Mt 5,1-12 – Festa di tutti i Santi

Ma chi sono tutti i "santi" che oggi si festeggiano quando nel canto del Gloria proclamano che "Uno solo è il Santo, Gesù il Cristo?"


La Festa di tutti i Santi ogni anno propone di verificarsi sulle Beatitudini, quest’anno nella versione di Matteo nel quale sono 8, numero che nella tradizione del cristianesimo primitivo indicava il primo giorno della settimana, quello nel quale Gesù è risorto e, tra l’altro, è per questo che i battisteri dell’epoca avevano forma ottagonale.

Importante è anche notare che anche le parole con le quali Matteo scrive le Beatitudini non sono un numero a caso, ma sono precisamente 72, che è il numero delle nazioni all’epoca conosciute. Con questo desidera dirci che sono indirizzate non solo al popolo d’Israele, ma a tutti gli uomini e a tutto il creato.

Detto questo, perché si festeggiano tutti i santi quando nel Canto del Gloria si afferma che “uno solo è il Santo” e che questo è Gesù Cristo? Questo termine nella sua radice ebraica ha due significati: “messo da parte” (nel senso di “separato”), oppure “messo a parte” (di un segreto, di una realtà). I cristiani, in quanto battezzati, sono immersi nella santità del loro Signore, la condividono e, inoltre, partecipando al Pane Unico dell’Eucarestia diventano il suo corpo, le sue mani che agiscono sulla e nella storia quotidiana. Per questo che Paolo inizia tutte le sue lettere con “Ai santi che sono in” Colossi, Acaia, Filippi, Efeso, Corinto, Roma e via dicendo: santo è ogni discepolo di Gesù. Quella di oggi è allora la nostra festa assieme a tutti i credenti che ci hanno preceduto e che oggi partecipano della sua gloria nel Padre, con lo Spirito Santo.

Nelle prime decadi, il mondo li chiamava “galilei”, “nazareni” e, ad Antiochia, “cristiani”. Erano definizioni di denigrazione perché il primo era sinonimo di “rivoltosi”; il secondo si riferiva al villaggio disprezzato da cui proveniva il loro Maestro e, “cristiani” cioè seguaci di un sedicente “unto del Signore” finito sul patibolo. Tra di loro invece si qualificavano come “i fratelli”, “i credenti”, “i discepoli del Signore”, “gli uomini della via” oppure “i santi” per quanto sopra ricordato.

“Vedendo le folle”. Così inizia l’Evangelo di oggi sottolineando come Gesù abbia la capacità di osservare e comprendere di cosa la folla avesse bisogno e, per questo, “salì sul monte”. Non per distanziarsi da loro, ma per attirarli nel luogo (“il monte”) sul quale Dio tradizionalmente si manifestava al popolo come avvenne sul Sinai, sull’Oreb, sul Moria, sul Nebo, sul Tabor. Quindi “si pose a sedere”, nell'atteggiamento del maestro e, una volta che i discepoli gli si erano avvicinati “si mise a parlare e insegnava loro dicendo…”.

Non è un insegnamento teorico il suo, ma è la trasmissione della sua esperienza, vissuta nel discernimento della volontà del Padre, ripensata e rielaborata. È la proposta di un cammino possibile verso l’essenziale da vivere nella serenità pur non mancando persecuzioni, fatiche, dolori, ingiustizie, difficoltà che possono angustiare, affliggere con conflitti e contese inaspettate.

Sono un invito a non scoraggiarsi ma, come ha fatto lui, a continuare il cammino iniziato senza guardare indietro, senza perdersi d’animo. Il suo non è un appello generico ma rivolto specificatamente a “voi che siete …” poveri, misericordiosi, afflitti, perseguitati, miti … sono le realtà che lui stesso ha vissuto trasformandole da difficoltà in risorse.

Le Beatitudini non sono un insegnamento su Dio, sono un invito a non pensare di poter cambiare il mondo se non che attraverso il mutare la nostra realtà personale, il nostro agire, conformandolo al suo. Sono il richiamo a modificare i nostri valori che, quando viviamo “nella pianura”, sono la salute, la famiglia, il successo personale al lavoro e nella società, il conto in banca, gli amici. Magari pensando anche Dio, certo, ma inteso piuttosto come un utile supporto per il raggiungimento di questi obiettivi che sono quelli che stanno realmente a cuore.

Ecco allora che quel “Beati i poveri in Spirito”, non sono quelli che sono senza soldi – oramai questo dovrebbe essere scontato – ma sono gli “anawim” di Dio, coloro che ripongono ogni loro fiducia unicamente in Lui e, difronte al quale, si piegano riconoscendo la differenza tra Lui e loro e che tutto è suo e suo dono. È lui che ci affida i beni di questo mondo perché possiamo portarli a compimento e poi restituirli senza impossessarsene. Dall’accumularli e impiegarli per noi stessi, derivano tutti i mali: le guerre, le violenze, i dissidi, le gelosie (1 Tm 6,10) e il mondo disumano che geme nel dolore e implora di essere rinnovato e redento (Rm 8,19-25).

Non bisogna dimenticare che l’immagine biblica del mondo è quella del banchetto al quale il Signore invita tutti fin dal momento nel quale si è chiamato alla vita che la Liturgia ci ha proposto solo tre domeniche fa In Isaia (25,6-10) e in Matteo (22,1-14). A questo le Beatitudini tendono a condurci, accompagnandoci per mano, trasformando le difficoltà in risorse verso la partecipazione alla cena dell’Agnello.

(BiGio)

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