Ma perchè il Padre invii operai serve pregare? Stando al racconto di oggi non pare proprio ...
Dopo il dono della Pasqua, la riconciliazione di Dio con la sua creazione e quindi della pace, con le due feste celebrate della Trinità e del Corpus Domini, abbiamo iniziato questo lungo periodo dell’anno liturgico che ci porterà alla sua conclusione con la festa di Cristo Re.
Domenica scorsa il Signore si è consegnato a noi perché “masticando” la sua “carne”, cioè la realtà del Cristo comprese le sue debolezze, possiamo assimilarlo e così essere oggi il suo corpo, le sue mani nella nostra storia, nella nostra vita. La Liturgia da oggi ci proporrà di comprendere, seguendo l’Evangelo di Matteo, cosa questo significhi e ci chieda.
Questa domenica la pericope pare presentare alcune incongruità. Gesù provando compassione per le folle che vede “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” o “oppure come un campo nel quale l’abbondante” messe è pronta per essere raccolta ma non c’è nessuno che lo faccia, invita a pregare il Signore perché mandi operai a soddisfare queste due esigenze.
Qui sta il primo interrogativo. Il Signore che Gesù pare così delineare, se qualcuno non lo prega di agire, ne sta con le mani in mano a guardare le pecore che si disperdono e la messe a marcire sul campo. Questo però non è colui che nelle Scritture ebraiche progressivamente si è rivelato, un Dio che si prende cura della pecorella ferita, che si china sulle sofferenze di un popolo che ancora non lo conosce per dargli gli strumenti per liberarsi dalla schiavitù opprimente nella quale si trovava, che lo guida sostenendolo nel deserto e provvedendo alle sue necessità, che dona continuamente la sua Parola per conformarlo al Patto che ha suggellato con lui.
Poi, però, senza che nessuno proferisca parola e tanto meno una preghiera così come richiesto, chiama a sé dodici discepoli per inviarli (termine che definisce e significa “apostolo”), a due a due a predicare che il regno dei cieli è vicino con il potere di scacciare gli spiriti impuri e guarire ogni infermità. Viene da chiedersi che cosa allora significhi quell’invito alla preghiera.
Infine, con a noi che ancora nella memoria risuona il comando dato da Gesù nella festa dell’Ascensione di andare a fare suoi discepoli tutti i popoli del mondo, oggi invece chiede ai dodici di non andare tra i pagani e di rivolgersi esclusivamente “alle pecore perdute della casa di Israele”. Una contraddizione?
Per sciogliere questi punti, conviene partire notando che Gesù invia in missione dodici discepoli a immagine delle dodici tribù di Israele quella realtà che Dio sul Sinai ha definito “un regno di sacerdoti e una nazione santa” a patto che diano ascolto alla sua voce e custodiscano l’Allenza stipulata (Es 19,1-6 - Prima Lettura).
I discepoli sono poi inviati a coppie che sono il minimo di una comunità (Mt 18,20). La missione allora, sia per Israele che per i cristiani, è compito non di singoli ma di comunità. Inoltre i 12 sono persone “normali”, non ci sono dotti, scribi, appartenenti all’establishment, c’è di tutto: esattori di tasse (assimilati ai peccatori e ai pagani), galilei, cananei, giudei (“Giuda l’Iskariota” significa che proveniva da Qeriyyot, una città della Giudea). È un insieme di persone non omogenee che hanno certamente dovuto fare anche un cammino per accettarsi reciprocamente. Sono inviate a fare quanto Gesù faceva quotidianamente nel suo ministero itinerante come riassunto nel versetto immediatamente precedente alla pericope odierna: “Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e curando ogni malattia e ogni infermità”. Ai discepoli (a tutti, anche a noi oggi) viene quindi chiesto di continuare a fare quanto lui faceva: non è questo il messaggio di domenica scorsa nella festa del Corpus Domini prima ricordata?
Per farlo è necessario far nostro anche lo “sguardo” del Signore sulla realtà che ci circonda come indica l’inizio della pericope di oggi: “Vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36) e non è un caso isolato; lo si trova anche in Mt 14,14, in 15,32 e in 20,24. È lo “sguardo” di Dio sulla nostra realtà, quello che “vede” la sofferenza del popolo da sempre, fin dall’inizio, fin dall’Esodo: “Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero”. Questo sguardo non rimane a un livello emotivo ma diviene sempre azione, soccorso, aiuto, si mette nei panni degli altri e interviene per loro. Anche nell’Evangelo di oggi non si ferma alla commiserazione ma agisce senza attendere nulla. Il Padre conosce già le nostre necessità prima ancora che gliele chiediamo (Mt 6,8), ci viene ricordato che la preghiera non serve a chiedere aiuto a Dio, ma ad affidarci a lui con fiducia e, ascoltando la sua Parola, fare quello che ci chiede (come nel già citato Es 19,1).
Rimane l’ultima domanda posta all’inizio: perché rivolgersi solo alle pecore disperse di Israele? Se Gesù è stato un uomo come noi, anche lui ha fatto un percorso e nella sua vita ha modificato il suo pensiero man mano che approfondiva quello che era il compito per quale era stato inviato, nella preghiera, ovvero nell’ascolto del Padre. Sappiamo anche che era stato vicino agli Esseni e in particolare a quel settore che faceva riferimento alla letteratura enochica del movimento messianico-apocalittico. Nel libro dei Giubilei che vi fa parte, c’è una speciale halakhah(regola per la vita religiosa, etica e pratica) rivelata da Dio a protezione degli eletti di Israele, dalla quale i gentili erano drammaticamente esclusi. Una delle ipotesi è che Gesù facesse riferimento a questa. Poi però, nel suo cammino di fedeltà al Padre, ha compreso ed esteso il suo ministero all’intera umanità.
(BiGio)
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