Cosa fare davanti alle delusioni? Anche Gesù ne ha avute. La nostra tentazione è quella di lasciare il giogo, ma Lui che cosa invita a fare? ad aver fiducia e ...
Dopo aver presentato le esigenze del discepolato e dell’invio ad immergere nella vita del Padre l’umanità intera, Gesù ha avvisato che le difficoltà non saranno poche e che è necessario non temere. L’importante è avere il suo sguardo sulla realtà cogliendone le difficoltà, chinandosi su di queste, sostenendo chi vi si trova coinvolto fornendo gli strumenti per superarle, con quella responsabilità che, liberati dalla paura, porta alla possibilità di esprimersi ed agire con chiarezza e franchezza. È però chiesto il coraggio di compiere uno stacco per spiccare il volo verso una nuova realtà ed essere introdotti in una nuova famiglia, dove il criterio non è il sangue, ma l’ascolto della parola di Dio e il fare la sua volontà.
Non c’è però nessuna certezza di successo della missione affidataci e si è stati avvertiti delle difficoltà che si sarebbero potute incontrare, degli ostacoli davanti ai quali ci si sarebbe trovati, fino alla possibilità di essere emarginati, esclusi. Su questo l’invito a “non temere” è stato chiaro ed importante. Anche Gesù si è trovato davanti ad uno scarso interesse della sua predicazione e incomprensione delle opere compiute. Tanto è vero che ha appena avuto la richiesta da parte degli inviati dal Battista di sapere se è lui o meno il Messia che stanno attendendo o se devono rivolgere la loro attenzione a qualcun altro. Lui stesso se ne rende conto e ha rimproverato Corazin, Betsaida e Cafarnao che non hanno saputo accogliere il suo messaggio.
In questa situazione si sono trovate tante volte anche la Chiesa e le nostre Comunità quando gli sforzi compiuti sono sembrati inutili e la tentazione di lasciar perdere, di abbandonare tutto è stata grande. Ma Gesù non si lascia scoraggiare, non alza le mani: mette tutto davanti al Padre confermando il suo “sì” al progetto che ha messo nelle sue mani. Nella preghiera, nell’ascolto del Padre al quale si è completamente affidato, mette la sua situazione di difficoltà che non diventa occasione di scoraggiamento ma, al contrario, conferma della determinazione di continuarla, chiedendo indicazioni, aiuto, sostegno per poter proseguire.
Anche noi da soli non ce la facciamo e spesso ce ne rendiamo conto: l’atteggiamento di Gesù ci viene incontro per capire come fare: come lui mettere tutto davanti al Padre e assumere il suo punto di vista che parte sempre dall’accoglienza di quanto, pur forse poco, si è realizzato. Questo significa il ringraziamento di Gesù per l’accoglienza avuta dai più “piccoli” e, attenzione, non è una condanna per coloro che non l’hanno ancora compresa e accettata.
Il “sì” al Padre passa anche attraverso la scoperta di come lui agisce nella storia scegliendo sempre prima il minore, i deboli, i piccoli, i dimenticati. Quelli che non avendo nulla da perdere, nulla da difendere sono aperti a tutto. In fin dei conti anche la Scrittura lo afferma: la durezza del cuore è la caratteristica di tutti coloro che hanno delle certezze spesso usate come baluardi, come delle alte mura fortificate entro le quali difendere la propria realtà, i propri interessi, le proprie idee come assoluti. Si rinuncia così alla relazione, al dialogo, al confronto che sono la base, le fondamenta della fede ebraico-cristiana: Dio si è rivelato a noi ponendoci di fronte a lui, capaci di guardarlo faccia a faccia negli occhi e la storia della salvezza è quella di questo dialogo, sempre più intenso alla ricerca della propria verità nel profondo del nostro essere.
Gesù poi disegna nuovamente il percorso del discepolato. C’è innanzitutto da rispondere a una chiamata: “Venite a me voi tutti”; non si va al Signore per volontà propria, non vi si giunge per le “nostre” strade, sentieri, percorsi intellettuali come alcuni tentativi oggi molto di moda vogliono far credere. Andare a lui significa accogliere il suo progetto di vita e farlo proprio, imparando da lui, rinunciando alla nostra autorealizzazione secondo i criteri del mondo: è questo accogliere il suo giogo che è fatto di due archi, uno è sulle sue spalle e ci propone di caricare l’altro sulle nostre. Dividendo il peso, questo diventa più “leggero” ed è quel “Io sarò con voi” nella promessa del Paraclito.
Questo conduce a condividere nella pienezza di vita nel Signore che ci conforta, ci fa respirare e trovare ristoro nella nostra vita a volte faticosa, stressata nelle mille cose da fare come con quel bicchiere di acqua fresca di domenica scorsa (Mt 10,42). Ci aiuta a vincere l’aggressività che a volte spinge alla violenza e alla guerra, a far nostro un faticoso metodo che non impone ma invita al dialogo all’interno di una relaazione autentica, che sfugge alle tentazioni della manipolazione. È paziente e si pone con fiducia all’altro per affiancarlo, mettere assieme i nostri cammini nelle loro diversità che sono ricchezze. A questo ci richiama costantemente anche Papa Leone.
(BiGio)
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