende il verbo greco usato da Matteo. Realtà che nell’Evangelo di oggi viene guidata da tre “sogni” più quello che porta i Magi a partire senza far ritorno da Erode.

Sogni che si è visto sono “interventi” di Dio che “parla” a Giuseppe suggerendogli di partire, rifugiarsi, ritornare, andare, ritirarsi, fermarsi ed abitare. Tutti verbi di movimento che partono da un ascolto nella quiete, nel silenzio della notte ma che non impedisce di rimanere vigili o che, più precisamente, è un invito a creare le situazioni che possono metterci in condizione di poter ascoltare la Parola del Padre. Certo, per noi non è così immediato comprendere ciò che ci indica e probabilmente non lo è stato nemmeno per i Magi e per Giuseppe: è necessario rifletterci e farla incrociare con la realtà che si sta vivendo compiendo così un atto di “discernimento”. Bisogna anche rimanere attenti a non fare forzature, a far dire a Dio quello che si pensa noi e per questo serve umiltà, fiducia nel Signore, capacità di non piegarsi alle voci della realtà dominate e poi avere il coraggio di atti di responsabilità a volte controcorrente. Non devono essere delle fughe in avanti ma neppure un ritirarsi in un ripiegamento in se stessi chiudendosi per difendere la propria tranquillità. La Parola è sempre “salvifica” e spinge ad agire nell’amore e nella giustizia per l’altro e della realtà sociale che ci vede protagonisti. Lo si comprende bene nell’agire di Giuseppe che confida nel Signore, prima per risolvere i suoi dubbi su come comportarsi con Maria, ora per assicurare un futuro alla sua sposa e al loro figlio. A volte la nostra esperienza si scontra con il senso del limite, dell’inadeguatezza, dell’impotenza di fronte a certe situazioni come probabilmente è stata l’esperienza di Giuseppe nel venire a conoscenza dell’ira di Erode per il tradimento dei Magi, l’esplodere della sua vendetta indiscriminata verso tutti i bambini sotto i due anni condannati a morte come se fossero loro i colpevoli. Si era delineata una situazione disperata, apparentemente senza alcuna via d’uscita.

Quello che interessa a Matteo in questa sua pagina è il sottolineare come la vicenda della famiglia di Gesù non sia, pur nella diversità degli accenti, dissimile a quella di molte altre che devono fare i conti con gli Erode di turno che pur di imporre il loro potere, difendere la propria posizione, sfuggire a processi dall’esito segnato, accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente. La realtà del nostro mondo attuale ne è piena ad ogni latitudine e longitudine. 

Allora nei passi di Giuseppe e Maria si possono intravedere le orme di una infinità di persone espulse dalla loro terra o che cercano di sopravvivere spostandosi continuamente da una regione all’altra. Lo fecero anche i figli di Giacobbe e Rachele andando in Egitto spinti da una carestia e vi trovarono rifugio. Poi furono oppressi e Mosè li riportò in Canaan. Sono esodi ai quali assistiamo passivi anche oggi nelle vicende dei migranti che cercano altrove un futuro con un solo bagaglio ricco esclusivamente di speranza; fuggono da fame, guerre, oppressione, violenze gratuite. Cercano la loro Nazaret dove trovare riparo e riprendere a vivere passando attraverso vicende nelle quali imperano la prepotenza, la violenza, la crudeltà. Sono quasi come novelli “nazareni”, appellativo dai diversi possibili significati. È sufficiente cambiare una vocalizzazione (l’ebraico come tutte le lingue semitiche non hanno le vocali) che si passa dall’identificazione del vivere in una località, ad assumere il significato di germoglio (come in Is 11,1), oppure salvato, o ancora preservato, superstite (Is 49,6), consacrato o santo nel senso di essere messo da parte per o di un segreto, una realtà.

Giuseppe, Maria e Gesù sono chiamati a compiere i loro “esodi” in una condizione di fragilità e caducità per nulla diversa da quella che viviamo noi. La vita è un continuum di situazioni da superare e queste prime pagine dell’Evangelo di Matteo ce lo mostra chiaramente: Maria è stata salvata dalla lapidazione che colpiva chi si macchiava di adulterio (Dt 22,20-21); sono stati salvati i Magi che scappano da Erode; è stato salvato Gesù portato in Egitto per sfuggire al re empio e assassino. Ma è necessario rimanere sempre vigili perché in esilio si corre il pericolo di perdere la propria identità come capitò ad Israele che giunse anche a perdere la memoria del suo Dio.

Giuseppe invece non perse mai il suo rapporto con il Signore e accoglie l’invito a “prendere con sé il bambino e sua madre” che significa ricevere, accogliere l’altro come un dono assumendosi la responsabilità di questa accoglienza. L’invito è a noi a saper fare altrettanto con chi incontriamo lungo tutta la nostra vita.

(BiGio)

 

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