III Domenica di Pasqua - Lc 24, 13-35 - I discorsi cepoli di Emmaus

Stolti e lenti di cuore” le discussioni più o meno dotte non portano a nulla se non che a indurire il cuore, a renderlo di pietra, capace solo a vivere le proprie convinzioni costruite sull’analisi del passato e per questo incapace ad aprirsi al futuro. Non è questo l’identikit dei due discepoli?

 


Hanno però qualcosa che può aiutarli ad uscire dal vicolo cieco nel quale corrono il pericolo di cadere: non sono fermi, statici, ma in cammino e assieme. Dopo la morte di Gesù non se ne vanno ciascuno per la propria strada ma, inconsciamente o meno, continuano con quell’invito ricevuto di andare “a due a due” (Lc 10,1). Quella volta ad annunciare il Regno nella semplicità del loro essere dipendenti l’uno dall’altro, ora delusi ma decisi a non lasciar cadere nel dimenticatoio del passato quanto vissuto nella speranza, cercando di mettere assieme i cocci da far diventare una eredità ed accade quanto il profeta Malachia aveva assicurato: “Allora parlarono tra di loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò” (3,16) ed è quello che avvenne a loro.

Questa è la prima attenzione che ci viene richiesto di riconosce nella nostra esperienza spesso delusi dalle esperienze fatte. È importante non rimanere fermi ma continuare a proseguire nel cammino iniziato riflettendo non ripiegati su noi stessi bensì aperti al confronto con tutti. Raccontare aiuta a comprendere, a dare ragione di quanto avvenuto, ad accettare le delusioni anche se spesso questo è parziale ed è necessario qualcosa che faccia scattare una scintilla di novità che apra prospettive nuove.

A volte questi confronti posso essere, come quelli dei due di Emmaus, più che altro anche dei litigi (questo significa il verbo greco usato da Luca) e il primo intervento di Gesù ferma questo “scagliarsi contro” delle parole. Quello che raccontano a Gesù non è un “annuncio” e sicuramente non “lieto”; piuttosto è un necrologio, narrano un morto nel quale avevano riposto la loro fiducia come quel messia capace di ricostruire il regno di Davide cacciando i romani. In passato ce ne erano già stati come per esempio Teuda, Giuda il Galileo, Giuda Maccabeo … ora si trattava di attenderne un altro.

Qui c’è una seconda domanda che ci viene posta: quale volto di Cristo narriamo agli uomini. Si possono dire cose corrette su Gesù come hanno fatto i due discepoli, ma senza trasmetterne la vita perché ci si ferma alle nozioni storiche che si esauriscono in se stesse o scadono in inutili sterili dibattiti.

C’è bisogno di uno compreso come “straniero” che prenda l’iniziativa, si avvicini e spieghi. L’unico che paradossalmente non è nato a Gerusalemme e lì non ha la sua dimora mentre il Salmo 87 afferma che per Dio tutti gli abitanti della terra lì sono nati e lì vi abitano. Come sempre l’iniziativa è di Dio, l’uomo di sua iniziativa non ce la fa. Gesù si avvicinaascolta e solo poi inizia a spiegare. Questi tre momenti indicano una pedagogia che ci viene chiesto di far nostra. Nella pagina evangelica di Luca la spiegazione di Gesù è una “harizah”, una omelia rabbinica che intesse il senso di tanti passi delle Scritture formandone uno nuovo che esprime la logica di Dio non quella dell’uomo. Per questo è inutile cercare una corrispondenza letterale nelle pagine della Torah, dei Profeti, degli Scritti: solo una lunga contemplazione di tutte le loro pagine ci può far intuire dove Gesù abbia tratto la sua sintesi, nella storia di Abramo, di Giuseppe, di Mosè, Elia, Geremia, Giobbe, nella figura del Servo di Isaia. È da qui che bisogna partire in cerca del senso delle Scritture, anche di quelle cristiane con buona pace di coloro che affermano presuntuosamente che quelle ebraiche non servono e ne può far a meno.

Ora sono giunti ad Emmaus ma la spiegazione di Gesù non è ancora sufficiente per loro. Anche per noi è difficile andare oltre. Certo cantiamo “Cristo è Risorto” ma poi ci crediamo realmente? Com’è il Risorto? Cos’è la risurrezione? Questa va oltre la “storia” che si può raccontare di ogni uomo compresa e racchiusa tra la nascita e la morte. È una difficolta ben comprensibile ed è pure la nostra. Solo alla “frazione del pane” si aprono i loro occhi “lo riconobbero ma egli diventò loro invisibile” e non “sparì”, come erroneamente tradotto (non è un fantasma!). Aveva accolto l’invito dei due discepoli ed era entrato “per restare con loro” e così sarà per sempre. È presente ma in un altro modo: in quel pane benedetto, spezzato e condiviso; è nel corpo dei discepoli, sono questi che diventano il suo corpo. È il Vivente che viene a dimorare e a restare con noi. A noi il compito di glorificarlo con la nostra vita portando ovunque la sua pace: la riconciliazione tra il Padre e l’umanità.

Il finale è importante. Tornati a Gerusalemme i due discepoli non incontrano rimproveri o richieste di chiarimento, ma arricchiscono la comunità stessa con il racconto del loro cammino e del loro incontro con Gesù. Nell’esperienza delle nostre Comunità anche lo smarrimento, l’allontanamento e il peccato non vanno persi, ma possono divenire elementi capaci di sostenere la fede degli altri strutturando positivamente quella comune.

(BiGio)

 

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