Per Riad è l'ora di scegliere un "protettore" regionale

 I successi degli huthi svelano la natura di Stato fallito dell’Arabia Saudita. Gli Usa non garantiscono più la difesa del Regno. MbS ha quattro alternative: Israele, Iran, Turchia o scadere a oggetto di contesa. Le mosse di Ankara, vero centro della geopolitica mediorientale.


 La fulminea avanzata degli huthi sulla sponda orientale di Bab al-Mandab e la profondità insulare conquistata dal gruppo yemenita nella strategica via d’acqua che lega Medioceano e Indo-Pacifico certificano la realtà geopoliticamente più strategica dell’arena mediorientale. L’Arabia Saudita è uno Stato fallito. 

Per decenni i sauditi hanno palliato questa banale verità surrogando la strategia dunque il fattore umano con i petrodollari, vivendo eufemisticamente al di sopra delle proprie possibilità nella realtà virtuale della Pax Americana. Bastava farsi mungere da Washington per giocare alla “potenza regionale”. Il risveglio nel mondo a-americano si sta rivelando un trauma di grado massimo, stadio precedente alla morte cerebrale irreversibile. 

 Il 10 settembre, mentre gli huthi sfondavano sulla costa, il tragicomico principe saudita noto per acronimo ha telefonato due volte al suo amico e socio in affari Donald Trump chiedendogli di bombardare i ribelli yemeniti, che nel frattempo riprendevano il tiro al bersaglio contro il territorio del Regno.

Il presidente americano ha gentilmente declinato, spiegandogli che preferisce lasciare ai partner regionali la leadership nella gestione delle crisi regionali. 

Venuta meno la Pax Americana, dunque la garanzia di sicurezza statunitense, Riyad ha quattro alternative. 

Prima: sottomettersi a Israele entrando negli accordi di Abramo e diventando protettorato dello Stato ebraico, in cogestione con gli Emirati Arabi Uniti. 

Seconda: sottomettersi all’Iran, opzione che i dignitari sauditi stanno necessariamente valutando. 

Terza: rifugiarsi nella potenza e nella sapienza imperiale della Repubblica di Turchia. 

Quarta: diventare teatro della sanguinosa competizione tra le tre potenze regionali e loro multiformi agenti di prossimità. 

L’America benedirebbe il primo scenario. Considererebbe il secondo e il terzo in primo luogo un problema di Israele, da risolvere con il rivale a cui non tocca il boccone saudita. Si rassegnerebbe al quarto. 

La Turchia ha colto questa tendenza da un paio di decenni e malgrado incidenti di percorso come le primavere arabe e l’omicidio di Khashoggi si è inserita prepotentemente nella partita con l’accordo della Mecca dello scorso agosto. Iniziativa che segnala la volontà strategica di surrogare l’America, evitando di commettere gli errori dell’America.

(da Limes)

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