Mt 5,1-12 – Festa di tutti i Santi

Ma chi sono tutti i "santi" che oggi si festeggiano quando nel canto del Gloria proclamano che "Uno solo è il Santo, Gesù il Cristo?"


La Festa di tutti i Santi ogni anno propone di verificarsi sulle Beatitudini, quest’anno nella versione di Matteo nel quale sono 8, numero che nella tradizione del cristianesimo primitivo indicava il primo giorno della settimana, quello nel quale Gesù è risorto e, tra l’altro, è per questo che i battisteri dell’epoca avevano forma ottagonale.

Importante è anche notare che anche le parole con le quali Matteo scrive le Beatitudini non sono un numero a caso, ma sono precisamente 72, che è il numero delle nazioni all’epoca conosciute. Con questo desidera dirci che sono indirizzate non solo al popolo d’Israele, ma a tutti gli uomini e a tutto il creato.

Detto questo, perché si festeggiano tutti i santi quando nel Canto del Gloria si afferma che “uno solo è il Santo” e che questo è Gesù Cristo? Questo termine nella sua radice ebraica ha due significati: “messo da parte” (nel senso di “separato”), oppure “messo a parte” (di un segreto, di una realtà). I cristiani, in quanto battezzati, sono immersi nella santità del loro Signore, la condividono e, inoltre, partecipando al Pane Unico dell’Eucarestia diventano il suo corpo, le sue mani che agiscono sulla e nella storia quotidiana. Per questo che Paolo inizia tutte le sue lettere con “Ai santi che sono in” Colossi, Acaia, Filippi, Efeso, Corinto, Roma e via dicendo: santo è ogni discepolo di Gesù. Quella di oggi è allora la nostra festa assieme a tutti i credenti che ci hanno preceduto e che oggi partecipano della sua gloria nel Padre, con lo Spirito Santo.

Nelle prime decadi, il mondo li chiamava “galilei”, “nazareni” e, ad Antiochia, “cristiani”. Erano definizioni di denigrazione perché il primo era sinonimo di “rivoltosi”; il secondo si riferiva al villaggio disprezzato da cui proveniva il loro Maestro e, “cristiani” cioè seguaci di un sedicente “unto del Signore” finito sul patibolo. Tra di loro invece si qualificavano come “i fratelli”, “i credenti”, “i discepoli del Signore”, “gli uomini della via” oppure “i santi” per quanto sopra ricordato.

“Vedendo le folle”. Così inizia l’Evangelo di oggi sottolineando come Gesù abbia la capacità di osservare e comprendere di cosa la folla avesse bisogno e, per questo, “salì sul monte”. Non per distanziarsi da loro, ma per attirarli nel luogo (“il monte”) sul quale Dio tradizionalmente si manifestava al popolo come avvenne sul Sinai, sull’Oreb, sul Moria, sul Nebo, sul Tabor. Quindi “si pose a sedere”, nell'atteggiamento del maestro e, una volta che i discepoli gli si erano avvicinati “si mise a parlare e insegnava loro dicendo…”.

Non è un insegnamento teorico il suo, ma è la trasmissione della sua esperienza, vissuta nel discernimento della volontà del Padre, ripensata e rielaborata. È la proposta di un cammino possibile verso l’essenziale da vivere nella serenità pur non mancando persecuzioni, fatiche, dolori, ingiustizie, difficoltà che possono angustiare, affliggere con conflitti e contese inaspettate.

Sono un invito a non scoraggiarsi ma, come ha fatto lui, a continuare il cammino iniziato senza guardare indietro, senza perdersi d’animo. Il suo non è un appello generico ma rivolto specificatamente a “voi che siete …” poveri, misericordiosi, afflitti, perseguitati, miti … sono le realtà che lui stesso ha vissuto trasformandole da difficoltà in risorse.

Le Beatitudini non sono un insegnamento su Dio, sono un invito a non pensare di poter cambiare il mondo se non che attraverso il mutare la nostra realtà personale, il nostro agire, conformandolo al suo. Sono il richiamo a modificare i nostri valori che, quando viviamo “nella pianura”, sono la salute, la famiglia, il successo personale al lavoro e nella società, il conto in banca, gli amici. Magari pensando anche Dio, certo, ma inteso piuttosto come un utile supporto per il raggiungimento di questi obiettivi che sono quelli che stanno realmente a cuore.

Ecco allora che quel “Beati i poveri in Spirito”, non sono quelli che sono senza soldi – oramai questo dovrebbe essere scontato – ma sono gli “anawim” di Dio, coloro che ripongono ogni loro fiducia unicamente in Lui e, difronte al quale, si piegano riconoscendo la differenza tra Lui e loro e che tutto è suo e suo dono. È lui che ci affida i beni di questo mondo perché possiamo portarli a compimento e poi restituirli senza impossessarsene. Dall’accumularli e impiegarli per noi stessi, derivano tutti i mali: le guerre, le violenze, i dissidi, le gelosie (1 Tm 6,10) e il mondo disumano che geme nel dolore e implora di essere rinnovato e redento (Rm 8,19-25).

Non bisogna dimenticare che l’immagine biblica del mondo è quella del banchetto al quale il Signore invita tutti fin dal momento nel quale si è chiamato alla vita che la Liturgia ci ha proposto solo tre domeniche fa In Isaia (25,6-10) e in Matteo (22,1-14). A questo le Beatitudini tendono a condurci, accompagnandoci per mano, trasformando le difficoltà in risorse verso la partecipazione alla cena dell’Agnello.

(BiGio)

"Santi e morti assieme, perchè?"

Morti e Santi sono associati perché sono i due punti di vista sulla morte: il tempo e l’eterno.


Le feste creano una fessura nel tempo uniforme degli orologi (kronos) perché entri l’eternità, cioè il tempo che non trascorre ma resta come memoria sempre viva: la chiacchierata con un amico senza la paura di piangere, l’inautunnarsi degli alberi in una passeggiata in montagna, il sorriso di una ragazza malata per delle parole a lei rivolte. Il quotidiano nella sua ripetitività cronologica ha bisogno di essere salvato da ...

La riflessione di Alessandro D'Avenia è a questo link:

https://www.alzogliocchiversoilcielo.com/2022/10/alessandro-davenia-santi-e-morti.html

Rapporto ACS, 220 milioni di cristiani vittime di violenze e persecuzioni nel mondo

“Perseguitati e dimenticati?”, il Report sui cristiani oppressi a causa della loro fede 2024-2026, pubblicato oggi dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, rileva un peggioramento delle condizioni dei battezzati nel 55% dei 18 Paesi esaminati.


413 milioni i fedeli che vivono in nazioni in cui si verificano gravi violazioni della libertà religiosa e sono dunque esposti al rischio. Epicentro del terrore resta l’Africa, grave la situazione in Asia. Preoccupano gli esodi forzati...

L'articolo di Cecilia Seppia è a questo link:

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-10/rapporto-acs-cristiani-perseguitati-violenze-africa-asia-siria.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Senza riforma canonica il Sinodo resta «lettera morta»

«Senza una traduzione canonica, tutto quello che è stato detto dall’inizio del processo sinodale, resterà lettera morta […] presto o tardi si dovrà rivedere il codice», così si esprimeva Alphonse Borras, professore emerito di diritto canonico all’Università di Lovanio, sulle pagine del quotidiano francese La Croix del 5 ottobre.


Un’affermazione importante e nel contempo minacciosa: il pericolo che tutto il processo sinodale resti lettera morta esiste e incombe. Il giudizio è autorevole, perché Borras fa parte della commissione sinodale che lo scorso 22 settembre ha reso noto il suo lavoro di traduzione canonica delle proposte avanzate nel Documento finale (DF) del Sinodo sulla sinodalità. Questo importante documento, approvato il 26 ottobre 2024, era stato sottoscritto da papa Francesco ...

L'articolo di Cesare Baldi è a questo link:

https://utopiesinodali.blogspot.com/2026/10/senza-riforma-canonica-il-sinodo-resta.html

Trasmettere la fede nell’epoca dell’intelligenza artificiale

La trasmissione della fede rappresenta una delle grandi urgenze che la Chiesa si trova oggi ad affrontare, soprattutto nei contesti in cui si è progressivamente interrotto il passaggio dell’esperienza cristiana tra le generazioni. Non si tratta semplicemente di trovare nuovi linguaggi o strumenti di comunicazione, ma di comprendere come rendere nuovamente possibile l’incontro con il messaggio evangelico in una cultura profondamente cambiata.

Sembra passato un po’ in sordina il nuovo documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, Venite ad me. Considerazioni sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca, pubblicato il 22 ottobre scorso. Può aver contribuito la tipologia stessa del testo: non una Nota dottrinale, ma delle Considerazioni, che dichiaratamente intendono «stimolare la riflessione ecclesiale e l’impegno pastorale» senza la pretesa di esaurire una questione ancora aperta (n. 8). Eppure, il tema trattato non è affatto secondario....

La riflessione di Giovanni Tridente è a questo link:

https://www.settimananews.it/cultura/la-fede-nella-epoca-della-intelligenza-artificiale/

Ormai Israele parla solo con il “Dio della guerra”

Perché prendere come condottiero Mosè, quando in Abramo sono “benedette tutte le famiglie della terra”? Un Dio disarmato e disarmante


Il ministro Ben Gvir non può mettere piede in Francia: è la sanzione imposta dal governo francese per il comportamento selvaggio che egli ha ostentato nei confronti dei militanti della Global Flotilla incorsi nella pirateria che infesta il Mediterraneo e tradotti e perseguitati in Israele. Può sembrare una piccola cosa rispetto alla causa di tutto ciò, che è il genocidio a Gaza, ma ha un significato terribile, perché Ben Gvir è il ministro ebraico più “ortodosso” e quindi è come se l’ebraismo che è al governo in Israele non potesse avere ingresso nel mondo civile. Si dirà che il solo Ben Gvir non fa l’identità dello Stato di Israele; però Netanyahu questa identità la rivendica e rappresenta, perché ha governato Israele per 16 anni fino ad ora, col pieno consenso dei suoi concittadini: e questo pone un problema storico quale forse non c’è mai stato prima....

L'articolo ri Raniero La Valle è a questo link:

https://www.primaloro.com/2026/05/26/ormai-israele-parla-solo-con-il-dio-della-guerra/

Diritti, identità e disuguaglianze: oltre il confronto sulla ‘cultura woke’

In un intervento su Repubblica Giuseppe Conte, sulla scia del “Woke 1 was crazy” di Alexandria Ocasio-Cortes, ha dichiarato che “la cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale e per una forza progressista sarebbe un grave errore di strategia politica confidare su di essa per costruire una efficace azione politica”. 


Una presa di posizione decisa che ha suscitato un ampio dibattito. Nello specifico si sostiene che una forza progressista deve aggredire le cause materiali delle diseguaglianze, dando priorità alla riduzione degli squilibri economici e sociali ormai strutturali. Deve rispondere alle insicurezze di lavoratori sottopagati, operai, piccoli imprenditori e ceto medio, oggi privi di certezze sul futuro. Deve contrastare la finanziarizzazione dell’economia, che ha trasformato il capitale in meccanismo speculativo a scapito di salari e investimenti produttivi, e sostenere l’economia reale, soffocata da burocrazia, costi energetici e tassazione. Deve affrontare il predominio delle...

L'articolo di Lucio Romano è a questo link:

https://appuntidiculturaepolitica.it/2026/09/10/diritti-identita-e-disuguaglianze-oltre-il-confronto-sulla-cultura-woke/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_source_platform=mailpoet&utm_campaign=giugno%20-%20seconda%202026

Le destre estremiste sfidano politica, società e Chiese

La Chiesa cattolica tedesca prende di petto Alternative für Deutschland, dopo la clamorosa vittoria in Sassiona-Anhalt, e promette che si opporrà al suo nazionalismo etnico.


«Come molti presenti in questa sala – ha detto a Berlino il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Heiner Wilmer – anche io in un primo momento sono rimasto senza parole di fronte a questo risultato elettorale. Ma sono determinato a proseguire il mio operato. Non c’è posto – ha proseguito – per questa ideologia basata sul nazionalismo etnico né dentro né fuori dalla casa di Dio, né nel cristianesimo, né nell’ebraismo, né nell’islam»...

L'articolo di Rocco D'Ambrosio è a questo link:

https://www.settimananews.it/politica/le-destre-estremiste-sfidano-politica-societa-e-chiese/?utm_source=newsletter-2026-09-22


L’Italia dopo il Pnrr e ora come crescere?

 Il rapporto “Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del Pnrr”, curato da Roberto Garofoli su impulso dell’Anci ed edito da Il Mulino, cerca di rispondere a questa domanda coinvolgendo oltre cento esperti. Pubblichiamo un estratto dell’analisi, che ripercorre i progressi compiuti dal Paese e mette a fuoco le sfide poste dal calo demografico, dalla produttività stagnante e dalla frammentazione internazionale


Ottant’anni fa, alla nascita della Repubblica, l’Italia era un Paese lacerato e poverissimo: infrastrutture gravemente compromesse, analfabetismo diffuso, marcate arretratezze civili e sociali, con le donne per la prima volta ammesse al voto. Drammatico il tributo lasciato dalla guerra: centinaia di migliaia di militari e civili avevano perso la vita, moltissimi erano stati deportati. Da quella condizione di devastazione materiale, civile e istituzionale ha preso avvio ...

La recensione di Roberto Garofoli è a questo link:

https://formiche.net/2026/09/oltre-il-pnrr-le-sfide-della-crescita-secondo-il-rapporto-anci/#content

Di studenti stranieri e di segregazione scolastica

 Il “tetto agli stranieri” è un frame politico che maschera il reale problema della segregazione scolastica socioeconomica, limitandosi a proporre soluzioni simboliche che non risolvono le disuguaglianze educative alla radice


Provate a non pensare a un elefante: è praticamente impossibile. Nel momento stesso in cui leggiamo la parola “elefante”, abbiamo già evocato nella nostra mente l’animale, le sue dimensioni, la proboscide, le orecchie, le zanne. Possiamo provare a ordinare al nostro cervello di non pensarci, ma è tardi. Questo esperimento mentale è quello utilizzato da ...

La riflessione di Marco Bollettino è a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/di-studenti-stranieri-e-segregazione-scolastica?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+5+ottobre+%5B10641%5D

Dopo la democrazia

La democrazia tradizionale è ormai inadeguata di fronte alle derive populiste e alla complessità delle sfide globali a lungo termine

“Dopo la democrazia” significa che la democrazia come l’abbiamo intesa dal 1945 a oggi non è semplicemente in crisi, ma ha mostrato, con l’avvento per via democratica del populismo, effetti perversi contrari alle attese che suscitava, tanto da far pensare che il suo percorso come forma superiore di governance sia giunto al termine. Del resto già quarant’anni fa Bobbio scriveva delle sue “promesse non mantenute”....

La riflessione di Fulvio Cerutti è a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/dopo-la-democrazia?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+21+settembre+%5B10626%5D

Israele. La sinistra nel labirinto della guerra

In Israele non sono tornato per raccontare una guerra alla quale non era dato accesso, ma per provare a guardare da vicino la società israeliana, provando a sondarne le pieghe, il ventre arrabbiato e disposto a tutto: soprattutto a chiamare con il loro nome, senza sensi di colpa, sentimenti e desideri di sangue e vendetta indicibili.


Cosa rimane, soprattutto, in termini di senso critico e di valore del dissenso, nella società israeliana di oggi? A queste e ad altre domande risponde Arturo Coen, trent’anni, ebreo milanese trapiantato da solo attorno ai vent’anni in Israele. È diventato cittadino israeliano anche per potersi spostare più liberamente tra i suoi due paesi. È un militante politico di quella sinistra che, in Israele, non esiste quasi più, come i partiti che la rappresentavano. Favorevoli al processo di pace, radicalmente contrari a ogni colonizzazione dei territori occupati, antropologicamente sempre più lontani dall’anima e dal corpo dell’Israele di oggi. Ancora di più a partire da quel ...


L'intervista è a questo link:

La crisi climatica presenta il conto: e non lo paghiamo tutti allo stesso modo

Eventi estremi, danni economici e costi sempre più alti colpiscono soprattutto chi ha meno strumenti per proteggersi. In Italia il rischio è ancora maggiore: servono politiche rapide per ridurre le disuguaglianze e prepararci a un clima che sta già cambiando.


Il cambiamento climatico non riguarda soltanto l’ambiente. I suoi effetti hanno già un costo economico misurabile e pesano sempre di più sulla stabilità dei sistemi produttivi e finanziari. A mostrarlo sono i numeri dell’ultimo report dell’Agenzia europea per l’ambiente. Tra il 1980 e il 2024, ondate di calore, alluvioni, siccità, tempeste e altri eventi estremi hanno provocato in Europa perdite economiche per 822 miliardi di euro. Se rapportiamo questa cifra alla popolazione dell’Unione, parliamo di circa 1.642 euro per cittadino. In un Paese particolarmente esposto al rischio climatico come l’Italia, si arriva a 2.500 euro pro capite. Il cambiamento climatico, dunque, presenta già oggi un conto concreto all’economia reale. E il fenomeno sta accelerando: circa il 25% dei costi complessivi si è concentrato negli ultimi quattro anni, a conferma del crescente impatto economico degli eventi. ...

L'articolo di Di Beba Minna è a questo link:

Il mito del declino americano

Nel XX secolo, gli Stati Uniti sono usciti vittoriosi dalla Prima guerra mondiale, dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda. Eppure, oggi, in America e all’estero, molti ne parlano come se il paese si trovasse in un declino irreversibile.


Alcuni si preparano a un mondo senza il primato americano; altri esigono che Washington ripristini una supremazia che presumono sia svanita. Noi ci permettiamo di dissentire. Forse il problema sta nell’angolazione con cui si guarda alla questione. L’America ha perso terreno su alcuni indicatori nel corso degli ultimi due decenni rispetto alla fine del XX secolo. La sua quota ...

L'articolo di 

Domenica XXX TO - Mt 22,34-40: "Amerai"

Il “comandamento” nuovo che Gesù ci propone non è nella forma del “tu devi”, ma è un incoraggiamento: “forza, tu puoi!”. Si pone come un obiettivo da raggiungere, guarda in avanti, desidera dirci che è l’amore che apre al futuro al nostro e quello degli altri. 


L’Evangelo di Matteo ci ha condotto a comprendere le attenzioni di Gesù nella formazione dei discepoli avvertendoli delle difficoltà che avrebbero incontrate tra di loro e nei rapporti con il mondo, dando indicazioni, indicando e suggerendo la strada per poter affrontare ogni situazione.

In queste domeniche si trova lui a confrontarsi con il mondo, anzi è il mondo attorno a lui che cerca di metterlo in difficoltà e, mettendo da parte ciò che li divideva anche radicalmente, si coalizzano contro cercando di farlo contraddire per screditarlo. Tre solo le situazioni che Matteo ci riporta e due sono quelle che la Liturgia ci propone. Domenica scorsa il tentativo è stato sul piano politico-sociale: la questione era se si debba o meno pagare le tasse a Cesare. Questa Domenica invece il tema riguarda prettamente la fede e la religione ponendogli una domanda con la quale siamo chiamati anche noi a confrontarci e rispondere: qual è il comandamento più importante, seguendo il quale si è certi della propria aderenza al volere del Padre?

All’epoca la risposta più comune nella tradizione ebraica era il rispetto del precetto del Sabato. Nella nostra realtà, la risposta più immediata era e forse per alcuni lo è ancora: andare a Messa alla Domenica. Il non farlo si diceva è un “peccato mortale” e se ci andava bene si finiva in Purgatorio se non direttamente in Inferno. Era considerato un “obbligo”. Punto. Il problema è che si si fermava e ci si ferma a questo livello senza comprendere il “perché” sia importante partecipare all’Eucaristia domenicale e, il farlo, non è riconducibile al rispetto di un comando, di un obbligo. È il condividere il “Pane unico” che ci rende partecipi, ci inserisce, ci trasforma nella persona del Risorto e in lui si diventa quell’unico corpo che è la Chiesa. Il non parteciparvi significa porsi fuori di questa comunione, autoescludendosi dalla vita in Cristo (ecco cosa significa “peccato mortale”).

Facendo un passo indietro, Domenica scorsa in quel “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù ha sottolineato come la moneta con l’immagine di Cesare va restituita a Cesare, a Dio va restituito ciò che a sua immagine cioè l’uomo, perché Lui l’ha creato a sua immagine e somiglianza (Gn1,27). 

La risposta che oggi Gesù dà richiamandosi allo Shemà a quale sia il comandamento che riassume tutta la Legge e i 613 Precetti (numero che è la somma tra i giorni dell’anno e le componenti del corpo umano allora conosciute, vale a dire che la fede coinvolge ogni fibra dell’uomo in ogni istante), vi si ricollega: amare Dio è amare l’uomo e viceversa perché è a sua immagine e somiglianza. 

Al centro di tutto sta un futuro: amerai (verbo che nelle Scritture Ebraiche compare 248 volte), vale a dire che quello che deve guidare l’uomo è l’amore e non l’ottemperare a un precetto. Negli Evangeli l’obbedienza non è mai richiesta come un atteggiamento da avere verso Dio, Gesù ai suoi discepoli chiede di seguire il suo esempio: amare come lui che ci ha amato. L’obbedienza la chiede agli spiriti impuri, alle onde, al vento, al diavolo … L’amare che ci è chiesto non è allora un sentimento da avere verso di lui, ma il farsi prossimo nella concretezza del bisogno dell’altro che ci è chiesto di porre al centro della nostra vita, uscendo dall’egoismo del nostro ego.

Gesù poi è cosciente che l’amore non si può “comandare” e quel futuro desidera dirci che in ogni caso l’amare è una possibilità per tutti. Il “comandamento” nuovo che Gesù ci propone non è nella forma del “tu devi”, ma è un incoraggiamento: “forza, tu puoi!”. Si pone come un obiettivo da raggiungere, guarda in avanti, desidera dirci che è l’amore che apre al futuro al nostro e quello degli altri. Questo non è solo il nostro domani, è soprattutto quello delle generazioni future al quale ci è chiesto di rivolgere il nostro sguardo. Come?

Innanzitutto avendo cura partendo da quello che ci attornia: la natura animale e vegetale, dell’intero creato insomma, che è la casa comune che il Padre ha preparato per l’uomo, affidandogliela perché la porti a compimento (Gn 2,15). Anche questo porta quell’immagine di Dio al quale ci è stato ricordato domenica scorsa, ci è chiesto di restituirla. Non ne siamo i padroni anche se ci comportiamo come tali cementificando, inquinando, lamentandoci quando poi questo si traduce in disastri naturali per quell’ambiente al quale dovremmo invece farci “prossimo” perché le generazioni future possano essercene grati, ma dalla rivoluzione industriale in poi si è invece operato al contrario, non operando per compensare quanto il progresso stava rovinando, guardando solo al profitto. Su questo saremo richiamati anche domenica prossima. 

Nel frattempo l’invito di Gesù oggi è pressante chiedendoci di imitarlo. Lui ha preso coscienza che il Padre lo amava e lo ha ricambiato amando i suoi fino alla fine con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente. Non è una iniziativa personale, è il Padre che ci precede nell’amarci e noi possiamo solo restituire quanto ci dona condividendolo con tutti.

(BiGio)

Barcellona, cosa ci può insegnare Gaudì a cento anni dalla morte

Viaggio nella città della Catalogna alla scoperta delle opere dell'"Architetto di Dio" e della sua eredità spirituale: dall'iconica e maestosa Sagrada Familia alla meno conosciuta e riservata Casa Vicens, a Gràcia. Fra tante storie e curiosità. Oltre 16 milioni i turisti ogni anno, molti italiani. Vueling leader della tratta


 Alla fine della sua vita il grande architetto catalano Antoni Gaudì aveva una lunga barba bianca e vestiti logori coperti una giacca troppo grande. Il 7 giugno 1926, mentre attraversava Barcellona a piedi, fu investito da un tram: in molti lo scambiarono per un mendicante e lo lasciarono a terra per ore. Camminava moltissimo, come aveva fatto fin da giovane, quando il movimento gli era stato consigliato per alleviare i disturbi reumatici. Ma camminare per Gaudì era soprattutto un modo per conoscere il ...

L'articolo di Costanza Oliva è a questo link:

https://www.avvenire.it/attualita/barcellona-cosa-ci-puo-insegnare-gaudi-a-cento-anni-dalla-morte_114346?mnuid=522g32167g3ffd6cad0c9c5ff6fd3c264a93a2d951c66d50fd&mnref=sb85,oeaf7&utm_term=60151+-+https://www.avvenire.it/attualita/barcellona-cosa-ci-puo-insegnare-gaudi-a-cento-anni-dalla-morte_114346&utm_campaign=L%27Avvenire+della+settimana&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=Il+meglio+della+settimana+17-Ott-2026+(2026-10-17)

Uno “zoom out” sul pane spezzato. Pratica liturgica ed evidenze teologiche

Spezzare il Pane durante la Consacrazione è una modalità non senza radici. lL “ratio” di questa prassi: allineare il più possibile “parole e gesti”. Se di Gesù si dice “prese il pane…e lo spezzò” allora colui che presiede, per essere fedele al testo, ritiene di dover compiere gli stessi gesti di Gesù.


Questa prospettiva, però, dimentica che la celebrazione eucaristica è molto più complessa e ricca di quella che chiamiamo “consacrazione”. Per capire bene dobbiamo partire proprio dalla sequenza delle azioni di Gesù che ripetiamo in ogni eucaristia sia narrativamente, sia ritualmente, da un lato raccontando in ordine le azioni di Gesù, ma anche ripetendo, in ordine, le stesse azioni. La prima osservazione da fare è che tra il racconto e la imitazione non c’è sincronia. Il racconto è tutto concentrato in un punto, mentre la imitazione si estende su tutta la celebrazione eucaristica. Iniziamo dal racconto: ...

La lucida analisi di Andrea Grillo è a questo link:

Un Governo stabile, un'economia ferma

Nonostante i fondi del Pnrr e la stabilità politica, il Paese soffre ancora di bassa crescita e debito elevato


“Il governo più stabile, l’Italia più forte” è stato lo slogan scelto dal governo Meloni per celebrare lo scorso mese il primato di longevità tra gli esecutivi della Repubblica. Se si osserva l’economia italiana, tuttavia, dopo questi quattro anni di vita dell’attuale maggioranza è lecito dubitare che la continuità politica sia stata utilizzata per conferirle davvero nuova forza. Come confermato dal Dpfp, il Paese resta fortemente indebitato, con una crescita poco superiore allo zero e inferiore alla media dell’area euro. Sono risultati tanto più deludenti se si considera ...

L'articolo di Paolo Guerrieri è a questo link:

https://www.rivistailmulino.it/a/un-governo-stabile-un-economia-ferma?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+19+ottobre+%5B10658%5D



"Ammazzati, idiota": la risposta shock dell'IA allo studente

Nel gergo dell’intelligenza artificiale, le allucinazioni sono gli errori che un chatbot può fornire in fase di risposta. Per esempio, si chiede a una macchina quale sia stato il luogo della più grande vittoria di Napoleone Bonaparte e l’IA risponde ]«Waterloo» che notoriamente non fu proprio un trionfo per l’ex imperatore francese. Può capitare. Perché le intelligenze artificiali non comprendono ciò che scrivono, anche se così può sembrarci. Quando ci forniscono delle risposte testuali, si limitano a prevedere la parola successiva più probabile in base ai testi con i quali vengono addestrate per replicare ai nostri interrogativi. È quindi possibile che nei processi dietro le risposte dell’IA ci siano errori che portano a risultati e informazioni sbagliate



Per questo, la storia che segue sarebbe riduttivo bollarla come una normale allucinazione. Il protagonista della vicenda, che ha chiesto di rimanere anonimo, è uno studente universitario di quasi 25 anni. È iscritto a una facoltà italiana di Informatica e, mentre stava preparando l’esame di Informatica Teorica, ha condiviso un’esercitazione presente sul suo libro con Gemini, il servizio di intelligenza artificiale generativa (o chatbot) di Google: una foto scattata al testo, accompagnata dalla domanda «Qui si usa Rice?», facendo riferimento al teorema del matematico statunitense Henry Gordon Rice (1920-2003). La prima risposta di Gemini è pertinente e corretta. E spiega al ragazzo perché non è il caso di «applicare Rice» per risolvere l’esercizio. A quel punto lo studente chiede un’ulteriore delucidazione. Nello specifico domanda se allora non sia più utile ricorrere a una Atm (Alternating Turing Machine), un’estensione teorica della Macchina di Turing, cioè un modello che simula la logica di un algoritmo computazionale.

È qui che il chatbot di Google “impazzisce” e fornisce la seguente risposta: ..


La notizia continua a questo link:


https://drive.google.com/file/d/1Lnu-mvuz-elZwXYmVrDLiye-xUIyBtja/view?usp=sharing

Pacifismo e autocritica. L'ultima battaglia della sinistra israeliana

 Il kibbutz Mishmar HaEmek coltiva ancora i sogni dei fondatori: “La crescita della destra religiosa è avvenuta anche per colpa nostra”



Vandalismo e legittime proteste: io la penso così

Gli atti vandalici che hanno devastato le città da parte di ragazzi anche giovanissimi, hanno avuto l’effetto di oscurare le motivazioni delle manifestazioni pacifiche e civili che ci sono state da parte di tanti giovani e far finta di nulla. 


Poi però non ci si lagni se queste più avanti riesplodessero in maniera più forte: la soluzione dei problemi che i giovani pongono non è certo la repressione delle bande di violenti nate dal nulla e che come sono nate si dissolvono. Si parla di minorenni di seconda e terza generazione ma evidentemente solo con ciechi intenti xenofobi nell’ignoranza che una generazione è un arco di anni che va dai 20 ai 25. Perciò si sta parlando gi ragazzi le cui famiglie sono in Italia da 40 a 60 anni: sono ancora “stranieri”, la loro violenza è data dalla presunta inciviltà dei paesi dai quali i loro nonni sono giunti in Italia e trasmessa geneticamente a loro? Suvvia … i problemi sono altri e mi pare ci si rifiuti di vederli perché imporrebbe almeno di cercare di risolverli.

Inviterei anche ad alzare lo sguardo: le proteste giovanili non sono solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna, di questo i nostri giornali ne parlano. Citano nelle brevi analoghi movimenti in Germania, Inghilterra e Albania ma, se allarghiamo di più l’orizzonte, ci saremmo accorti che anche in Marocco, Madagascar, Kenya, Filippine, Indonesia, India, Perù … Forse non sarebbe il caso di chiederci che cosa sta accadendo?

Ma concentriamo pure lo guardo solo in Italia. Quello che i sociologhi definiscono il “patto sociale tra le generazioni” si è rotto definitivamente: dopo il Giappone siamo il secondo paese più vecchio al mondo. La conseguenza è che l’equilibrio solidale socio-economico tra le parti non esiste più e le esigenze divergono in maniera macroscopica. Inoltre, dagli anni ’90 “l’ascensore sociale” che l’istruzione aveva garantito per un quarantennio, si è bloccato e non funziona più tanto è vero che i laureati scappano all’estero per avere condizioni di vita migliori. Questi due elementi si inseriscono in un contesto di una multi-crisi: costi per l’abitare, il lavoro, la sanità, i diritti sociali … non fanno intravedere l’idea di un futuro possibile, fanno invece percepire un sistema che i giovani percepiscono costruito contro di loro. Gli si può dare torto? Se poi incrociamo pure l’insensata guerra scatenata da Trump e Netanyahu verso l’Iran con le conseguenze sui costi del vivere si può affermare che si sta vivendo una poli-crisi permanente per la quale chi governa e i politici di ogni schieramento si dimostrano incapaci di affrontare offrendo idee concrete e attuabili facendo riferimento con le risorse che ci sono.

Ci sono stati altri momenti di grande mobilitazione giovanile, due per tutti: il 1968 e il 1977 e non si può non rilevale una profonda differenza con quella di oggi. Allora la domanda era prettamente politica e ci si metteva in gioco su questo piano; si voleva cambiare la società e si operava in quella direzione. Su questo convergevano anche lenon indifferenti frangie violente che ci sono state. Pur con prospettive diverse anche il “Movimento delle Sardine” del 2019, stroncato poi dal Covid, aveva queste caratteristiche. Oggi tutto questo, al momento, non si vede. Appaiono solo delle legittime e giustificate proteste verso quello impedisce loro di “vedere un futuro” plausibile; cose concretissime ma che altri devono risolvere. Per alcuni aspetti è vero ma per essere efficace la spinta deve a mio avviso essere diversa.

Se queste istanze diventano rabbia tutto si oscura e l’occasione la fa diventare violenza gratuita e insensata. I giovanissimi che hanno messo a ferro e a fuoco le città, non riuscendo a vedere un domani e si fermano al momento presente. Infatti non chiedono un lavoro, non guardano con fiducia chi li cresce (genitori e insegnanti), non vogliono replicare la vita di sacrifici che vedono ogni giorno. Voglino tutto e subito mossi dai social, nessuna esigenza di mettersi in gioco in qualche modo, non cercano una affermazione personale, non hanno traguardi da inseguire: il politologo Giovanni Diamanti lo chiama “ribellismo aspirazionale” fine a se stesso. Mirano a beni di alto livello fuori dalla loro portata, presentati dai media come degli status symbol. Vivono in un limbo politico-sociale a-politico magmatico nel quale ogni valore è immerso, confusamente indefinito.

Qui si inserisce oramai almeno dagli anni ’80 la rottura di un altro patto, quello sociale, una volta garantito dalle agenzie educative: famiglia-scuola-chiesa, interpretato anche da vicinato, dal quartiere. Oggi in parte la Chiesa è stata sostituita dalle Associazioni sportive ma, anche queste non tutti se lo possono permettere e la competitività che fa nascere può evolvere non positivamente; spesso però manca la famiglia mononucleare con ambedue i genitori che lavorano e i figli unici che vivono nelle loro camerette coi i loro device. Giunti all’adolescenza il dialogo, lamentano i genitori, diventa impossibile da realizzare se non è già stato attivato prima e si trovano davanti a degli sconosciuti che sfogano la loro rabbia sommersa quando gliene se ne offre l’occasione. A scuola accoltellando professori o compagni, in gruppi occasionali come in questi giorni. Le “bande” sono sempre esistite e l’aggressività si imparava a gestirla all’interno di queste. Oggi?

Giudicare è facile, far finta di non vedere il disagio dilagante è, come la definisce Mattarella, “meschina sottovalutazione” mentre ogni aspetto andrebbe ripreso in mano e riformulato con coraggio a partire dalle agenzie educative, in primis la scuola.

I giovani si percepiscono come una minoranza e lo sono realmente, vedono le risorse pubbliche spostarsi verso pensioni, interessi sul debito, armi mentre a loro viene consegnata precarietà a vita, guerre alle porte di casa, il welfare che frana sotto i loro occhi e la piazza diventa il solo luogo dove farsi sentire. Il mondo e in particolare l’Europa, è alle prese con lo stesso malessere, la domanda è se la politica saprà offrire risposte e non solo promesse di ordine pubblico che lasciano tutto come sta. Militarizzare le città serve solo per un tempo limitato seppure non si desidera altro …

Chiudo invitando ad andare a vedere un bel film passato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno: “Mr. Nelson, ha mai ucciso qualcuno?” di Shinya Tsukamoto. È la domanda che una bambina delle elementari rivolge a un ex marine che è stato chiamato a raccontare la sua esperienza in Vietnam. Da qui si sviluppa tutta una ricerca su ciò che origina la violenza, innanzitutto quella personale per poi salire di livello fino alla guerra con i suoi abomini e i traumi che lascia ai suoi interpreti. Può dire a tutti qualcosa se ci si lascia interpellare.

(BiGio)

 

Per chi desiderasse approfondire due interessanti interventi:

 

1.     https://formiche.net/2026/10/cosa-si-muove-dietro-manifestazioni-italia-europa/#content

 

2.     https://formiche.net/2026/10/i-ladri-di-futuro-e-le-vetrine-rotte-la-riflessione-di-becchetti/#content

 

La Shari’a in Italia. Il problema non è la libertà religiosa, ma la sovranità

l caso della Camera arbitrale islamica di Padova solleva interrogativi che vanno oltre la libertà religiosa e investono il rapporto tra diritto, autorità confessionale e sovranità.


Chi stabilisce quali norme della Shari’a possano avere effetti nell’ordinamento italiano? E quali sono le implicazioni costituzionali dei legami con autorità religiose estere? L’analisi di Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi Internazionali di Roma – Unint 

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