Campi profughi Rohingya del Bangladesh sempre più vulnerabili

Secondo un report del governo del Bangladesh, più di 150.000 persone Rohingya in fuga dalla persecuzione in Myanmar hanno raggiunto i 33 campi Rohingya nelle aree di Teknaf e Ukhiya di Cox’s Bazar negli ultimi mesi. I campi, che si estendono su circa 24 chilometri quadrati, ospitano ufficialmente più di 1.170.978 abitanti, rendendo gli insediamenti sempre più densi e vulnerabili al collasso con l’arrivo di nuovi sfollati.


Mohammed Mizanur Rahman, commissario per il soccorso e la rimpatriatazione dei rifugiati, ha dichiarato che la comunità rifugiata richiede l’espansione dei campi per far fronte all’afflusso continuo dalla Birmania. Tuttavia, tale espansione comporterebbe la distruzione di nuove foreste e colline, un costo che il Bangladesh non può più sostenere....

La notizia di Luigi Salemi è a questo link:

https://www.blog.it/campi-profughi-rohingya-del-bangladesh-sempre-piu-vulnerabili-ai-frane-durante-la-stagione-delle-piogge/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=ecologia_ambiente#google_vignette

Torna l'incubo della guerra civile in Etiopia, ripresi gli scontri tra esercito e Tplf

L’esercito di Addis Abeba ha riferito che negli scontri sono stati uccisi 272 membri del Tplf, i quali hanno lanciato un’offensiva nella vicina regione di Amhara. E gli scontri nel nord dell’Etiopia stanno proseguendo anche oggi. Il bilancio umanitario dell'ultima crisi è stato catastrofico: circa 600.000 morti, oltre il drammatico sfollamento di 3 milioni di civili


In Etiopia sono ripresi con rinnovata intensità i combattimenti fra le forze federali e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf). Le parti si accusano a vicenda di avere scatenato una nuova guerra, in uno scenario geopolitico che rimane confuso e drammatico....

La notizia di VaticanEws è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-09/etiopia-guerra-africa-eritrea-corno-poverta-geopolitica-chiesa.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Lettera agli amici - Qiqajon di Bose: Quando le religioni NON sono causa di violenza...

Da troppo tempo ormai sentiamo “parlare di guerre e rumori di guerre” (cf. Mt 24,6) e fatichiamo sempre di più a “non lasciarci turbare”, rassegnandoci perché così avviene da che mondo è mondo. C’è troppo scialo di morte e ancor più abbondanza di disprezzo per la vita, di offesa alla dignità umana, di noncuranza verso il bene comune. 


Troppo spesso le fedi paiono contribuire o contribuiscono di fatto all’acuirsi dei conflitti, al procrastinare le soluzioni, al riaccendersi delle ostilità. Troppo spesso gli schieramenti contrapposti annoverano nelle proprie file persone che dovrebbero appartenere alla medesima comunità di fede o a visioni del mondo contrassegnate dalla solidarietà. In questo senso assistiamo sbigottiti a circostanze di autentico tradimento da parte di uomini religiosi e capi di chiese, al venir meno di voci profetiche capaci di onorare il proprio mandato etico universale. E verrebbe da dare ragione a Jan Assmann il quale afferma: “Sono finiti i tempi in cui si poteva interpretare la religione come oppio dei popoli. Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli”....

L'intera Lettera agli Amici è a questo link:

https://monasterodibose.it/comunita/lettera-agli-amici/17121-quando-le-religioni-non-sono-causa-di-violenza

AI e ricerca medica: come si truccano i dati

In tre anni gli articoli scientifici con falsità sono cresciuti del 900%, Si moltiplicano le pubblicazioni ma anche i rischi per la salute. Il team italiano: si può barare pure sull'efficacia dei farmaci




Domenica XXVI PA - Mt 21,28-32

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza

 


Certamente le tre parabole che la Liturgia ci presenta in sequenza in queste tre domeniche riguardano il rifiuto dell’annuncio della salvezza e la possibilità che altri ci precedano nel Regno dei cieli. C’è un altro pericolo: il pensare che questo riguardasse i sacerdoti e gli anziani di Israele e oggi solo chi ci guida. In questo modo ci si chiama fuori dall’appello che queste parabole pongono a tutti in tutte le epoche, anche nella nostra che nelle comunità cristiane siamo tutti responsabili di tutti. Certo ci sono servizi e ruoli diversi ma siamo un unico “laos”, un unico “popolo”; anche i preti lo sono e vi appartengono alla pari di tutti. Non bisogna dimenticare che il clericalismo (sorto nel IV secolo per risolvere e svolgere una funzione amministrativa nell’impero romano) è stato definito da papa Francesco come “il tumore del cristianesimo”.

È stato notato come il finale della parabola della scorsa domenica (il padrone, la vigna e gli operai chiamati a lavorare anche all’ultima ora prima del tramonto) era rimasto aperto e ci veniva chiesto di misurarci sulla reazione alle parole del padrone. Aveva risposto alle proteste di coloro che avevano ritenuto ingiustificato che tutti avessero ricevuto il medesimo salario, sia chi aveva faticato l’intera giornata, sia chi solo l’ultima ora e aveva chiesto loro fossero invidiosi perché lui era buono.

Sotto ci stava una chiara critica alla concezione del rapporto con Dio come una prestazione di servizio, che conduce a misurarlo anche rispetto a quello degli altri, in una specie di competizione tra primi ed ultimi. È difficile staccarsi dalla religione dei meriti e credere nella totale gratuità dell’amore di Dio. 

La lettura di oggi dal profeta Ezechiele sembra rispondere alle nostre obiezioni: “Voi dite: non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?” (Ez 18,25). Dire sì a Dio significa rinunciare ai propri pensieri e accettare i suoi. 

È facile considerarsi suoi figli possibilmente “prediletti”. È difficile percepire queste parabole come rivolte personalmente a noi stessi, come possano interessare e coinvolgere i rapporti tra tutti i componenti delle Comunità, compresi chi le guida. È invece questo l’esercizio che ci viene chiesto a partire dalla domanda iniziale che fa Gesù nell’Evangelo di oggi: “Che ve ne pare?”. In questo modo la parabola ci coinvolge direttamente e diventa significativa nel confronto con il nostro modo di fare.

La parabola riguarda l’invito del Padre di andare a lavorare nella vigna ai suoi due figli; uno rispose di sì ma non ci andò; l’altro, al contrario, rispose di no ma poi si pentì e ci andò. A questo punto c’è l’altra domanda di Gesù: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?” e la risposta è ovviamente scontata.

Ma per noi quale incidenza nella nostra vita quotidiana ha l’invito che ci viene rivolto di andare oggi a lavorare nella vigna? Come rispondiamo a questo invito? Il nostro agire è poi conseguente ad una vita di sequela, di attenzione all’altro da noi stessi o si convive tranquillamente con le ingiustizie, le disuguaglianze, le discriminazioni dei compromessi?

Quelli che non credono, quelli che pensiamo lontani, che hanno il coraggio di dire no “i pubblicani e le prostitute” ci precederanno perché sono consapevoli della loro realtà e non accampano nulla nei confronti di Dio. È difficile il cammino per smettere di ritenersi giusti, rinunciando all’orgoglio di quelle che si ritengono “le opere buone” compiute, abbandonando le sicurezze che derivano dal fatto di aver sempre detto di sì a parole. Solo allora si riuscirà a gioire nel sentirsi salvati dall’amore gratuito del Padre.

Nella parabola anche il secondo figlio ha il coraggio di dire no ma poi va nella vigna. È sincero, non si nasconde dietro al dito della sua presunta perfezione, prende coscienza di un conflitto dentro se stesso e muta opinione. Il credere non ci risparmia dallo sbagliare, ma offre sempre la possibilità di riconoscere l’errore commesso. Il pentirsi è di chi ha coraggio e attesta che l’essere persone libere innanzitutto dal proprio narcisismo e che il peccato non ha l’ultima parola. 

La fedeltà a Dio e la giustizia non si giudicano dai “si” solo pronunciati, ma dai fatti. È sulle scelte che si giudica l’appartenenza: “Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli” (Mt 7,21)

(BiGio)

 

 

Come l’AI cambierà lavoro e città. Le previsioni di Goldman Sachs

 L’Intelligenza Artificiale sta portando a un’inevitabile aumento globale della domanda di energia e anche a un riassetto di mestieri e professioni. Serviranno nuove competenze per accompagnare la costruzione dei data center. Eppure l’uomo potrà avere le sue opportunità di restare al comando del cambiamento


Si scrive energia, ma si legge, anche, Intelligenza Artificiale. Nei giorni in cui il mondo si interroga sull’opportunità o meno di mettere un freno all’avanzata delle tecnologie di ultima frontiera, per paura di aprire la strada a un dominio delle macchine, Goldman Sachs fa notare come da qui ai prossimi quattro anni la domanda energetica aumenterà del 170%. Proprio per effetto della proliferazione dei nuovi progetti di costruzione di data center, del crescente utilizzo di...

L'articolo di Gianluca Zappponini è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/ai-cina-interlligenza-artificiale-ipo-usa/#content

Per Riad è l'ora di scegliere un "protettore" regionale

 I successi degli huthi svelano la natura di Stato fallito dell’Arabia Saudita. Gli Usa non garantiscono più la difesa del Regno. MbS ha quattro alternative: Israele, Iran, Turchia o scadere a oggetto di contesa. Le mosse di Ankara, vero centro della geopolitica mediorientale.


 La fulminea avanzata degli huthi sulla sponda orientale di Bab al-Mandab e la profondità insulare conquistata dal gruppo yemenita nella strategica via d’acqua che lega Medioceano e Indo-Pacifico certificano la realtà geopoliticamente più strategica dell’arena mediorientale. L’Arabia Saudita è uno Stato fallito. 

Per decenni i sauditi hanno palliato questa banale verità surrogando la strategia dunque il fattore umano con i petrodollari, vivendo eufemisticamente al di sopra delle proprie possibilità nella realtà virtuale della Pax Americana. Bastava farsi mungere da Washington per giocare alla “potenza regionale”. Il risveglio nel mondo a-americano si sta rivelando un trauma di grado massimo, stadio precedente alla morte cerebrale irreversibile. 

 Il 10 settembre, mentre gli huthi sfondavano sulla costa, il tragicomico principe saudita noto per acronimo ha telefonato due volte al suo amico e socio in affari Donald Trump chiedendogli di bombardare i ribelli yemeniti, che nel frattempo riprendevano il tiro al bersaglio contro il territorio del Regno.

Il presidente americano ha gentilmente declinato, spiegandogli che preferisce lasciare ai partner regionali la leadership nella gestione delle crisi regionali. 

Venuta meno la Pax Americana, dunque la garanzia di sicurezza statunitense, Riyad ha quattro alternative. 

Prima: sottomettersi a Israele entrando negli accordi di Abramo e diventando protettorato dello Stato ebraico, in cogestione con gli Emirati Arabi Uniti. 

Seconda: sottomettersi all’Iran, opzione che i dignitari sauditi stanno necessariamente valutando. 

Terza: rifugiarsi nella potenza e nella sapienza imperiale della Repubblica di Turchia. 

Quarta: diventare teatro della sanguinosa competizione tra le tre potenze regionali e loro multiformi agenti di prossimità. 

L’America benedirebbe il primo scenario. Considererebbe il secondo e il terzo in primo luogo un problema di Israele, da risolvere con il rivale a cui non tocca il boccone saudita. Si rassegnerebbe al quarto. 

La Turchia ha colto questa tendenza da un paio di decenni e malgrado incidenti di percorso come le primavere arabe e l’omicidio di Khashoggi si è inserita prepotentemente nella partita con l’accordo della Mecca dello scorso agosto. Iniziativa che segnala la volontà strategica di surrogare l’America, evitando di commettere gli errori dell’America.

(da Limes)

Dilemma IA: corsa o freno?

Tra catastrofisti e tecno-ottimisti, l’allarme sull'IA svela un vuoto più profondo: nessuna difesa regge se non è condivisa, ma l’ordine multilaterale che dovrebbe garantirla è in frantumi.


Nelle ultime settimane il clima di entusiasmo nei confronti dell’intelligenza artificiale ha lasciato il posto a una serie di timori catastrofisti. L’8 settembre Jacob Coxon ha lasciato Anthropic dopo tre anni di ricerca sui modelli linguistici, prima in OpenAI e poi nella società fondata dai fratelli Amodei. E lo ha fatto con un lungo post che in poche ore ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni, seguito nella stessa giornata da un’intervista al Wall Street Journal: le due aziende, sostiene il ricercatore, non stanno agendo responsabilmente e stanno correndo dritte verso una catastrofe, “giocando d’azzardo con le nostre vite”....

L'articolo di Alessia de Luca è a questo link:

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dilemma-ia-corsa-o-freno-245139

Credere in ciò che unisce è il coraggio della pace

Da Antonella Sberna a Luciano Portolano, da Orazio Schillaci a Maurizio Leo, istituzioni ed esperti si sono confrontati a Roma sul valore della pace come bene comune da costruire attraverso responsabilità, cooperazione e coraggio. 


La pace non è assenza di conflitto. È una scelta. In famiglia, nelle relazioni, nella società e nel mondo del lavoro. Unisce questa consapevolezza il dibattito promosso il 16 settembre scorso, per la prossima Giornata internazionale della pace, da Remind – associazione delle buone pratiche dei settori produttivi della Nazione, nella quarta edizione de Il coraggio della pace by remind tenutasi a Palazzo del Commendatore, a Borgo Santo Spirito, Roma....


Il racconto di Elvira Frojo è a questo link:



Alla vigilia dell'incontro tra Trump e Xi Jinping un contributo per capire la Cina

In questa conversazione con Formiche.net Francesco Sisci racconta il suo nuovo libro che esplora le radici storiche e culturali della strategia cinese, influenzata dall’isolamento geografico e dalla concezione del potere.


Sisci analizza come la Cina contemporanea, con la sua visione centralizzata e adattativa, si confronta con un mondo interconnesso e competitivo, diverso dal contesto storico in cui si è sviluppata. La differenza filosofica tra l’approccio occidentale e quello cinese, basato sul Tao, complica la comprensione reciproca tra Cina e Stati Uniti, influenzando le loro strategie globali.

L'articolo di Emanuele Rossi è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/capire-la-cina-oltre-xi-una-chiave-nel-libro-di-sisci/#content

Bartov: «Il mondo deve fermare Israele. Solo così eviterà di distruggersi»

L'israelo-statunitense Omer Bartov, tra i massimi esperti della Shoah, punta il dito contro la rimozione in atto nel suo Paese: «Un crimine contro l’umanità, invece di destare scandalo, viene legittimato o ignorato»


«E sia dannato chi dice: “Vendica!”. Una simile vendetta, per il sangue di un bambino, Satana non l’ha ancora concepita». Sono trascorsi 123 anni da quando il poeta e fervente sionista Chajim Nachman Bialik scrisse questi versi all’indomani del pogrom di Chisinau, in cui furono massacrati 49 ebrei, tra cui diversi minori. Un grido di denuncia contro il più atroce dei delitti: l’assassinio dei bimbi, le vittime ...

L'intero articolo a questo link:

https://www.avvenire.it/mondo/lo-storico-bartov-il-mondo-deve-fermare-israele-solo-cosi-evitera-di-distruggersi_113076

Beirut, la lunga strada verso la verità. Aoun sotto accusa per l’esplosione del porto

 Fonti giudiziarie hanno fatto trapelare che il procuratore presso la Corte di cassazione avrebbe chiesto di procedere nei confronti dell’ex presidente Aoun perché avrebbe saputo dell’enorme pericolo e nulla fece per impedire l’esplosione del porto di Beirut il 4 agosto 2020. Se Beirut tornerà a indicare la rotta del Paese di cui è capitale in buona parte dipenderà da questo processo. 

Il primo leader mondiale a recarsi a Beirut dopo la terrificante esplosione del suo porto commerciale, avvenuta il 4 agosto 2020, il presidente francese Macron,propose l’istituzione di un tribunale internazionale per l’accertamento della verità. La città era ancora devastata dalla più grave esplosione non atomica mai verificatasi al mondo: 220 morti, 6500 feriti, interi quartieri dichiarati inagibili. Ma l’allora Presidente del Libano, l’ex generale Michel Aoun, rifiutò l’idea, dicendo che altrimenti la verità sarebbe stata annacquata. Poi il magistrato inquirente, Tareq Bitar, cominciò ...

La riflessione di Riccardo Cristiano è a questo link:

Domenica XXV PA - Mt 20,1-16a

Il finale rimane aperto: come hanno reagito alle parole del padrone coloro che mormoravano? Hanno accettato? Hanno continuato a brontolare? Non viene detto ma ci viene chiesto di misuraci su questo.


In queste settimane Matteo ci sta mostrando come Gesù, dopo essersi preso cura dei discepoli come singole persone, sia passato a guardare i problemi che possono nascere all’interno delle Comunità a partire dalla sua, quella dei dodici.

Per comprendere il perché della parabola di oggi è necessario conoscere quanto avvenuto immediatamente precedentemente. Gesù ha affermato che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli”; i discepoli rimasero costernati e chiesero chi dunque si potrà salvare. La risposta è stata chiara: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. A questo punto Pietro chiese che cosa ci guadagneranno loro che hanno lasciato tutto per seguirlo. Gesù risponde che chiunque avrà fatto come loro “riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” e aggiunge che “molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi” (Mt 19,23-30). Quindi anche se immediatamente prima ha detto loro che saranno seduti su dodici troni accanto al suo nel giudizio alle tribù di Israele, quest’ultima battuta può aver recato nuovo sconcerto e apparsa contradditoria.

Gesù sente allora la necessità di spiegare e racconta la prima delle tre parabole sulla vigna che si trovano nell’Evangelo di Matteo anche per disincentivare aspettative di ricompense particolari, tanto è vero che la chiusa della parabola ribadisce che “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”. È un’attenzione e un richiamo che Gesù fa alla sua Comunità, alle nostre Comunità sulle dinamiche che devono essere vissute al loro interno non rimanendo ripiegate su loro stesse, ma sempre capaci di allargare lo sguardo oltre il proprio interesse e aspettative, anche a quelle individuali.

Il padrone della vigna compare quasi affannato alla ricerca lungo tutta la giornata di operai ed è l’immagine di un Dio che desidera l’incontro con gli uomini, ne è sempre alla ricerca coinvolgendosi con loro, con le loro esigenze e necessità. È questo al centro del suo interesse più che le esigenze della vendemmia che non vengono nemmeno accennate.

Oltre al padrone della vigna, immagine di Dio, gli altri personaggi sono gli operai (i discepoli) che in momenti diversi della loro vita rispondono alla chiamata; la vigna è la comunità cristiana tra i cui tralci il lavoro non manca; la giornataè la vita di ciascuno e la sera: il momento del giudizio di Dio.

Con i primi operai aveva concordato un denaro di compenso, ai secondi aveva assicurato “ciò che è giusto”, agli ultimi non aveva detto nulla. Ma al momento della paga i lavoratori rimangono costernati e l’incomprensione nasce dalla poca chiarezza su cosa il padrone intendesse per giusto. Gli operai l’hanno recepito in base ai loro criteri di giudizio e si sono convinti che egli avrebbe tenuto conto dei meriti; il padrone invece segue una sua giustizia e distribuisce i suoi beni in modo completamente libero e gratuito. Non fa torto a nessuno, ha solo deciso di non prendere in considerazione i meriti; ha dato a tutti secondo il bisogno e, naturalmente, i primi ad essere beneficati sono stati gli ultimi, i più poveri. Questa è la sorpresa di Dio, questo è il suo “strano” modo di concepire e di praticare la giustizia.

È la denuncia più chiara e provocatoria che si possa immaginare della religione dei meriti purtroppo sostenuta da molti anche oggi. Con la sua parabola, Gesù distrugge, per sempre, questo modo farisaico di rapportarsi con Dio. Invece l’amore del Signore non lo si compera, non lo si conquista, non può essere valutato sulla base delle opere buone, lo si riceve gratuitamente e in proporzione al bisogno, nessuno può sentirsi in credito con lui.

Gli operai giunti alla prima ora hanno di certo faticato di più ma hanno anche goduto fin dal primo mattino della presenza del Signore, della sua Parola. Gli ultimi giunti hanno perso molto di questa possibilità ma questo non fa “arrabbiare” Dio, può forse dolersene delle occasioni mancate, ma ora è contento perché ha raggiunto anche loro e loro hanno accettato senza alcuna costrizione.

Quindi l’invito di Gesù è quello di evitare ogni competizione all’interno delle Comunità nelle quali tutti sono fratelli, operai al medesimo modo nella vigna, nessuno è superiore agli altri. Chiede di fare attenzione su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c’è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è “giogo soave e leggero” (Mt 11,30) e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione. E nemmeno di invidia.

Il finale rimane aperto: come hanno reagito alle parole del padrone coloro che mormoravano? Hanno accettato? Hanno continuato a brontolare? Non viene detto ma ci viene chiesto di misuraci su questo.

(BiGio)

 

 

 

I ragazzi e le loro paure

Una classe filmata per un anno intero, ora si racconta in una serie TV su RaiPlay intitolata "Foto": dal bisogno al peso di piacere. Il diario di una generazione dimenticata.



Giovani e cristianesimo

«Di certi viaggi si sa soltanto al ritorno» (M. Zambrano). Con queste parole, Lucia Vantini, teologa e filosofa, docente all’ISSR di Verona e delegata episcopale della diocesi per l’ambito della prossimità, ha avviato la sua riflessione conclusiva del “Laboratorio giovani Credere domani” che quest’anno portava il titolo: Quali comunità?


Dal 23 al 26 agosto circa ottanta persone hanno preso parte a San Fidenzio (Verona) a questo percorso che rappresentava l’ultima tappa di un triennio che si era già interrogato su quale spiritualità? (2024) e quale felicità?(2025). Il tutto ha preso le mosse dalla ricerca di Paola Bignardi e Rita Bichi[1] e si è articolato come un’esperienza laboratoriale sui giovani e con i giovani con un’attenzione particolare, in questo terzo e ultimo anno, al tema della comunità cristiana. Le tre edizioni estive del laboratorio hanno fatto pian piano emergere la domanda ...

Il reportage di Matteo Cavani è a questo link:

https://www.settimananews.it/chiesa/giovani-e-cristianesimo/?utm_source=newsletter-2026-09-08

La remigrazione, vista da un asilo nido


Una festa di fine anno, con bambine e bambini piccoli, e famiglie di tante origini: così i discorsi astratti, basati sulla paura, trovano un altro peso e altre prospettive.



Mentre si sente sempre più parlare di remigrazione — fondamentalmente come slogan ideologico, dato che essa è, di fatto, impossibile —, e mentre questo parlare avvelena sempre più i pozzi della comunicazione e del vivere insieme, val la pena ricordare cosa è, nel concreto, la vita quotidiana di molti, magari là dove inizia il percorso di formazione di un bambino, ossia l’asilo nido ...

L'articolo di Sergio Di Benedetto è a questo link:

Ai confini dell’Europa

Quando il "limes" si manifesta come frontiera e il fronteggiarsi si ripercuote negativamente e ingiustamente sugli spostamenti, per fini di solidarietà, dei civili...


Frontiera della dogana bielorusso-polacca, Brest-Terespol, 16 agosto 2026. Sono le 5:00 del mattino, fuso orario bielorusso....

Il racconto della foriera di Alessandro Manfredi è a questo link:

https://www.vinonuovo.it/attualita/societa/ai-confini-delleuropa/

L’ineludibile storicità delle forme della politica

Le democrazie liberali pagano l’inadeguatezza di assetti costruiti in contesti storici ormai superati. Per Corbino, già professore ordinario di Diritto romano all’Università di Catania, la sfida non è difendere formule del passato, ma ripensare le forme dell’autogoverno senza sacrificare libertà e rappresentanza


Nei sistemi partecipativi (quali massimamente sono le democrazie) la politica si sostanzia nell’azione (complessa e collettiva) rivolta alla formazione di riconoscibili orientamenti per le necessarie scelte operative degli Stati. Da quelle che li “organizzano” a quelle destinate a regolare le “relazioni” che vi intervengono. Si avvale, per avere attuazione, di forme (strumenti). Servono a disegnare le procedure che consentono di rilevare (e misurare) quegli orientamenti e a fissare anche il chi, il quando e il come debba darvi seguito. È una verità elementare....

La riflessione del prof. Corbino è a questo link:


Mostra del Cinema 2026; la mia opinione su film visti

Dopo i primi giorni sorprendenti con alcuni film molto belli, la rassegna si è assestata su un livello medio di buona fattura ma senza nessun picco che abbia fatto pensare al Leone 


Mi ha sorpreso il Leone d’Oro di quest’anno, non mi aveva particolarmente colpito. Sono andato a rivederlo confermando l’impressione iniziale condivisa con e da diversi amici che “vivono” con il cinema essendo critici professionisti o nel ramo dell’industria cinematografica. Nulla da dire dal punto di vista artistico e anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile ci può stare. Ma non è certo un film che spicca tra i molti parimerito della rassegna di quest’anno, certamente buoni prodotti che si lasciano vedere e alcuni anche apprezzare. Nessuno però che abbia fatto gridare al Leone, tutt’altro con alcuni proprio da evitare tra i quali la maggioranza degli italiani presenti nelle due rassegne principali (Leoni e Orizzonti).

Degli italiani, a mio avviso, si salvano in tre: nel concorso principale “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis e, in Orizzonti, “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci. In assoluto il miglio film italiano è quello di chiusura ma, purtroppo e chissà perchè, fuori concorso: “Dio ride” di Giovanni Veronesi. Un film che merita davvero di essere visto.

Il Leone d’Oro “Donna sconosciuta” è andato all’unica regista donna presente nella rassegna e forse, nella scelta, ha inciso proprio questo elemento. 

A mio avviso più meritevole sarebbe stato “Possible love” del coreano Lee Chang-dong. Un film raffinato sorretto da una regia che lo fa crescere man mano che si sviluppa la narrazione che ha avuto il Gran Premio della Giuria.

Un altro film certamente da vedere è “Wild horse nine” ricco di ironia e sorprese con una interpretazione a dir poco straordinaria di John Malkovich.

La Miglio rRegia a Ilya Khrzhanovsky per “Dau” per lo più vale solo per il primo terzo del film (di ben 118 minuti!) nel quale ha la capacità di sorprendere nel racconto dello scienziato russo che si rifiuta di costruire la bomba atomica pur fornendone le fondamenta scientifiche. Ma nel resto si perde in caricature dei personaggi istituzionali dei servizi russi e nella vita privata di Dau fornendone una lettura a mio avviso fastidiosa.

Poi c’è il documentario “Naza” certamente ben realizzato che merita il Premio Speciale della Giuria ben più di quanto lo abbia meritato l’anno scorso “La voce di Hind Rajjab”. Per coloro che sono attenti a quanto accade non racconta nulla di nuovo, nemmeno sulle metodologie di analisi e procedure di azione dell’esercito israeliano. Il suo merito è di portarle in primo piano a disposizione di un pubblico vasto.

Personalmente lo farei vedere assieme a “Mr. Nelson, ha mai ucciso qualcuno?” (di Shinya Tsukamoto). È la domanda che una bambina delle elementari rivolge a un ex marine che è stato chiamato a raccontare la sua esperienza. Da qui si sviluppa tutta una ricerca che si sposta lentamente su di un piano generale con il quale viene chiesto allo spettatore di verificarsi e riguarda ciò che origina la violenza, innanzitutto quella personale per poi salire di livello fino alla guerra con i suoi abomini e i traumi che lascia ai suoi interpreti.

Non si può non ricordare il delicato film di Hirokazu Koreeda “Look back” nel quale Fujino, adolescente determinata e piena di talento, sogna di diventare una mangaka. Kyomoto, schiva e solitaria, vive quasi sempre chiusa nella sua stanza, dedicando ogni istante al disegno. Unite dalla stessa passione, le due ragazze, cresciute in una piccola città, inseguono per tredici anni il sogno di diventare autrici di manga e ci riescono. Poi Kyomoto decide di andare a fare l’Accademia di Belle Arti e viene uccisa durante un attacco di un ragazzo munito di un piccone. Fujino continua il loro sogno fino a riuscire a trasformare il tutto in una “anima”, una animazione, che narra la loro storia.

 

Come già accennato ci sono diversi altri film che possono essere visti anche con piacere tra i quali: Bucking Fastard (di Herzog), Moragheb (di Gharaei), 15/18 (di Kan), La Maison di vent (di Yangu), Diane in the Loop (di Balboni),Bunker (di Zeller), Kami nour (di Ali Asgari). Anche “Il fuoco che ti porti dentro” di Eduardo De Angelis è una piacevole pièce teatrale portata con sapienza sul grande schermo.

Tra gli altri quello che ha proprio negativamente sorpreso è il Premio alla Regia in Orizzonti a Jaqueline Lentzou per “Un giorno nella vita di Jo”. Personalmente non andrò certo a rivederlo.

Un'ultima osservazione: se ci si fa caso i film più significativi vengono tutti da realtà non europee (e il contenente americano era praticamente assente) che narrano la loro realtà sociale nella quale ci si può rispecchiare. Lo fanno senza quelle elucubrazioni psicologiche che invece caratterizzano per lo più i nostri prodotti e, al centro, facilmente c'è il mondo femminile.

Non bisogna poi dimenticare che, come ha detto il Presidente della Biennale nella serata delle premiazioni, l'arte non è una pausa estetica estranea al mondo, perché la storia continua ad accadere e l'arte ha il compito di interpretarla e farla presente. Ecco allora l'incrocio tra arte e storia che hanno caratterizzato i premi di questa edizione.


 

 Un elenco di (quasi) tutti i film da me visti con una breve sinossi e una foto a questo link:


https://docs.google.com/document/d/1eB7ifxLQ6x05zpsdxeGKWHsrIqhMooTC/edit?usp=drivesdk&ouid=106691176849122854187&rtpof=true&sd=true

XXIV Domenica PA - Mt 18,21-35

Ma Dio ripaga con la stessa moneta? la violenza? Le immagini drammatiche non desiderano descrivere ciò che avverrà alla fine dei tempi, ma presenta ciò che il Padre desidera che l’uomo faccia oggi: vivere di un amore unilaterale comunque, che è quello della croce. 


Si è visto come Gesù progressivamente abbia condotto la sua attenzione all’interno di una precisa idea su come guidare ed istruire i suoi discepoli, come sia pronto a fare un passo indietro per riprendere aspetti non ancora affrontati ma importanti come quello del perdono sia all’interno della vita di comunità (domenica scorsa), sia tra i singoli componenti della stessa (oggi).

Nell’insegnare come pregare (il Padre Nostro) aveva già affrontato questo tema ma poi era rimasto in sottofondo senza una ripresa specifica. Certo, l’amore incondizionato del Padre disposto sempre a dare nuovo credito, nuova vita è sempre stato al centro del messaggio di Gesù ma cosa significa? Quale legame c’è tra il perdono del Padre a noi e quello che noi diamo a chi ci offende o commette qualche colpa nei nostri confronti? Quel “Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi, ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15) non può forse avere un po’ di sapore di un ricatto?

L’argomento non era sconosciuto e le Scuole Rabbine all’epoca avevano elaborato una specie di “tariffario” misurato sul numero di volte per il quale Dio perdona. Questo numero era il “tre”, numero primo che afferma la completezza, la totalità e la perfezione, quindi si poteva già intendere all’infinito, sempre.

L’insegnamento avrebbe già dovuto essere chiaro: la richiesta di perdono a Dio è credibile se accompagnata dalla disponibilità e dalla concreta pratica del perdono fraterno. Sin da quell’epoca nell’ebraismo a Yom Kippur, il giorno dell’espiazione e del perdono, vengono perdonati i peccati commessi contro Dio solo se prima ci si è rappacificati con i propri fratelli. A questo si richiama Gesù quando ha detto nel discorso della montagna: “Se presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

Ma l’uomo ha bisogno di regole fisse e chi gestiva il Tempio gliele dava. Alla ventina di immagini usate dalla Bibbia per definire il peccato, negli ultimi secoli prima di Cristo se n’era aggiunta un’altra che aveva finito per prevalere: quella del debito nei confronti di Dio. Le persone semplici del popolo si sentivano sempre in arretrato con i “pagamenti”. Preghiere, sacrifici, offerte, digiuni, opere buone non bastavano mai per compensare le innumerevoli infrazioni della Legge; ci si “indebitava” sempre di più con il Signore.

Ecco allora che Pietro, di nuovo, si avvicina a Gesù, forse cercando un colloquio a tu per tu come aveva fatto dopo il primo annuncio della passione per cercare di convincerlo del contrario. Qui però chiede solamente lumi perché si trova sconcertato. Ha imparato la lezione e pensa che abbondando riceverà almeno un cenno di acconsentimento, quindi dice “sette volte”, più del doppio delle tre volte che per lo più allora veniva indicato e preso alla lettera. La risposta di Gesù va ben oltre: non sette volte che già significava “sempre” ma settanta volte sette, cioè oltre all’infinito e racconta una parabola per chiarire che cosa intenda e significhi perdonare.

Un servo ha accumulato, non si sa in che modo, un debito immenso non rimborsabile in alcun modo, supplica il padrone che glielo condona tutto: non c’è nulla che Dio non perdoni, non c’è colpa superiore al suo immenso amore.

Ma, continua Gesù, quel servo ha un piccolo credito con un suo pari e non recede alla richiesta di rimborso mentre Dio si aspetta da noi la sua stessa “compassione” (Mt 6,48). Chi è in difficoltà va aiutato “settanta volte sette” e non affossato togliendogli il respiro; avere compassione significa restituire vita a chi non ne ha. Dio si attende che impariamo da lui mentre il servo condonato non ha imparato nulla dalla sua vicenda e continua ad indebitarsi perché toglie “vita”, non ne “dona”. Il perdono ricevuto non ha portato alcun cambiamento in lui, nella sua vita.

Gli altri servi sono “addolorati” e lo riferiscono non per fare la spia, ma per un atto di amore che vedono ferito.

La conclusione potrebbe sembrare sconcertante: il Signore ripaga con la stessa moneta? Ma la parabola non vuole presentare un Dio che perdona sempre e comunque l’uomo e che chiede di fare altrettanto? In realtà le immagini drammatiche non desiderano descrivere ciò che avverrà alla fine dei tempi, ma presenta ciò che il Padre desidera che l’uomo faccia oggi: vivere di un amore unilaterale comunque, che è quello della croce.

(BiGio)

India: Modi cede (poco) al movimento degli "Scarafaggi"

Il premier indiano va incontro alle richieste degli studenti, ma risparmia il ministro dell'Istruzione. Basterà a convincere gli ‘Scarafaggi’?



Alla fine Narendra Modi ha rotto il silenzio. Con un raro videomessaggio, trasmesso nella tarda notte di ieri, il primo ministro indiano ha annunciato una serie di concessioni rispetto alle richieste degli studenti che ormai da settimane mobilitano le piazze dell’India...

Il servizio dell'ISPI è a questo link:

Ripensare la parrocchia

Un seminario-laboratorio intende esplorare il ripensamento della parrocchia attorno a tre nuclei: l’esperienza dell’appassionarsi e del compatire; l’incontro con il più povero come riascolto del vangelo; la carità come indizio di iniziazione alla fede.


Quando l’agire diventa servizio? In che termini il tessuto relazionale è annuncio? Sono domande che assumono un certo rilievo, particolarmente nel momento in cui l’istituzione parrocchiale vive una forte situazione di crisi. Le chiese si svuotano, sono drasticamente diminuiti non solo i preti, ma anche i fedeli, il linguaggio di comunicazione della fede fatica a raggiungere le persone, soprattutto i giovani. La forma della comunità parrocchiale necessita di una reinterpretazione: ...

L'intervento di Paolo Zampieri è a questo link:

https://www.settimananews.it/parrocchia/ripensare-la-parrocchia/?utm_source=newsletter-2026-07-21

Libano-Cristiani: verso un nuovo Levante

Un ruolo per i cristiani del Libano e quindi di Siria e Iraq? Perché no? Un ruolo comune? Perché no… Nel Medio Oriente preso nella tempesta di una guerra interminabile, le cui tappe sono ancora destinate a proseguire, il Libano è certamente tra color che son sospesi.


 Una valutazione attenta del cosiddetto stato dell’arte è impossibile. I termini sono noti: il ritiro israeliano, che dovrebbe cominciare ma non comincia ancora, da una parte; il disarmo di Hezbollah, vera anomalia di uno Stato che non controlla da decenni la sua politica nazionale di difesa, dall’altra. Per uscirne si cerca una difficilissima unità nazionale....

L'analisi di Riccardo Cristiano è a questo link:

https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/libano-cristiani-verso-un-nuovo-levante/?utm_source=newsletter-2026-07-21

Anziani e qualità dell’assistenza

In questi giorni di luglio, estivi e di caldo torrido, Torino e la Regione Piemonte sono diventati il centro di un dibattito sull’assistenza agli anziani. L’obiettivo principale è riorganizzare i servizi di cura per gli anziani non autosufficienti, superando la frammentazione tra sanità, assistenza sociale e Inps.


 «Moltiplicare i posti letto non serve, va sostenuta l’assistenza a casa» − questa è la bussola da seguire. Il Piemonte, tra i risultati raggiunti sul PNRR, può vantare il successo dell’Assistenza domiciliare integrata, o ADI, che ha già superato gli obiettivi previsti: 96.442 i nuovi pazienti assistiti, a fronte di un target di 62.063, un risultato che per la giunta testimonia il rafforzamento concreto della presa in carico dei pazienti direttamente al proprio domicilio. «Condividiamo la necessità di puntare sull’assistenza domiciliare, le Politiche sociali regionali stanno già rispondendo a questa esigenza in maniera nuova, attraverso strumenti come  ....

L'articolo di Fabrizio Mastrofini è a questo link:

https://www.settimananews.it/carita/anziani-qualita-della-assistenza/?utm_source=newsletter-2026-07-21

Aiuti internazionali, chi paga il conto?

L’Europa diventa il primo donatore mentre gli Usa riducono gli investimenti


Dietro i miliardi della cooperazione internazionale ci sono scuole, ospedali, acqua potabile, aiuti alimentari, diritti umani e istituzioni democratiche. Mentre l'Unione europea rafforza il proprio ruolo di principale donatore mondiale e gli Stati Uniti ridimensionano parte dei loro programmi, la geografia della solidarietà internazionale è destinata a cambiare. Qual è il destino dei migliaia di progetti nei Paesi più fragili e quindi di persone, comunità e diritti? ...

L'articolo di Marco Calvarese è a questo link:

Onu, fame nel mondo in lieve calo ma soffrono ancora in 645 milioni

Cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite, nel rapporto Sofi 2026 pubblicato oggi, evidenziano una leggera flessione nel numero di persone che soffrono per la mancanza di cibo.


Ma quasi l'8 per cento della popolazione globale soffre e persistono le disparità regionali. L'Africa conta il numero più elevato di persone affamate in termini assoluti, in un contesto di rapida crescita demografica. Il rapporto evidenzia che anche i progressi globali in materia di nutrizione materna e infantile restano insufficienti per rispettare gli impegni internazionali, compresi gli obiettivi nutrizionali al 2030. Indicatori quali l'arresto della crescita, il deperimento e il sovrappeso infantili, ...

La notizia di Valerio Palombaro è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-07/fame-malnutrizione-africa-mondo-bambini-onu.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT