Ai discepoli è chiesto il coraggio di compiere uno stacco per spiccare il volo verso una nuova realtà ed essere introdotti in una nuova famiglia, quella dei discepoli, dove il criterio non è il sangue, ma l’ascolto della parola di Dio e il fare la sua volontà
Al termine del periodo Pasquale, Gesù ha inviato i suoi discepoli ad immergere il mondo nella realtà del Padre che è amore nel Figlio e sostegno dello Spirito. Il realizzarlo passa attraverso il fare nostra la sua vita “masticandola” (non per nulla il secondo momento della Lectio Divina oltre che “Meditatio” viene anche significativamente detto “Manducatio”), fino ad assimilarla e poter dire con Paolo “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Il suo primo frutto è l’aver assunto il suo stesso modo di guardare la realtà, cogliendone le fragilità e le debolezze avendone compassione, chinandosi su queste, sostenendo chi vi si trova coinvolto, fornendo gli strumenti per superarle. L’essere così non sarà senza conseguenze come non lo è stato per Gesù ma l’importante è il non aver paura di chi potrebbe osteggiarci e, piuttosto, assicurarsi di rimanere sotto la sua guida. Lasciarci condurre dal timore ci fa ripiegare su di noi stessi e impedisce di cogliere la novità del Regno del Padre che è già presente tra di noi non solo proclamandolo, ma anche portandolo a compimento, guarendo la realtà, liberandola da ciò che l’opprime e la vincola. Questo è il “potere”, la capacità che ci ha assicurato. Non è un invito ad essere incoscienti o temerari, è invece il sostegno per avere il coraggio di misurarsi con la forza dell’amore e con la responsabilità che portano alla possibilità di esprimersi ed agire con chiarezza e franchezza perché liberati dalla paura.
Padre, madre e figli sono il nucleo di una famiglia che abitano in una casa, la prima cellula della società della quale l’uomo non può fare a meno: “Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo” (Sir 29,21), per questo in Medio Oriente l’ospitalità è sempre stata sacra, come attestano le insistenti raccomandazioni della Bibbia: “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4,9); “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).
A chi vuole dare inizio a una nuova famiglia è però richiesto il distacco dalla propria casa: “L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna” (Gn 2,24). È un abbandono che porta a un incontro destinato a dare continuità alla vita.
Anche Gesù un giorno ha abbandonato la sicurezza che gli era offerta dalla dimora di Nazareth: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20); ha lasciato anche la famiglia: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli ha detto: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli” (Mt 12,48-50).
A chi lo vuole seguire chiede la stessa disponibilità: il coraggio di compiere uno stacco per spiccare il volo verso una nuova realtà ed essere introdotti in una nuova famiglia, quella dei discepoli, dove il criterio non è il sangue, ma l’ascolto della parola di Dio e il fare la sua volontà (Mt 12, 46-50).
È questo il centro dell’Evangelo di questa domenica che delinea le esigenze del discepolato seguito da quell’avvertimento: “non è degno di me” chi non prende la propria croce per seguirlo, ovvero chi tiene per sé la propria vita chiuso, ripiegato in se stesso nel suo egoismo magari per paura, di fatto la spreca. Gesù chiede ai discepoli una netta presa di distanza rispetto alla vita vissuta fino a quel momento. È una radicalità che sconfessa sul nascere in qualsiasi epoca ogni possibilità per il cristianesimo di essere una religione civile appiattita su valori morali correnti.
L’esempio che Matteo riporta, riguarda i legami familiari, ma deve essere esteso a tutti i rapporti sociali dell’umanità ed è cosciente che quello che sta dicendo non sarà senza conseguenze ed è la prima volta che troviamo nel vangelo la parola “croce”: “Chi non prende la sua croce e non viene dietro di me, non è degno di me”.
Chiudendo la pericope odierna Gesù dice: “Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. La prima cosa nella vita non è mantenere i modelli sociali nei quali siamo nati, ma è “accogliere l’altro”. Non si tratta semplicemente di “buone maniere” ma fa scaturire una fecondità nuova che non rimarrà senza ricompensa. L’accoglienza prima che essere materiale è il riconoscimento dell’identità profonda dell’altro, chiunque questo sia. La realtà dell’amore non si misura su slanci affettivi, ma sull’effettività dell’incontro tra due persone nella loro realtà e nei loro bisogni, anche di un semplice “bicchiere di acqua fresca”. Facilmente poi non conosciamo chi incontriamo e ci si trova ad accogliere: serve allora un lavoro di attenzione, discernimento, ascolto per lasciarsi raggiungere dalla “verità” dell’altro. Sarà n ogni caso una “rivelazione” ed un essere visitati.
(BiGio)
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