Due sono i verbi, le azioni, che caratterizzano il Padre, il primo è “amare” di un amore totalmente gratuito che non chiede nulla in cambio, il secondo è "donare". È necessario fare bene attenzione ai tempi dei verbi nell’Evangelo di oggi: non sono al futuro ma al presente indicativo.
Come sempre, un Tempo liturgico si compie con una festa, quello pasquale con due: l’Ascensione e la Pentecoste. Quello successivo viene aperto in maniera speculare, cioè da due feste: la SS. Trinità e il Corpus Domini. Da una parte una sintesi del Tempo pasquale, da quell’altra i temi che la Liturgia ci porterà ad approfondire nel rimanente cammino di quest’anno fino alla festa finale di Cristo Re.
La festa di oggi, la Trinità, è prima di tutto una sintesi: il dono della Pace è la riconciliazione tra il Padre e l’umanità nella vita e nella croce di Gesù che assicura la sua presenza al nostro fianco tutti i giorni fino alla fine del mondo attraverso lo Spirito, chiamandoci a portare ovunque la misericordia del Padre.
Poi, nei tre densissimi versetti dell’Evangelo di oggi, c’è parte della risposta che Gesù dà a Nicodemo, un fariseo che lo aveva interrogato, sintetizzando chi sia il Padre, la sua volontà e la missione che gli ha dato: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.”
Due sono i verbi, le azioni, che caratterizzano il Padre, il primo è “amare” di un amore totalmente gratuito che non chiede nulla in cambio, proprio nulla. Questo è il senso del verbo greco agapan (da cui agape) qui usato per la prima volta e che cadenzerà poi l’intero Evangelo di Giovanni ritornando per 35 volte. È totalmente diverso dall’amore come eros (da cui erotico) che può sfociare nel possesso, nel gioco del potere e dei ricatti come purtroppo spesso i fatti di cronaca ci ricordano anche in questi giorni.
Dio ama il mondo ma non gli sfugge cosa l’uomo abbia fatto e faccia della libertà con la quale è stato creato, tanto che un giorno la Scrittura dice che, guardando la diffusa malvagità, quasi “si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,6). Nonostante questo, non ha mai smesso un istante di amarlo fino a donargli la sua cosa più preziosa: “il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Per ben capire è necessario ricordare che nelle lingue semitiche come quella ebraica, non esistono parole che indichino concetti astratti; per capirci con un esempio banale: per dire che uno è robusto e forte, si dice che ha il braccio grosso. Quindi anche il verbo “credere” va tradotto in un qualcosa di concreto: accettare ed aderire al modello di vita indicato e praticato da Gesù, adoperarsi per cancellare il peccato dal mondo, realizzare una umanità nuova che al centro abbia il dono gratuito di sé.
Vivere così significa aver accolto ed essere accolti nella vita, cioè nell’agire del Signore e godere della sua vita che è eterna. Questa non è un premio per dopo la nostra morte fisica se facciamo i buoni, il verbo non è al futuro “avrà”, ma è al presente “abbia – già oggi - la vita eterna”.
Dio è amore che comunica, dona unicamente vita: “infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Cosa significa salvare? È un verbo che a noi oggi può sembrare “strano” o insignificante. Sarebbe forse meglio renderlo con liberare, liberare da ciò che ci opprime, dalle catene del nostro egoismo, delle nostre paure, dei nostri limiti, delle nostre incapacità di farsi prossimi, di condividere. Queste realtà ci rendono impossibile raggiungere e vivere quella pienezza alla quale siamo chiamati: la vita eterna già da oggi e che porteremo con noi dopo la nostra morte, mentre quello che non avremo vissuto secondo le intenzioni di amore di Dio, finirà “bruciato nel fuoco inestinguibile”.
Gesù aggiunge: “chi crede (in colui che il Padre ha mandato) non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio”.
È necessario fare bene attenzione ai tempi dei verbi dell’Evangelo: non si dice che sarà condannato (nel futuro), ma che è già stato condannato e il verbo greco in realtà significa emettere una sentenza, non una condanna. Chi decide nella sua libertà di non accogliere il dono di Dio aderendo a vivere come Gesù ha vissuto, continuerà allora a vivere ed agire secondo il “mondo” con al centro il proprio ego, sprofondando sempre più in esso. Ma il Padre ha inviato suo Figlio non per condannare, ma per salvare. Per questo a bruciare saranno le opere sbagliate, non l’uomo che è e rimane sempre più grande del suo peccato. Ce lo assicura anche S. Paolo e poi non si deve dimenticare che per aiutarci al nostro fianco tutti i giorni abbiamo quello Spirito che ci è stato promesso e donato e un altro “avvocato” a difenderci lo abbiamo presso il Padre: Gesù.
Infine, se è vero che i doni di Dio non cercano una reciprocità, è anche vero che sono “dinamici” cioè non si ripiegano su se stessi in un circolo asfittico e chiuso esponendosi così al rischio della difesa per il loro uso esclusivo fino alla violenza, ma aprono agli altri per farli fiorire servendo la loro vita.
(BiGio)
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