Dopo i primi giorni sorprendenti con alcuni film molto belli, la rassegna si è assestata su un livello medio di buona fattura ma senza nessun picco che abbia fatto pensare al Leone
Mi ha sorpreso il Leone d’Oro di quest’anno, non mi aveva particolarmente colpito. Sono andato a rivederlo confermando l’impressione iniziale condivisa con e da diversi amici che “vivono” con il cinema essendo critici professionisti o nel ramo dell’industria cinematografica. Nulla da dire dal punto di vista artistico e anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile ci può stare. Ma non è certo un film che spicca tra i molti parimerito della rassegna di quest’anno, certamente buoni prodotti che si lasciano vedere e alcuni anche apprezzare. Nessuno però che abbia fatto gridare al Leone, tutt’altro con alcuni proprio da evitare tra i quali la maggioranza degli italiani presenti nelle due rassegne principali (Leoni e Orizzonti).
Degli italiani, a mio avviso, si salvano in tre: nel concorso principale “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis e, in Orizzonti, “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci. In assoluto il miglio film italiano è quello di chiusura ma, purtroppo e chissà perchè, fuori concorso: “Dio ride” di Giovanni Veronesi. Un film che merita davvero di essere visto.
Il Leone d’Oro “Donna sconosciuta” è andato all’unica regista donna presente nella rassegna e forse, nella scelta, ha inciso proprio questo elemento.
A mio avviso più meritevole sarebbe stato “Possible love” del coreano Lee Chang-dong. Un film raffinato sorretto da una regia che lo fa crescere man mano che si sviluppa la narrazione che ha avuto il Gran Premio della Giuria.
Un altro film certamente da vedere è “Wild horse nine” ricco di ironia e sorprese con una interpretazione a dir poco straordinaria di John Malkovich.
La Miglio rRegia a Ilya Khrzhanovsky per “Dau” per lo più vale solo per il primo terzo del film (di ben 118 minuti!) nel quale ha la capacità di sorprendere nel racconto dello scienziato russo che si rifiuta di costruire la bomba atomica pur fornendone le fondamenta scientifiche. Ma nel resto si perde in caricature dei personaggi istituzionali dei servizi russi e nella vita privata di Dau fornendone una lettura a mio avviso fastidiosa.
Poi c’è il documentario “Naza” certamente ben realizzato che merita il Premio Speciale della Giuria ben più di quanto lo abbia meritato l’anno scorso “La voce di Hind Rajjab”. Per coloro che sono attenti a quanto accade non racconta nulla di nuovo, nemmeno sulle metodologie di analisi e procedure di azione dell’esercito israeliano. Il suo merito è di portarle in primo piano a disposizione di un pubblico vasto.
Personalmente lo farei vedere assieme a “Mr. Nelson, ha mai ucciso qualcuno?” (di Shinya Tsukamoto). È la domanda che una bambina delle elementari rivolge a un ex marine che è stato chiamato a raccontare la sua esperienza. Da qui si sviluppa tutta una ricerca che si sposta lentamente su di un piano generale con il quale viene chiesto allo spettatore di verificarsi e riguarda ciò che origina la violenza, innanzitutto quella personale per poi salire di livello fino alla guerra con i suoi abomini e i traumi che lascia ai suoi interpreti.
Non si può non ricordare il delicato film di Hirokazu Koreeda “Look back” nel quale Fujino, adolescente determinata e piena di talento, sogna di diventare una mangaka. Kyomoto, schiva e solitaria, vive quasi sempre chiusa nella sua stanza, dedicando ogni istante al disegno. Unite dalla stessa passione, le due ragazze, cresciute in una piccola città, inseguono per tredici anni il sogno di diventare autrici di manga e ci riescono. Poi Kyomoto decide di andare a fare l’Accademia di Belle Arti e viene uccisa durante un attacco di un ragazzo munito di un piccone. Fujino continua il loro sogno fino a riuscire a trasformare il tutto in una “anima”, una animazione, che narra la loro storia.
Come già accennato ci sono diversi altri film che possono essere visti anche con piacere tra i quali: Bucking Fastard (di Herzog), Moragheb (di Gharaei), 15/18 (di Kan), La Maison di vent (di Yangu), Diane in the Loop (di Balboni),Bunker (di Zeller), Kami nour (di Ali Asgari). Anche “Il fuoco che ti porti dentro” di Eduardo De Angelis è una piacevole pièce teatrale portata con sapienza sul grande schermo.
Tra gli altri quello che ha proprio negativamente sorpreso è il Premio alla Regia in Orizzonti a Jaqueline Lentzou per “Un giorno nella vita di Jo”. Personalmente non andrò certo a rivederlo.
Un'ultima osservazione: se ci si fa caso i film più significativi vengono tutti da realtà non europee (e il contenente americano era praticamente assente) che narrano la loro realtà sociale nella quale ci si può rispecchiare. Lo fanno senza quelle elucubrazioni psicologiche che invece caratterizzano per lo più i nostri prodotti e, al centro, facilmente c'è il mondo femminile.
Non bisogna poi dimenticare che, come ha detto il Presidente della Biennale nella serata delle premiazioni, l'arte non è una pausa estetica estranea al mondo, perché la storia continua ad accadere e l'arte ha il compito di interpretarla e farla presente. Ecco allora l'incrocio tra arte e storia che hanno caratterizzato i premi di questa edizione.
Un elenco di (quasi) tutti i film da me visti con una breve sinossi e una foto a questo link:
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