Di fronte alla morte di Gesù i discepoli sono smarriti e non riescono a vedere un futuro. Forse è meglio chiudere le porte, stringersi tra quattro mura conosciute che si sperano sicure rimanendo in attesa degli eventi ripiegati su se stessi. Sembra la situazione che la nostra realtà e noi stiamo vivendo oggi, anzi lo è.
Di fronte alla morte di Gesù i discepoli sono smarriti e si prefigura la fine, la morte del loro gruppo, non riescono a vedere un futuro, il passato appare definitivamente alle spalle, la paura li paralizza, non sanno cosa fare per uscire da una situazione imprevedibile nel suo svolgersi che, di ora in ora cambia e non certo in meglio. Forse è meglio chiudere le porte, stringersi tra quattro mura conosciute che si sperano sicure rimanendo in attesa degli eventi ripiegati su se stessi. Sembra la situazione che la nostra realtà e noi stiamo vivendo oggi, anzi lo è.
È certamente una situazione di crisi, ciascuno reagisce a modo suo e certamente, vada come vada, ci vorrà del tempo perché tutto possa riassestarsi e riprendere un cammino sereno. Occorre tempo ma questo pare incombere più che dare respiro. Qualcuno (Tommaso) osa qualcosa in più e si spinge fuori, in cerca forse non sa nemmeno lui di cosa. Sotto sotto, piano piano nasce forse anche inconsciamente una domanda: che cosa ci ha riunito? Che cosa in questi anni ci ha tenuto assieme? Forse anche noi oggi dovremo ripartire da queste domande senza cercare fughe in avanti o porre la fiducia in altre armi …
“Venne Gesù” (non apparì! non è un fantasma!) e “stette in mezzo” in modo che tutti attorno hanno la stessa relazione con lui. Non ci sono gerarchie, non c’è chi è davanti e chi dietro, in basso o su alti scanni. La prima cosa che dice è “Pace a voi”, è l’effetto della sua passione-morte-risurrezione, è la riconciliazione dell’umanità con il Padre. Non è una promessa per il futuro, è la vita in pienezza che ci è donata ora, oggi e che nessuno può più togliere.
“Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco”, sono i segni del suo amore per noi che rimarranno e rimarrà per sempre. È da questo e in questo che riconoscono il Risorto e si trovano ricolmi di gioia. Non un semplice ricordo bensì è la “memoria” che si fa presenza allora come oggi quando “spezziamo e partecipiamo del pane unico”. Il significato della “memoria” in senso biblico non è l’attuarsi di nuovo di quegli eventi (Gesù ha vissuto, è morto e risorto una volta sola), è l’essere resi partecipi a quegli eventi unici.
“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”: i discepoli devono prolungare la sua missione nell’essere testimoni del suo amore e della tenerezza del Padre. “Detto questo, soffiò - come Dio nella creazione del primo uomo soffiò e l’uomo divenne un essere vivente - e disse: ricevete lo Spirito Santo”. L’evangelista aveva scritto: Gesù “è colui che toglie il peccato del mondo (…) è colui che battezza in Spirito Santo”. Trasmette così la sua stessa capacità d’amare e specifica quale deve essere il compito delle comunità dei suoi discepoli: non quello di giudicare, ma quello di salvare, di offrire proposte di vita. Sono questi i doni che i discepoli e le comunità ricevono dallo Spirito Santo perché possano far brillare la luce della risurrezione e l’amore di Dio. Non dà un potere a qualcuno, ma una responsabilità per l’intera comunità.
Circa il "non rimettere i peccati" è una errata traduzione: la radice greca ha invece a che fare con il "legare"; vale a dire che i peccati saranno legati perchè non possano fare altri danni. A confermarlo ci sono poi due riferimenti nella Scrittura che aiutano a comprenderne il senso. In Genesi nella vocazione di Abramo (Gn 12,3) Dio gli dice: "Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra". Seguendo la radice ebraica del primo "maledirò" la traduzione diventa "illuminerò chi ti maledirà" e, in ogni caso, in Abramo saranno benedette tutte le generazioni della terra senza distinzioni.
In Esodo 34,5 Dio dice che punirà "l'iniquità dei padri sopra i figli e sopra i figli dei figli, fino alla terza e alla quarta generazione” ma appena prima ha affermato che perdona le colpe e manterrà la sua benedizione "fino alla millesima generazione". Vale a dire che il perdonare di Dio non è il mettere una pietra sopra al male fatto come se non fosse mai avvenuto, ma che l'uomo è più grande del suo peccato ed questo che viene colpito mentre la persona viene perdonata.
Tommaso non c’era e chiede di fare la medesima esperienza degli altri come piacerebbe anche noi. Negli Evangeli non è solo lui che dubita tanto è vero che per questo Gesù rimprovera gli undici in Marco 16,14, in Luca 24,38 ed anche nel versetto che chiude l’Evangelo di Matteo 28,17. Allora l’Evangelista con questo episodio desidera rispondere agli interrogativi e alle obiezioni che allora fino ad oggi i discepoli vivono e si pongono. Si fa fatica a credere, a volte ci si chiede se ne siamo davvero convinti. Ciascuno di noi ha delle difficoltà in merito e forse, se ci pensiamo bene, non si è mai certi fino in fondo di aver fatto esperienza del Risorto.
Guardando all’intero racconto dell’Evangelo di Giovanni, emerge un cammino: all’inizio i primi due apostoli chiamano Gesù “Rabbi” (Gv 1,41). Natanaele gli dice: “Tu sei il Figlio di Dio” (Gv 1,49). I samaritani lo riconoscono come “il salvatore del mondo” (Gv 4,43), la gente come “il profeta” (Gv 6,14), il cieco nato lo proclama “Signore” (Gv 9,38), per Pilato è “re dei giudei“ (Gv 19,19), fino a giungere a quel “Mio Signore e mio Dio” di Tommaso. È il titolo che la Scrittura riferisce solo a Dio per esempio nel Salmo 35 (v. 23). Tommaso ha capito cosa intendeva dire Gesù quando affermava che “Io e il Padre siamo uno” (Gv 10,30) e lo proclama ad alta voce.
L’augurio è che questo cammino sia anche quello di ciascuno di noi.
(BiGio)
Nessun commento:
Posta un commento