Ma chi l’ha detto che i pastori devono comandare?

In Mongolia, terra di steppe e di armenti, si dice che il compito del pastore sia quello di pensare. Il pascolo, il bestiame, il pastore e il suo cane costituiscono un sistema unico, perfezionato nel corso dei secoli. Il pastore osserva la distesa erbosa e valuta come spostare al meglio il gregge. Uno sguardo al paesaggio rivela una grande varietà di vegetazione; di conseguenza, per nutrire e far crescere il bestiame, egli deve saperlo muovere in modo strategico. Per preservare la diversità della flora, le mandrie devono essere in costante movimento: devono pascolare senza eccedere, mantenendo vivo l'ecosistema con il calpestio e gli escrementi. È a queste condizioni che il sistema sopravvive e perdura.


L'autorità del pastore non sta nel comandare, ma nell'elaborare una strategia e guidare la mandria lungo un percorso efficace, con l'ausilio dei suoi cani. Ci saranno sempre animali che non gradiscono la rotta scelta; tuttavia, la competenza del pastore si misura dalla sua capacità di evitare che il gregge si disperda, piuttosto che dalla sua fermezza nell'imporre la propria volontà. Questo mi sembra un insegnamento importante, specie in un tempo in cui i potenti tendono a fare del proprio capriccio l’unico vero criterio strategico da seguire, a scapito del bene comune e dell’ordinamento internazionale. La Chiesa non è immune da fremiti autoritari, specie quando i pastori non sanno far valere la propria autorità se non imponendo le proprie decisioni....

La riflessione di Cesare Baldi è a questo link:


 

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