I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre. In Elisabetta e Maria appare chiara la convinzione che ciò che il Signore dice è realtà in chi l’accoglie anche se questo si scontra contro ogni evenienza (l’anzianità di Elisabetta) o il non conoscere uomo da parte di Maria.
Questa festa celebra il “transito” di Maria presso Dio dopo che ha vissuto il passaggio di Dio sull’intera sua esistenza.
La tradizione patristica orientale ha elaborato una delle immagini più belle con le quali ci descrive questo fatto: l’icona della “Dormizione” di Maria. In essa si vede il cadavere di Maria sul catafalco nel luogo di morte e Gesù, rivestito già degli abiti gloriosi, che la guarda con profonda tenerezza. In braccio tiene una creatura avvolta in fasce che riposa sul suo petto: è Maria. I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre. La morte non è una fine, ma un nuovo inizio e con la morte le persone stanno nelle braccia di Gesù. Mentre nella vita era Maria che teneva in braccio Gesù ora con la morte è Gesù, il figlio, che tiene in braccio la madre.
L’icona dell’incontro tra Elisabetta e Maria che l’Evangelo di oggi ci propone spesso affianca talmente i due volti nell’abbraccio che due loro occhi sono così vicini da sembrare uno solo, a significare che le due donne hanno una unica modalità di guardarsi reciprocamente con lo sguardo di Chi ha visto ed è venuto incontro alla sterilità di una e alla piccolezza dell’altra che ha creduto, contro ogni evenienza, al compimento della Parola di Dio in lei (Lc 1,45).
Maria si è fatta spazio di accoglienza e dimora del Signore, non con una adesione a generici valori, ma accogliendo l’invito a mettersi in gioco personalmente per rendere operante ed efficace la Parola.
Non è quello che Gesù ha invitato i discepoli a fare quando questi gli hanno suggerito di congedare la folla perché potesse arrangiarsi a trovare da mangiare visto che si faceva sera?
In Elisabetta e Maria appare chiara la convinzione che ciò che il Signore dice è realtà in chi l’accoglie anche se questo si scontra contro ogni evenienza (l’anzianità di Elisabetta) o il non conoscere uomo da parte di Maria. È il Signore che fa tutto attraverso chi gli mette a disposizione il suo essere senza remore e senza protagonismi personali che possono diventare degli ostacoli sulla storia della salvezza operata da Dio.
Non per nulla Maria – ed è normalmente poco sottolineato – nel suo canto tiene assieme l’intervento di Dio sulla sua persona che diventa salvezza per l’intera umanità, mentre noi normalmente teniamo separati i campi sociali da quelli personali, l’azione dalla spiritualità, la vita dalla preghiera. Non si riesce così a cogliere lo sguardo del Signore sulla realtà dell’uomo, quello sguardo che gli ha fatto cambiare il suo programma quando la folla lo ha preceduto sul luogo che aveva scelto per starsene solo. Quel suo sguardo che continuamente ha chiesto e ci chiede di far nostro.
Maria è cosciente di chi è, della sua realtà, non accampa nulla per apparire diversa e si percepisce guardata, valutata nella sua semplicità non come un ostacolo ma come una ricchezza. La sorpresa di Maria è quella di aver riconosciuto un Dio che non solo parla e chiede ascolto, ma che anche guarda e scopre l’uomo nella sua realtà più intima, al di là delle sue difese senza per questo essere uno spione o un cercare di scoprire gli scheletri negli armadi che ciascuno di noi ha.
Maria ci fa comprendere che lo sguardo di Dio non è mai di giudizio per farsi temere, ma è sempre di accoglienza, di una tale fiducia in noi nonostante noi stessi, che ci fa scoprire chi realmente siamo e ad accettarci così come siamo, con i nostri difetti, le nostre piccolezze, le nostre incapacità, le nostre fragilità. È uno sguardo che suscita vocazioni come ci racconta l’Evangelo nella chiamata dei primi discepoli; è uno sguardo di compassione che si fa incoraggiamento per le folle sbandate senza guide; è uno sguardo che se accolto diventa gioia come racconta Maria nel suo canto; è uno sguardo che ha una unica capacità: quella di generare vita superando i nostri tradimenti come a Pietro capitò di fare.
Basta avere il coraggio di aprire gli occhi e i nostri orecchi per riuscire a cogliere la sua azione tra di noi, nel nostro quotidiano e rendergli grazie per quanto lui riesce a fare in noi, con noi, attraverso noi.
(BiGio)
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