XIX Domenica PA - Mt 22,15-21

Anche oggi l'uomo va restituito a Dio e questo comporta un nostro agire contro chi lo fa suo schiavizzandolo, opprimendolo, la sfruttandolo, dominandolo, usandolo come oggetto. 

Dall’attenzione alla formazione del discepolo anche in vista del suo invio nel mondo e dargli gli strumenti per affrontare le difficoltà, il cammino che la Liturgia ci sta proponendo attraverso l’Evangelo di Matteo, si è poi focalizzata sulle dinamiche che si vivono all’interno di ogni comunità. Nelle ultime domeniche, al centro ci sono state le relazioni tra queste e il mondo, con attenzione alla vita e alle scelte quotidiane che la risposta alla “chiamata” domanda. A questo richiamava le parabole sul Regno dei cieli che, come si sa, non è l’aldilà, ma la nuova realtà che Gesù è venuto ad iniziare la cui realizzazione ha lasciato nelle nostre mani, chiedendoci di evitare sempre la presunzione di essere i migliori, come pure di evitare ogni interventismo per risolvere problemi (la zizzania cresce sempre assieme al grano) ed infine l’impazienza e il tentativo di precorrere i tempi. È invece necessario imparare da Gesù ad accontentarci di quanto siamo capaci di realizzare ed affidare tutto al Padre che sa far diventare i nostri scarti le pietre angolari sulle quali fondare la nostra realtà, che è il suo regno.

Oggi la prospettiva si sposta di accento e al centro dell’Evangelo di Matteo si trovano tre “tentazioni” rivolte a Gesù dai suoi contemporanei o, meglio, tre tentativi di coglierlo in fallo per screditarlo. Il primo è di carattere politico, il secondo pone al centro il tema della resurrezione e il terzo su quale sia il comandamento più importante. 

Nessuno vive da solo, tutti siamo parte di una società, si devono stabilire relazioni di collaborazioni tra diversi. Ci si confronta allora con norme, principi (a volte con alcuni di questi considerati “non negoziabili”), consuetudini, tradizioni, pretese e istituzioni diverse che a volte si pongono in competizione. Nell’indicare alla sua comunità di discepoli il come rapportarsi con le realtà sociali con le quali si sarebbero dovuti confrontare. 

Oggi, la Liturgia ci presenta il primo tentativo di screditarlo, che si conclude con quel conosciutissimo detto “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. 

Si deve innanzitutto notare come Gesù, con la sua attività, è riuscito a far sì che due movimenti opposti si siano coalizzati assieme contro di lui: farisei ed erodiani. I primi ritenevano un’empietà appoggiare l’occupazione romana, i secondi erano invece sostenitori di Erode Antipa, il fantoccio senza personalità succube dell’imperatore Tiberio ed erano collaborazionisti dei romani. Gesù li infastidiva entrambi: era leale e rifiutava ogni forma di ipocrisia, parlava di tutto con parresia e piena libertà.

Questi tengono “consiglio” e complottano su come farlo cadere in contraddizione formulandogli una domanda in modo da rendergli impossibile qualunque scappatoia. Premettono parole di elogio riconoscendo le sue doti cercando di manipolarlo abusandole per poi porre la domanda che aveva una sua legittimità: “è lecito pagare il tributo a Cesare?”.

Matteo qui vuole avvertire tutti sull’uso delle parole. In merito Gesù è già intervenuto in passato. Non si deve adoperare uno strumento di dialogo facendolo diventare uno di violenza, neppure se in modo sottile. Questo comprende pure il dire mezze-verità o piccole menzogne che finiscono normalmente ad esprimere una doppiezza fino all’ipocrisia. Significa il non volerci mettere la faccia, atteggiamento che facilmente scivola nella viltà.

Gesù non elude la domanda e, com’è solito fare, conduce abilmente i suoi interlocutori alla radice del problema. Chiede di mostrargli una moneta e loro gliela danno ingenuamente perché siamo dentro il Tempio dove era severamente proibito portare monete romane, perché avevano effigi umane. Non per nulla all’ingresso c’erano dei cambiavalute che sostituivano le monete romane con quelle permesse; ma questi, pur essendo ossessionati dall’idea del puro e dell’impuro, meticolosi e scrupolosi, quando si tratta di denaro non vanno tanto per il sottile e cadono nella trappola. 

Gesù non risponde se sia lecito o no pagare, lui usa un altro verbo che è “rendete”, cioè “restituite”. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare” perché sopra c’è la sua immagine ed è, oltre che civile, anche un dovere morale contribuire al bene comune con il pagamento del tributo. Non c’è ragione che giustifichi l’evasione fiscale o il furto dei beni dello Stato e aggiunge “Restituite a Dio ciò che è di Dio”. Nel crearlo, Dio aveva detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza e creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò” (Gn 1,26-27).

Quindi se la moneta doveva essere “restituita” a Cesare, perché su di essa c’era impresso il volto del suo padrone, l’uomo andava “restituito” a Dio, l’unica creatura su cui è impresso il volto del Padre, è sacro e nessuno se ne può appropriare. Anche oggi chi lo fa suo schiavizzandolo, opprimendolo, la sfruttandolo, dominandolo, lo usa come oggetto… deve riconsegnarlo al suo Signore. Qui gli esempi nella nostra realtà quotidiana si sprecano partendo dal mondo del lavoro con i suoi morti che spesso sono degli omicidi, all’uso del corpo delle donne, al mondo giovanile lasciato nelle mani della violenza …

(BiGio)

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