Il Vivente non si avvicina a noi per istruirci, ma ponendo una domanda che mette in gioco la scorza più o meno dura dietro la quale ci difendiamo
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Oggi è la festa di Pentecoste nella quale trova, non la fine (!) non il termine (!) bensì il compimento la festa della Pasqua, tanto è vero che la Liturgia ci ripropone il medesimo Evangelo della seconda Domenica di Pasqua.
Nel frattempo il cammino fatto ci ha accompagnato a comprendere che l’esperienza, più che del Risorto, del Vivente (Giovanni usa questo termine non casualmente come un sinonimo per arricchire il vocabolario) avviene riconoscendo la sua voce che oggi ci giunge attraverso la Parola. Questa ci assicura che lui continuerà a precederci segnando la via da seguire che è il suo esempio, il cammino da lui compiuto e ci chiede di imitarlo nel prendersi cura delle persone, curandole, guarendole, consolandole. È la vertà della sua vita che dobbiamo interpretare nel nostro oggi.
Questo è il suo “comandamento” e se lo amiamo lo osserveremo. Vivremo allora di Dio, come lui andremo verso gli uomini, lui e il Padre prenderanno dimora in noi. Lo Spirito allora non è una cosa “nuova” ma la presa di coscienza di una realtà che già vive in noi, che ci accompagna sostenendoci nelle scelte come nelle difficoltà.
L’Evangelo di oggi è estremamente dinamico: Gesù “viene” (non sono i discepoli, non siamo noi che andiamo verso di lui) per “stare in mezzo” e per due volte afferma “Pace a voi!”. È il frutto del suo amore sulla croce: la riconciliazione dell’umanità con il Padre perché è la dimostrazione che anche nella nostra povera carne si può riuscire a vivere la fedeltà a Dio senza mai tradire il patto. Poi ci assicura che noi continueremo a vederlo perché viviamo della sua stessa vita: siamo una cosa sola, lui con noi, lui con il Padre, il Padre e lui con noi; è per questo che, afferma, potremo fare cose “più grandi” di quelle compiute da lui.
“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. È importante comprendere che non sono due momenti successivi diversi. Se noi osserviamo il suo comandamento viviamo la sua stessa vita interpretando nel nostro oggi il medesimo mandato che lui ha ricevuto dal Padre.
Ma attenzione non c’è spazio per l’uniformità. Come nella prima lettura della Veglia di Pentecoste nell’episodio della Torre di Babele, Dio scende e solleva le diversità come una ricchezza da non cancellare, così come in queste settimane gli incontri con il Vivente ci hanno fatto comprendere come questi corrispondono ciascuno ad un cammino personale. L’adesione a Cristo appartiene all’intimo di ogni persona, ciascuna è diversa dall’altra e darà frutti diversi: non è mai stata, non è e mai potrà essere una semplice continuazione di quanto fatto da Gesù, se non altro che per la diversità dei tempi e della società.
In tutti gli incontri del Vivente si possono rintracciare chiaramente tre fasi: l’incontro, poi la consegna di un messaggio da trasmettere e, infine, l’allargamento della possibilità di incontro e di annuncio all’intera umanità (dai discepoli alla tomba, a Maria di Magdala, a Tommaso).
L’iniziativa è sempre del Signore che mai si impone ma che invita a rispondere, riconoscendo in questo invito la presenza di colui il quale gli Evangeli parlano. Solo alla fine c’è l’invio in missione. Se ci si pensa è questo l’itinerario che ciascun discepolo ha fatto e fa nella sua vita. Per la maggioranza all’inizio in famiglia, passando poi ad incontrare il Signore, con più o meno difficoltà, attraverso la sua Parola alla quale si deve continuamente fare ritorno per poi andare verso i fratelli per cooperare all’edificazione della Chiesa e alla trasformazione del mondo.
Se ci si pensa questo è anche l’itinerario di ogni incontro di amore tra gli esseri umani: l’iniziativa è di uno dei due che solleva una domanda alla quale l’altro è messo in condizione di rispondere. Se è positiva, la fase seguente è la ricerca di scoprire le profondità reciproche. Ciascuno di noi è un mistero, una complessità anche a se stesso che non arriva mai a consegnarsi pienamente in un solo momento. Quando si inizia a conoscersi a sufficienza, si instaura una relazione che diventa comunione, evolvendosi verso un avvenire, un progetto di vita assieme. L’incontro tra le persone non è un inerte faccia a faccia, ma una comunione dinamica in vista di un fine comune, una storia che si inscrive e si rinnova nel tempo.
Anche il Vivente opera così: non si avvicina all’altro per istruirlo, ma ponendo una domanda che mette in gioco la scorza più o meno dura dietro la quale ciascuno si difende. Pensiamo all’incontro con Maria di Magdala: lei non lo riconosce ma lui le rivolge la parola chiedendole perché piangeva e chi cercava, lei le risponde con un’altra domanda dietro la quale si rifugia. Solo allora il Vivente si rivela chiamandola per nome. È il rivelare a se stessa quello che è; è il suo soffiare su di lei donandogli lo Spirito.
(BiGio)
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