La ricostruzione del sorprendente perchè sono falliti i negoziati

Perché, dopo quale intoppo Israele e Stati Uniti hanno deciso di colpire Teheran? Pareva andasse tutto bene ma poi all'improvviso le bombe ... A tre settimane da quei giorni iniziano a uscire dettagli che spiegano che cosa è andato storto. Lo riferisce, ricostruendo i fatti, sul CorSera Greta Previtera. 

Nel primo incontro di Muscat, filtra ottimismo. Le fonti parlano di strette di mano calorose e promesse che paiono «serie». Anche se gli iraniani restano di stucco perché Kushner e Witkoff, che capiscono poco di nucleare, arrivano ai colloqui senza un tecnico. Anzi: Witkoff si presenta con l’ammiraglio Brad Cooper che, dice, «passava di qui». Il ministro omanita, nonché mediatore, Al Busaidi, stupito dalla violazione del protocollo, lo invita cortesemente a lasciare la stanza. Araghchi prova a spiegare ai due americani le fasi di arricchimento, la differenza tra reattori e centrifughe. Niente da fare, Witkoff, raccontano le fonti, fa confusione. Eppure, i colloqui avanzano, con il via libera dalla Casa Bianca. Entra in scena il Qatar che propone di spostarsi in Svizzera e chiamare Jonathan Powell, consigliere britannico per la sicurezza, e, soprattutto, esperto di nucleare in buoni rapporti con Witkoff. Teheran acconsente. Powell arriva a Ginevra il 16 febbraio e, la sera prima, regala consigli preziosi agli iraniani. Il 17, Kushner e Witkoff calano l’ascia: chiedono di smantellare i siti di Fordow, Isfahan e Natanz — già colpiti nel 2025 — per un impianto unico in superficie. Gli iraniani ribattono: «Tanto per bombardarlo più facilmente?». Gli americani: «Serve per verifiche più semplici». Teheran: «All’Aiea non cambia nulla». Witkoff nicchia. Allora Araghchi fa entrare Rafael Grossi, capo dell’Aiea: «Nessuna differenza, purché ci sia accesso totale». Witkoff si altera. Si accordano su alcuni punto di massima. L’Iran promette che si libererà dei suoi 440 chili di uranio al 60%, smaltiti con diluizione irreversibile. Araghchi tiene il punto sul diritto futuro di un programma civile. E, con Fordow e Natanz già ridotti male, si dice pronto a uno stop forzato all’arricchimento. Il 26 febbraio, a Ginevra, Araghchi propone una moratoria di tre-cinque anni, oltre la scadenza del mandato Trump. Witkoff sente il presidente e torna all’arrembaggio: dieci anni pieni. Quel giorno firmano una dichiarazione sui progressi compiuti. Il clima è disteso, dicono. C’è in previsione un altro incontro. Prima di andare, i due inviati Usa mostrarono agli iraniani le loro scarpe e dicono che le ha comprate Trump in saldo da Florsheim. Il ministro degli Esteri omanita è meno disteso degli altri. Sente che la guerra è imminente e allora corre a Washington, ma non funziona. Nessuno si fida di nessuno, anche se Powell si dice stupito dei progressi negoziali. Tra incomprensioni finte e malintesi veri, due giorni dopo cadono le bombe su Teheran.

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