Rielaborando la risposta secondo il testo greco: “Tu sei un mattone (Pietro) e su questa roccia (che è Gesù) edificherò la mia chiesa e nulla le impedirà di portare a compimento la sua opera di salvezza”. Affidando “le chiavi” a Pietro non lo incarica di fare il portinaio del paradiso, né, tanto meno, di “farla da padrone” sulle persone a lui affidate, ma gli ingiunge di “divenire il modello"
L’itinerario nel quale la Liturgia ci accompagna seguendo il progetto di Matteo nel suo Evangelo, dopo aver presentato le esigenze ed il progetto di annuncio dell’avvento del Regno di Dio già presente nel nostro oggi, comprese le difficoltà che inevitabilmente ci sono e ci saranno, piano piano ha spostato l’attenzione dal singolo discepolo alla comunità.
Ecco allora le sollecitazioni a non rimanere passivi ma a farsi parte attiva condividendo quello che si ha, quello che si è realizzato, non importa se tanto o poco. Inoltre si deve essere coscienti che i tempi del Padre per far maturare la semina, non rispettano le nostre attese e ci sono sconosciuti. Nelle sue mani dobbiamo mettere tutto il nostro impegno e non essere impazienti sapendo che il grano cresce assieme al loglio: starà a Dio il separarli alla fine dei tempi e la differenza tra i due non sarà un giudizio morale ma un dato di fatto.
Poi ha spinto i discepoli a provare a cavarsela da soli ma la barca (la comunità in divenire) si è trovata in difficoltà nel buio tra alte onde: l’invito è stato quello di avere fiducia il Lui che non ci abbandonerà mai.
Infine, domenica scorsa al centro c’è stato il tema verso chi andare, per chi è la salvezza: solo verso e per le pecore disperse di Israele (come all’inizio Gesù stesso aveva detto), o verso e per tutti? Questo è stato il dibattito che ha scosso le prime comunità cristiane e la risposta è avvenuta nell’episodio della donna cananea nella quale Gesù riconosce una fede grande che salva sua figlia.
L’Evangelo di oggi si configura come un punto di svolta che, prima di aprire quella che sarà una scelta risoluta di Gesù, prova a fare una sintesi cercando di capire cosa i discepoli abbiano compreso e fatto proprio del cammino del quale è stato guida attenta. Sono giunti a Cesarea di Filippo, una città imperiale romana in via di costruzione ai piedi del monte Hermon e a una delle tre sorgenti del Giordano; è il punto più a nord fuori di Israele che Gesù raggiunge con i suoi. Pone quindi due domande in sequenza: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo” e “Voi chi dite che io sia”.
Alla prima domanda la risposta è deludente. Gli vengono indicati personaggi del passato, riformatori o profeti: non hanno compreso la “novità” di Gesù. Non è uno dei tanti che si sono distinti per la loro onestà e lealtà, per l’amore ai poveri, per l’impegno in favore della giustizia, della pace, della non violenza.
Con la seconda è Gesù stesso che si fa domanda e con questa raggiunge ed interpella anche noi: “Ma per te, io chi sono?”. Se si riflette, non è facile nemmeno per noi oggi dare una risposta non scontata, che non sia la ripetizione di una formuletta. Questo interrogativo dovrebbe accompagnarci ogni giorno, essere quasi una spina sul nostro fianco: riusciamo a dire chi Gesù sia personalmente per noi? Cosa significa per la nostra vita il rapporto che abbiamo (se lo abbiamo) con lui? Siamo coscienti, per usare un termine di paragone umano, che ci troviamo di fronte a un Dio “geloso” perché nessuno è più innamorato di lui dell’uomo? di ciascuno di noi? (per esempio in Es 20,5 – Sof 3,8 – Zc 8,2 – Dt 6,6). Il suo amore senza riserve ci è stato indicato anche da Gesù chiedendo che nulla gli sia anteposto: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26).
Mentre la prima domanda era rivolta a tutti e la risposta è stata “collettiva”, la seconda è “personale”. Infatti arriva da uno solo, da quello che stava affondando appesantito dalla poca fede, che passa dall’incertezza di un “Se sei tu” ad un deciso: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” ed è un passaggio che non deriva da un sapere umano ma dall’aver accolto una rivelazione del Padre e, per questo, è sotto il segno della gratuità.
La risposta di Gesù inizia con un “Beato te, Simone figlio di Giona” riconoscendolo come uno dei “piccoli” ai quali il Padre rivela le cose (Mt 11,25 di qualche domenica fa). Ma perché figlio di Giona quando non sappiamo il nome del padre? Chiamandolo con questo patronimico Gesù delinea il percorso di Simone che sarà simile a quello di Giona che, inizialmente, ha contrastato la volontà di Dio, ma poi fa quello che gli viene chiesto.
Gesù continua e, rielaborando secondo il testo greco, afferma: “Tu sei un mattone (Pietro) e su questa roccia (che è Gesù vedi 1Cor 3,11 – Ef 2,19-21 – 1Pt 2,4-6) edificherò la mia chiesa e nulla le impedirà di portare a compimento la sua opera di salvezza”. Affidandogli poi “le chiavi” non lo incarica di fare il portinaio del paradiso, né, tanto meno, di “farla da padrone” sulle persone a lui affidate, ma gli ingiunge di “divenire modello del gregge” (1 Pt 5,3). È la sua fede nella roccia che è il Cristo che garantirà la vita della Chiesa se, come affermerà Ireneo di Lione, la “presiederà nella carità”.
Chiudendo ordina ai discepoli di non dire a nessuno che è il Cristo perché sa che loro attendevano quello che avrebbe restaurato il regno di Davide, non quello di Dio: non hanno ancora compreso.
(BiGio)
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