Non è la prima volta che la popolazione di Gaza manifesta, oltre che contro Benjamin Netanyahu, anche contro Hamas. Ma mostrare il proprio dissenso è molto pericoloso. Per questo in due anni sono stati giustiziati 60 persone con l’accusa di collaborazione con Israele.
Nonostante il divieto assoluto imposto di effettuare riprese, Times of Israel riporta che diversi filmati circolano sui social media mostrano centinaia di palestinesi che partecipano a proteste contro Hamas in diverse località della Striscia di Gaza. Striscioni e slogan affermano: «Non ci rappresentano»,«Se Dio vuole, Hamas fuori!», «Non siamo pedine!», «Vogliamo vivere!», «Basta con la distruzione!». Questo conferma che Netanyahu non ha centrato il suo principale obbiettivo: il regime islamico è ancora in piedi. La protesta si è svolta nonostante la paura di ritorsioni: in due anni sono stati giustiziati sessanta “collaborazionisti d’Israele” e basta un niente, per finire dentro e Hamas afferma che è stato «Un fallimento, organizzato da attori esterni per destabilizzare».
Il giorno scelto, venerdì 26 giugno, non era casuale: il più solenne e luttuoso dell’Islam, l’Ashura, festa che ricorda la fine del Diluvio universale. Dopo due anni sotto il diluvio di fuoco, l’emergenza è sopravvivere e non c’è un’arca su cui salvarsi, i gazawi sono disperati: già lo scorso 18 giugno, un po’ di contestatori s’erano radunati all’ospedale di Khan Younis e avevano dimostrato contro il ministero della Salute di Hamas, denunciando la corruzione dei funzionari e lo scandalo d’aiuti che finiscono chissà dove.
Timidi segnali di dissenso s’erano già visti anche nel marzo ‘25, sotto le bombe: erano durati qualche settimana, liquidati dal regime di Hamas come generiche proteste contro la guerra, nonostante striscioni con la scritta «Hamas non ci rappresenta».
BiGio
(Tratto da due servizi di Francesco Battistini CorSera e di Andrea Riccardi Il Tempo)
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