Lc 2,1-14 Natale (Liturgia nella notte)
“Domani sarò qui” ci hanno assicurato le lettere iniziali delle Antifone Maggiori che hanno accompagnato la nostra preghiera in questi ultimo nove giorni e, oggi, ne prendiamo atto: Lui è qui, il Signore è qui.
Chi nasce viene alla luce e “luce” è la prima parola che Dio pronuncia nella Bibbia, è la parola che segna l’inizio della creazione (Gn 1,3): dall'oscurità alla luce. Natale è l’inizio di una nuova creazione; nuova perché redenta, rappacificata.
È per questo che la Liturgia fa fare il primo l’annuncio del Natale nella notte, così si riproduce, anche sensibilmente, l’oscurità vinta dalla parola del Creatore, la tenebra della nostra condizione umana illuminata dalla venuta del Salvatore.
Ma è il Natale di chi? di Gesù. No, non solo di “Gesù” ma di Gesù Cristo. È importante ricordare e sottolineare quel “Cristo” cioè che quell’uomo Gesù è l’unto, il messia morto e risorto. Non è più possibile scindere i due elementi del suo nome.
Nella notte pasquale cantiamo che “Cristo è veramente risorto!”, in questa notte cantiamo che il Risorto è veramente venuto nella carne umana condividendo il cammino di ogni uomo e che ritornerà. Ce l’ha promesso e noi cristiani siamo chiamati a vivere nell’attesa del suo ritorno invocando costantemente “Vieni Signore Gesù, Maranatha”. La Liturgia nell’Avvento ce l’ha ricordato con fermezza.
L’Evangelo di Luca ci dice che “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte”. Quante volte in questo periodo abbiamo sentito questo invito, questo appello a “vegliare”, a rimanere vigili e attenti a cogliere i segni dei tempi! Costantemente ci è stato detto che è l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano, che rivelano la presenza di Dio. Forse per questo solo dei poveri, come i pastori di Betlemme, sanno accogliere la rivelazione dell’Angelo.
Il segno che viene dato loro è quello di un bambino del tutto normale, con una sola caratteristica: è povero e tra i poveri. Qui l’Evangelo ci fa prendere atto di una separazione netta: da una parte i poveri, gli ignoranti, la gente disprezzata che è però capace di riconoscere immediatamente e accogliere con gioia chi è nato nella sua e nella loro fragilità portando tutto quello che hanno: loro stessi. Dall’altro lato i saggi, i ricchi, i potenti, coloro che vivono isolati nei loro palazzi, incapaci di uscire dalle loro sicurezze e guardare oltre il loro io, di uscire dal loro egoismo, dalla difesa dei loro privilegi, del loro potere.
L’evento della nascita richiede una parola che lo illumini, lo interpreti e ne indichi il senso; ecco allora l’annuncio dell’Angelo che sfocerà nella celebrazione e nella lode dei pastori. Questi erano gli ultimi tra gli ultimi, considerati impuri, non potevano nemmeno avvicinarsi al Tempio, entrare nella Città Santa. Erano quella parte di umanità che i profeti, compreso Giovanni il Battista, si attendevano che l’avvento del Messia avrebbe sterminato.
Ma ecco la novità, quando Dio li incontra avviene l’opposto di quanto atteso: non li giudica, non li minaccia, non li castiga, non fa altro che avvolgerli con la sua luce, la luce del suo amore “La gloria del Signore li avvolse di luce”. È questa la Buona Notizia di Gesù che traspare fin da subito attraverso l’immagine del bambino “avvolto in fasce”. Se da un lato questo evidenzia la fragilità e la debolezza del neonato, dall’altro sottolinea la cura e la tenerezza di colei che lo avvolge.
Guardando alla nostra realtà, se da una parte vediamo la nostra caducità, dall’altra ci appare la cura, l’attenzione che Dio ha per l’umanità e che ci chiede di condividere verso tutti i più fragili di noi. L’amore di Dio si manifesta nel desiderio che gli uomini siano pienamente felici e riguarda tutta l’umanità perché ogni uomo è amato dal Signore. Non c’è nessun uomo – questo è il messaggio – qualunque sia la sua condizione, il suo comportamento, che possa sentirsi escluso dall’amore di Dio. Ecco cosa ci dice abbia motivato la lode dei pastori capaci di sorprendersi di un qualcosa di “normale“ e di leggere in questo evento lieto un segno, un qualcosa che in ogni caso apriva una vita nuova capace come tutte di sorprendere nello scorrere della sua vita.
Gv 1,1-14 Natale (Liturgia del giorno)
“E il Verbo si fece carne e fissò la sua tenda in mezzo a noi” canta il Prologo di S. Giovanni. È il punto culminante di tutto l’Evangelo del giorno di Natale e sono parole da ascoltare in una silenziosa attenzione. Sono cariche dell’ammirazione gioiosa e stupita dei cristiani delle prime comunità di fronte al mistero di Dio che per amore si spoglia della sua gloria, annienta se stesso e prende dimora in mezzo a noi. Più avanti in questo Evangelo Gesù più esplicitamente ci assicurerà che con il Padre prenderà dimora non solo in mezzo, non solo accanto, ma in noi.
Ma questo già c’è in quel la “Parola divenne carne” dove non si afferma semplicemente che prese un corpo mortale, che si rivestì di muscoli, bensì che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi compresi i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, l’ignoranza, le tentazioni, i conflitti interiori…. In tutto simile a noi fuorché nel peccato perché quel bambino del quale oggi ricordiamo la nascita, è riuscito a vivere l’intera sua esistenza in piena e completa obbedienza al Padre. Non gli fu facile e S. Paolo dice che lungo tutta la sua vita “dal suo patire imparò l’obbedienza” (Eb 5,8). Se in questo è riuscito a lui nella nostra “carne”, anche per noi è possibile pur essendo deboli, fragili, mortali come lui lo è stato.
Certo Isaia dice: “Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Is 40,6-8) questa contrapposizione, dall’incarnazione che celebriamo oggi, c’è la possibilità, la speranza che è una certezza, di potercela fare.
(BiGio)
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