Festa del Corpus Domini - Gv 6,51-58

Partecipare all’Eucaristia non ha nulla a che fare con quella tradizione spiritualizzante che l'ha resa  un atto di pietà personale duro a morire. È invece “masticare” la vita di Cristo per assimilarla e portarla nel nostro quotidiano

 


In questa seconda festa che apre il cammino di questa parte dell’Anno Liturgico che troverà il suo compimento in quella di Cristo Re dell’Universo, dopo la sintesi della manifestazione di Dio come Padre, Figlio e Spirito, viene consegnato nelle nostre mani il bene più prezioso del Padre nel Corpo e nel Sangue di suo Figlio perché, seguendo il suo esempio, possiamo già ora vivere della sua vita che è eterna, accompagnati dal Paraclito che sarà presso di noi fino alla fine dei tempi.

Amare e donare sono i due verbi centrali che viene chiesto di far nostri, cioè aderire al modello di vita proposto da Gesù (che significa “credere” in lui) e con lui liberare (“salvare”) il mondo da ciò che opprime, dalle catene dell’egoismo, delle paure, dei limiti, delle incapacità a farsi prossimi, di condividere e realizzare così una umanità nuova che al centro abbia il dono gratuito di sé.

Gesù oggi si propone come cibo. Per l’uomo, il mangiare è il suo legame essenziale con la vita che implica lavoro e preparazione, condivisione ed espressione culturale. Il mangiare è legato all’essere attorno ad una tavola con familiari o amici, rinsalda i legami, le relazioni nello scambio di opinioni investendo la sfera emotiva ed affettiva. Anche un breve tratto di strada di qualsiasi tipo compiuto assieme, facilmente sfocia nel desiderio di condividere un pasto per rafforzare amicizia, solidarietà, fraternità, socialità, alleanze.

Quest’ultimo termine (berit in ebraico) nella Scrittura si trova per quasi 300 volte e molti vengono sugellati da un pasto rituale; basti ricordare l’ospitalità di Abramo ai tre viandanti che rende sacra l’accoglienza, la cena pasquale la notte dell’Esodo, il banchetto sul Monte Sinai (Es 24,11), il dono della manna e delle quaglie nel deserto, ma anche per sugellare patti tra persone come quello tra Isacco e Abimelec (Gn 26,28-30). Pasti che simboleggiano una comunione intima tra i commensali, che si evolvono diventando veri e propri riti di comunione tanto da percepire l’esigenza di regolamentarli nel libro del Levitico (cap.3). Pasti di alleanza che iniziavano con il sacrificio di un animale per metà bruciata sull’altare (per Dio) e l’altra condivisa gioiosamente tra gli offerenti.

Ma un nutrimento essenziale per la vita e lo spirito viene considerata anche la Parola di Dio a partire da Deut 8,3 “L’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore”, per giungere a Ezechiele che riceve l’ordine di mangiare un rotolo che contiene la Parola di Dio (Ez 3,1-3) descritta come “dolce al palato”. Immagine ripresa soprattutto dal salmo 119: “La tua Parola mi fa vivere” (v. 50), “Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca” (v. 103). Quindi quando Gesù parla di “mangiare” la sua Parola, premettendo quel “Io sono” che, come si sa, sono le due prime lettere del Nome di Dio rivendicando così la condizione divina, tutti capiscono bene di cosa sta parlando. 

Nell’Evangelo di oggi però l’accento si approfondisce e parla di “mangiare” la sua carne “masticandola” (questo è il termine greco usato) per farla diventare corpo di chi l’assume. È chiaro che non intende proporre atti di cannibalismo perché la “carne” nel linguaggio semitico identifica la realtà di una persona con pregi, difetti, debolezze, fragilità comprese: “Il pane che vi darò è la mia carne per la vita del mondo”. La vita di Dio, i doni dello Spirito, non possono che passare attraverso la realtà, la “carne” umana, più lo si è (cioè si vive secondo il progetto di Dio), più si scopre, emerge il divino che è in noi. Il progetto di Dio è quello di fondersi con la vita dell’uomo “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. È da qui che si irradia l’amore del Padre che comunica vita.

Ma Gesù aggiunge una richiesta ancora più cruda che viene ribadita con insistenza: è necessario bere anche il suo sangue e questo cozza contro molti testi biblici che proibiscono severamente questa pratica (Lv 7,26-27) “perché la vita della carne è nel sangue” (Lv 17,10-11) e la vita non appartiene all’uomo, ma a Dio. Il sangue dei sacrifici degli animali sparso sull’altare e sul popolo significava creare una comunione di vita con Dio suggellando così una mutua appartenenza, instaurando rapporti di consanguineità.

È in questa mentalità che Gesù inserisce il suo discorso sulla necessità di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, per entrare in piena comunione di vita con lui e con il Padre, per poter vivere concretamente in lui e viceversa.

Partecipare all’Eucaristia non ha nulla a che fare con quella tradizione che ha spiritualizzato il pane eucaristico che non doveva essere masticato rendendo tutto un atto di pietà personale. È invece “masticare” la vita di Cristo, è assimilarsi a Lui nella concretezza della nostra innanzitutto come Comunità e poi anche personalmente. Aspetti, soprattutto il primo, che mi pare purtroppo ancora per lo più lontani dalla sensibilità comune.

(BiGio)

 

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