Gesù chiede ai suoi discepoli di amare gratuitamente tutti e non solo quelli da cui potrebbero in futuro avere dei benefici con l’attenzione di non farlo per avere la ricompensa nell’aldilà: sarebbe ancora un comportamento egoista e un servirsi del povero per “trasferire i propri capitali in paradiso”.
Dopo due domeniche nelle quali le espressioni di Gesù ci sono inizialmente apparse molto dure, discoste dall’immagine che ci eravamo fatto di lui ma che poi abbiamo scoperte essere una riflessione su se stesso che esprimeva la volontà di compiere la sua missione con l’avvento del fuoco dello Spirito e un invito a sforzarsi di essere coerenti con quanto si professa senza per questo avanzare certezze, oggi il messaggio dell’Evangelo riprende più direttamente l’attenzione al cammino del discepolo.
Gesù è stato invito a pranzo di sabato da uno dei capi dei farisei e si trova ad essere al centro dell’attenzione un po’ per la curiosità dei presenti alcuni dei quali forse non lo avevano mai incontrato in prima persona, altri invece sono prevenuti su di lui sapendo cosa era accaduto in altre occasioni simili. O anche per le guarigioni fatte il giorno di sabato e l’imbarazzo quando davanti allo sconcerto dei presenti aveva chiesto loro se era giusto o meno guarire nel giorno del riposo non ricevendone risposta come raccontato nei versetti immediatamente precedenti alla pericope odierna. In precedenza era già accaduto quando in una sinagoga aveva guarito un uomo dalla mano paralizzata (Lc 6,6-11). Sospetti e diffidenze nei suoi confronti erano “giustificati”, come la curiosità su cosa avrebbe potuto fare quella volta, forse anche l’attesa da parte di alcuni per poi aver l’occasione di contestarlo. Oramai era sotto tiro e si attendeva solo l’occasione buona per accusarlo e farlo cadere in disgrazia.
Anche Gesù fa attenzione quanto gli accade attorno e, questa volta, l’occasione gli è fornita dall’osservazione della realtà. I commensali sono esperti nella Scrittura, la conoscono bene ed è il loro ruolo nella società. Quasi con nonchalance si esprimere su quanto vede avvenire nella scelta dei posti a tavola citando praticamente alla lettera versetti dal libro dei Proverbi “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto… va all’ultimo, perché, venendo colui che ti ha invitato ti dica: amico, passa più avanti! Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali” (Pr 25,6-7).
È un invito ad essere scaltri? A farsi furbi? Se si rilegge con attenzione l’Evangelo c’è una coppia di vocaboli che ricorre cinque volte: invitato-invitati che, se tradotto letteralmente dal greco è chiamato-chiamati. È a questi che desidera rivolgersi richiamando uno dei filoni principali della sua testimonianza espressa con chiarezza senza mezzi termini nell’Ultima Cena: ““Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola?” e lui è stato e sta in mezzo ai discepoli “come colui che serve”.
Luca coglie questa l’occasione di questa narrazione per farci comprendere bene l’essenziale: la tavola imbandita richiama il Regno di Dio ma anche il banchetto eucaristico, le nostre celebrazioni che fanno “memoria” cioè rendono efficacemente presente il Servo del Signore che plasma una comunità serva.
Se domenica scorsa il centro è stato “i primi saranno gli ultimi” oggi “chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Gesù chiede di sovvertire le usanze dell’epoca e, al posto di invitare quattro classiche categorie di persone (gli amici, i fratelli, i parenti e i ricchi vicini,) desidera che siano chiamati i poveri, gli storpi, gli zoppi e i ciechi cioè coloro che erano considerati puniti da Dio in quanto peccatori e, per questo, i portatori disabilità e non erano ammessi nel Tempio di Gerusalemme (Lv 21,18 – 2Sam 5,8).
Gesù chiede ai suoi discepoli di amare gratuitamente tutti e non solo quelli da cui potrebbero in futuro avere dei benefici con l’attenzione di non farlo per avere la ricompensa nell’aldilà: sarebbe ancora un comportamento egoista e un servirsi del povero per “trasferire i propri capitali in paradiso”.
Quelle quattro categorie vanno accolte non per compassione o altezzosa superiorità anche solo spirituale. Gesù desidera farci capire che, se Dio ama ogni uomo, significa che nell’uomo esiste sempre qualcosa di positivo che va scoperto al di là di tutto, mettendo in guardia noi e le nostre Comunità da logiche di do ut des che corrompono i rapporti facendoli uscire dalla gratuità, rendendoli meri rapporti di potere e complicità. Con queste parole Gesù sta obbedendo alla logica “strana” e “folle” di Dio e del suo Regno.
Quale sarà la ricompensa? Chi ama avendo come obiettivo la sola ricerca del bene dell’altro diviene simile al Padre che sta nei cieli, fa l’esperienza della sua stessa gioia. La felicità di Dio è tutta qui: amare gratuitamente. Si può pretendere di più?
(BiGio)