Non basta dare il pane alla gente, occorre farsi pane per la gente: “date loro VOI (stessi) da mangiare” è l'invito
Dopo l’illustrazione delle condizioni della missione affidata, delle sue difficoltà, della necessità di far nostro lo sguardo attento e paziente del Padre, Gesù ha posto la sua attenzione sulle tentazioni che i discepoli si sarebbero trovanti davanti: il pensarsi unici e perfetti, grandi come un cedro secondo l’immagine di Ezechiele (17,22 ss). L’invito alle comunità invece è di considerarsi come un granello di senapa, senza scoraggiarsi secondo l’immagine del lievito nella pasta che, per fare effetto, ha la necessità dei suoi tempi. Il Regno poi è come un tesoro che sorprende quando lo si trova, cambia la vita e fa esplodere di gioia. È importante che i discepoli facciano quello per cui sono stati chiamati: essere pescatori di uomini sapendo che nella rete ci saranno pesci buoni e pesci marci che non è un giudizio morale ma una constatazione tra chi è pieno di vita e chi invece si è lasciato trascinare dalle logiche di questo mondo.
Oggi lo sguardo si allarga e parte dal fatto che a Gesù è giunta la notizia della morte del Battista, fatto che provoca in lui un’eco profonda, una risonanza non solo di tipo affettivo ma anche di quella che è stata una condivisione spirituale, un riconoscimento delle reciproche vocazioni, un seguirsi seppur nella distanza non solo geografica ma anche dell’evolversi del proprio pensiero, di una diversità che era ricchezza e non ostacolo nella comune obbedienza al Padre.
La morte di ogni persona significativa – è anche la nostra esperienza – lascia un vuoto e per elaborarla serve tempo. Si sente la necessità di un periodo di silenzio per fare memoria di quanto condiviso, raccoglierne l’eredità che ci ha lasciato, capire come custodire e proseguire facendo tesoro di quanto di prezioso ci ha insegnato anche se si è stati fianco a fianco solo per un breve periodo. Questo significa farne “memoria” che non è solo un “ricordo” come una foto che rimane fissata in un preciso momento storico, è un continuare a vivere quel rapporto seppur in un termine diverso, non certo in quello fisico che non è più possibile. È proiettarsi in una relazione diversa ma viva e vivificante. Quella morte diventa allora generativa e produttrice di vita.
Così fa Gesù che parte su di una barca per ritirarsi in disparte. La folla viene a conoscenza di dove è andato e, con tutte le sue sofferenze che si affiancano a quella di Gesù per la perdita di Giovanni, non lo raggiunge, ma lo precede. Da parte sua non c’è nessun moto di fastidio e nessuna ribellione come accadrebbe facilmente a noi: vorremmo stare in silenzio ma ci suonano il campanello, squilla il telefono, vibra il cellulare per un messaggio: è forte la tentazione di non rispondere e prima ancora di non guardare. Gesù invece percepisce le necessità di questa folla, ne prova compassione che non è un semplice sentimento, è un cogliere la realtà dell’altro e comporta azione che è ben più di quel “guarire” come viene tradotto il termine greco, è un farsene carico, un prendersene cura, un servire chi ha bisogno facendo attenzione alla dignità integrale della persona. Così passa la giornata e si avvicina la sera.
Anche i discepoli guardano la folla e con l’imbrunire la necessità di come e dove questa passerà la notte e di come troverà da mangiare. Non si interrogano su che cosa loro potrebbero fare e si rivolgono a Gesù indicandogli quella che secondo loro è la soluzione più ragionevole e migliore: congedarli perché si arrangino. La risposta che ottengono, desidera sollecitare una loro presa di responsabilità: mettete a disposizione quello che avete. Solo così il Signore potrà operare attraverso di loro.
A volte la coscienza della mancanza di mezzi, come la coscienza dei nostri limiti ci ferma nel nostro agire, ma questo può anche impedire al Signore di intervenire nella storia passando attraverso quel poco che noi siamo e possiamo fare. La via che lui indica è quella della condivisione con quel “voi stessi date loro da mangiare” o meglio, secondo una traduzione più letterale: “date loro VOI (stessi) da mangiare”. È il significato dell’Eucaristia. In questa Gesù si fa pane, alimento di vita perché quanti lo accolgono, siano poi capaci a loro volta di farsi pane, alimento di vita per gli altri. Non basta dare il pane alla gente, occorre farsi pane per la gente.
In forza dell’abitudine generalmente non ci si fa caso alla preghiera durante la Presentazione delle Offerte anche perché con facilità è coperta dal canto ma è molto ricca: si ringrazia il Signore perché dalla sua bontà abbiamo ricevuto il pane e il vino frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Questo mettiamo nelle sue mani perché diventi quel Pane Unico che, condividendolo, ci faccia diventare il suo corpo, le sue mani. In questo modo diventiamo quei discepoli che hanno distribuito a una folla immensa cinque pani e due pesci (5 +2 = 7 cioè la pienezza e la perfezione divina) avanzandone per l’umanità intera.
(BiGio)
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