L’impulso alla discriminazione e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati in noi e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali, il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Domenica scorsa Gesù “costringe” i discepoli a provare da soli che cosa significherà andare nel mondo ad annunciare il Regno di Dio e la loro barca (immagine della Chiesa) viene sballottata dalle onde del lago nell’oscurità della notte che rappresenta l’essere all’interno di una realtà se non ostile, almeno non certo accogliente. Gesù a un certo punto si fa presente, li rassicura di essere lui e, a Pietro che lo ha sfidato, tende la mano per salvarlo, le acque si calmarono e giunsero all’obiettivo indicato.
Ma a chi deve essere annunciato l’avvento del Regno di Dio? Quando Gesù aveva inviato i discepoli a due a due in missione aveva espressamente indicato di svolgere il compito assegnato solo alle “pecore disperse di Israele” escludendo esplicitamente tutti gli altri.
In quel tempo in Israele erano molte le correnti di pensiero. Una di queste, minoritaria, aveva elaborato questa parabola: Un agricoltore aveva piantato nel suo campo ogni sorta di alberi e li aveva coltivati con cura; attese molte primavere e molte estati, ma rimase deluso: tante foglie, qualche fiore, ma nessun frutto. Stava per appiccare il fuoco al campo quando, su un ramo un po’ discosto, vide una melagrana. La colse e la assaggiò: era deliziosa. “Per amore di questo melograno – esclamò felice – lascerò vivere tutti gli altri alberi del mio giardino”.
Similmente – concludevano i rabbini di quella corrente di pensiero – per amore di Israele Dio salverà il mondo intero.
Non è certamente ispirato a queste conclusioni l’agire di Gesù nel racconto dell’Evangelo di oggi. Mentre con il gruppo di discepoli si sta dirigendo verso la zona di Tiro e Sidone una donna di quei luoghi, quindi una cananea, si mise a gridare chiedendogli aiuto. I cananei sono quel popolo che, secondo il libro del Deuteronomio, devono essere votati allo sterminio, quindi sono disprezzati e gli ebrei cercavano di non aver nessun contatto con loro e li ritenevano senza alcun diritto.
La donna insiste e Gesù inizialmente è sprezzante, non la degna di uno sguardo, non le rivolge nemmeno la parola ed è quello che i discepoli, un po’ discosti, si attendevano.
L’insistenza della donna sta diventando imbarazzante così si avvicinano a Gesù e gli chiedono non di “esaudirla”, ma di “mandarla via”: è lo stesso verbo usato nell’episodio della condivisione dei pani quando si fa sera e gli suggeriscono di “mandare via” la folla perché potesse procurarsi da mangiare.
Gesù risponde loro che è stato inviato solo “alle pecore perdute della casa di Israele” quindi c’è poco da fare.
La donna capisce. Sa di non essere del popolo eletto, è cosciente di non appartenere al “gregge del Signore” e di non avere alcun diritto, tuttavia confida in un possibile aiuto per sua figlia tormentata da un demonio, si avvicina e si prostra davanti a Gesù e implora: “Signore, aiutami!”.
Nonostante per tre volte si sia rivolta a lui chiamandolo “Signore” e una volta “Figlio di David” cioè come il Messia, come risposta riceve un’offesa: “Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cagnolini!” (il termine usato si riferisce ai cani randagi che era usato per definire i non israeliti). La Cananea rispose: “eppure i cagnolini (qui il termine usato è quello dei cani di casa) mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” dando scacco matto a Gesù che, pieno di ammirazione, ne riconosce la fede e vi fa fiducia: “Grande è la tua fede (la tua fiducia in me), ti avvenga come tu vuoi”. “Da quell’istante sua figlia fu guarita”.
È la fede di quella donna, cosciente della sua realtà ma che non demorde, ad ottenere la guarigione della figlia e, prima di tutto, un’apertura di Gesù inaspettata dai discepoli. Forse qui c’è una sua “conversione” tanto che, presto, in quella terra pagana ci sarà una seconda condivisione dei pani: nell’agire di Dio non c’è alcun privilegio che conti.
L’impulso alla discriminazione e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati in noi e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali, il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Di fronte a situazioni di emergenza c'è chi impera con lo slogan “prima noi e poi gli altri”, in particolare di fronte ai problemi dei rifugiati, dei profughi, delle immigrazioni, di fronte a problemi gravi come la casa, il lavoro, la salute, c'è l'imperativo “prima noi e poi se c'è anche gli altri”. No, tutti allo stesso tempo.
(BiGio)
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