II Domenica di Quaresima - Mt 17,1-9: la Trasfigurazione

La reazione dei discepoli è di “grande timore".  Gesù li tocca e dice quell’espressione che compare 365 volte nella Bibbia: “Non temete!” e “Alzatevi!”. Qui non si può non evocare quel “Beati” che Gesù ha proclamato 8 volte perché la radice ebraica di questo termine è “Ashar” che significa stare diritti in piedi e andare avanti senza paura, senza rimanere piegati nelle proprie difficoltà.


 

Quello che lega tutti gli anni le prime due Domeniche di Quaresima, nelle quali ricorrono sempre gli Evangeli delle “seduzioni” (tentazioni) e della Trasfigurazione, è un “alto monte”. Quello nel quale il diavolo “gli mostrò tutti i regni del mondo nella loro gloria” proponendo a Gesù di farli suoi possedendoli ottenendo così il potere per dominare e quello nel quale, in disparte dagli altri apostoli, si trasfigurò davanti ai tre “problematici”. “Il Pietro” cioè “il testardo” (nel testo greco c’è l’articolo determinativo) che aveva cercato pochi giorni prima di distoglierlo dalla volontà di andare a Gerusalemme (Mt 16,20), Giacomo e Giovanni perché avevano chiesto nel suo regno di sedere alla sua destra e alla sua sinistra cercando così la loro gloria. 

Su questo monte “Fu trasfigurato davanti a loro, il suo volto brillò come il sole” Gesù aveva detto che “i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre” (Mt 13,43) “e le sue vesti divennero candide come la luce” come la veste dell’Angelo che annuncia la risurrezione o quelle del Padre come per esempio nel Salmo 104,1-2. Quello che si manifesta in Gesù sono allora i segni della risurrezione e della condizione divina che non si ottiene attraverso il potere bensì attraverso l’amore, non dominando ma servendo, offrendo la propria vita fino alla fine, fino al dono totale. Esattamente il contrario della proposta del diavolo ed anche delle aspettative di Pietro, tanto che Gesù lo aveva chiamato “satana” (Mt 16,23), di Giacomo e di Giovanni a riguardo l’identità del Messia. La Trasfigurazione è la chiarificazione definitiva di quale messianismo incarni Gesù.

Come tutto l’Evangelo di Matteo, anche questa pericope è un midrash dell’Esodo. Mosè salì sul monte “dopo sei giorni” (Es 24,16) prendendo con sé tre compagni: Aronne Nadab e Abiu (Es 24,1-9) e anche il suo volto fu trasfigurato (Es 34,30). Come il Sinai fu avvolto da una nube luminosa (Es 24,15-16), così lo fu anche il monte della Trasfigurazione, senza dimenticare quella che proteggeva Israele dagli egiziani nel deserto (Es 13-21). È evidente che la nube luminosa raffigura il riflesso della presenza di Dio.

Accanto a Gesù “apparvero Mosè ed Elia che conversavano con lui”. Matteo non ci dice l’oggetto del confronto ma penso si possa con buona approssimazione accogliere quanto Luca suggerisce: il suo esodo dal mondo al Padre. In fin dei conti se si guarda la posizione del Monte indicato dalla tradizione come quello della Trasfigurazione si può notare come dalla sua cima si possa non solo idealmente scorgere a nord/nord-est la Galilea e la Decapoli, a ovest Nazaret e Cana, dai piedi del Monte a est fino a sud la valle del Giordano che conduce Gerico dal dove si sale a Gerusalemme. In sintesi tutte le zone da lui attraversate nel suo ministero itinerante ed era giunto il momento della scelta definitiva. Allora prende la sua storia in mano e la confronta con la Torà (Mosè) e le Profezie (Elia), cioè con l’intera Scrittura per capire cosa doveva fare: è un momento di preghiera che innanzitutto è ascolto, poi verifica, infine decisione. È una indicazione precisa anche per noi, su come fondare il nostro agire nel quotidiano.

In tutto questo non c’è nulla di statico, ma tutto e dinamico. Il Pietro però ancora una volta va in senso contrario: vuole fissare il momento, ciò che è bello per loro tre, costruendo tre tende e mettendo al centro, cioè al posto principale, quella di Mosè. Pensa cioè a un Messia secondo la Legge magari difesa con la forza come fece Elia, ma irrompe Dio che avvolge tutti con la sua presenza riaffermando quanto aveva detto nel Battesimo: “Questi è il Figlio mio (= cioè il Messia, così come scritto nel Salmo 2,7), il prediletto (= il nuovo Isacco, Gen 22,2), nel quale mi sono compiaciuto (= il servo del Signore, Is 42,1): ascoltatelo! (= il profeta, il nuovo Mosè, Dt 18,15)”. 

Viene così in poche battute unito il destino del Figlio con quello di Isacco (il figlio “unico” il prediletto”) e con quello del Servo nel quale il Padre si compiace. Il sacrificio del primo e la sofferenza del secondo fanno intravedere quella che sarà la passione del Messia. Chiude quell’imperativo: ”Ascoltatelo!” che ricorda la promessa di Mosé: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, un profeta come me: ascoltatelo!”. In quattro brevi espressioni c’è un concentrato di riflessione messianica davvero sorprendente ed è necessario ricordare che nel linguaggio biblico “ascoltare” non è solo “udire” ma equivale ad “obbedire”: è l’invito a mettere in pratica ciò che Gesù insegna.

La reazione dei discepoli è di “grande timore” che nel linguaggio biblico non è semplice “paura”, è ben di più, è la consapevolezza della grandezza di Dio difronte alla realtà dell’uomo. Gesù li tocca e dice quell’espressione che compare 365 volte nella Bibbia (non è certo un numero a caso!): “Non temete!” e “Alzatevi!”. Qui non si può non evocare quel “Beati” che Gesù ha proclamato 8 volte perché la radice ebraica di questo termine è “Ashar” che significa stare diritti in piedi e andare avanti senza paura, senza rimanere piegati nelle proprie difficoltà.

(BiGio)

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