La Liturgia ci chiede di “imitare le folle di Gerusalemme” rievocando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme cantando “Osanna al figlio di David” che tradotto significa “Salvaci dunque figlio di David”. Facciamolo ma coscienti del grande equivoco che c’è sotto
Con questa Domenica termina la Quaresima ed inizia la Grande e Santa Settimana che culmina con il Triduo Pasquale, una celebrazione unica che inizia il giovedì Santo con l’Eucaristia nella Cena del Signore, prosegue il venerdì con la celebrazione della Passione e termina il Sabato con la Grande Veglia Pasquale. Lo si comprende anche dal fatto che né giovedì, né venerdì c’è la benedizione finale.
Il cammino che la Liturgia ci ha proposto in questa Quaresima, ci ha posto all’inizio davanti a due monti: quello delle Tentazioni e quello della Trasfigurazione; vale a dire a due modi di vivere: nella gestione del potere secondo il mondo, oppure nel servizio. Il passaggio tra queste due modalità ci ha chiesto prima di interrogarci di cosa abbiamo sete (nell’Evangelo dell’incontro di Gesù con la Samaritana) e di come soddisfarla; poi di verificare il modo che abbiamo di guardare gli uomini e la realtà indicandoci di assumere lo sguardo di Dio (l’episodio della guarigione del cieco nato); infine di liberarci da quelle bende che ci legano per poter vivere nel concreto con e della stessa vita del Signore (la risurrezione di Lazzaro).
Giunti a questo punto, fatte nostre queste indicazioni, oggi ci viene chiesto di porci alla sequela di Gesù facendo memoria del suo ingresso a Gerusalemme secondo l’Evangelo di Matteo che è di una ricchezza unica e ci suggerisce di leggere gli eventi della vita e della storia alla lue della Scrittura. Diventano allora significativi anche i gesti più modesti, i più normali, quelli quotidiani che compiamo ripetutamente senza pensarci sopra perché è proprio in questi che si compie la Scrittura, basta riconoscerla ed è proprio questo esercizio che Matteo fa raccontando un evento della vita di Gesù.
Altre volte era entrato in una città facendosi precedere da due o più discepoli (per esempio in Lc 9,51-52; Lc 10,1) dando disposizioni e altrettanto fa qui con le indicazioni per adoperare un’asina e il suo puledro che erano legati (il riferimento è a Gn 49,10-11a) e per l’unica volta Gesù applica a sé il titolo di Signore ma non nel senso di uno che comanda, bensì di uno che è libero di disporre della propria vita mettendola al servizio degli altri.
Qui c’è l’invito a vivere e non a farsi vivere dal quotidiano, dalla ripetitività dei compiti da svolgere come accadde ai contemporanei di Noè (Mt 24,37-39). Gesù ci avverte: la non vigilanza porta all’inconsapevolezza; è in questa, nella superficialità che si può annegare. L’antidoto è il discernimento nel leggere il presente alla luce delle Scritture ed è per questo che questo Evangelo ne è pieno, quasi ad ogni riga c’è un riferimento biblico. È faticoso ma indispensabile soprattutto in questa fase storica che stiamo vivendo. È ricca di contraddizioni che spaesano e ci appaiono difficili da sciogliere: è proprio in questi frangenti che la vigilanza è essenziale per non farsi travolgere.
Nell’ingresso a Gerusalemme Gesù compie un mimo per dire qualcosa che va scoperto. Di tre aggettivi presenti nella citazione di Zaccaria (9,9) Matteo ne prende uno solo: quello della mitezza che lo porta a scegliere come cavalcatura un asino, di cui non è nemmeno proprietario, ma che prende a prestito promettendo di restituirlo. In questo modo parla con le sue azioni che sono obbedienti alla parola di Dio e per questo lui stesso diviene la Parola ricca di autorevolezza che esprime la sua libertà obbediente.
Questo ci interpella ci fa chiedere con la folla “Chi è costui?” e di conseguenza “chi sono io?”, “quale immagine del Signore guida la mia vita?”, “questa è alla luce della mitezza di quel Messia, della rinuncia totale di ogni tipo di violenza?” Su questo noi cristiani e le nostre comunità sono chiamate a verificare la loro prassi in questo preciso momento storico nel quale la religione viene usata per giustificare ancora di nuovo le guerre negli Usa come in Russia e in Israele. Quel Messia che sceglie di essere inerme e mite, deve diventare una pietra di inciampo nel nostro cammino e scegliere di operare nella e per “una pace disarmata e disarmante” come invoca papa Leone. Un cammino nella libertà da logiche asservite a modi di pensare e di sentire esclusivamente mondani.
La Liturgia ci chiede di “imitare le folle di Gerusalemme” rievocando l’ingresso di Gesù a Gerusalemme cantando “Osanna al figlio di David” che tradotto significa “Salvaci dunque figlio di David”. Facciamolo ma coscienti del grande equivoco che c’è sotto: quelle stesse folle che “precedono e seguono Gesù” conducendolo come fece il diavolo nelle tentazioni, sono le stesse che pochi giorni dopo grideranno “crocifiggilo!”, quando si resero conto che non era il Messia che attendevano. A chi chiedeva “chi è costui?” la folla rispondeva “Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea” quella regione dalla quale provenivano i rivoluzionari zeloti che combattevano contro il dominio romano. Questo era il Messia che attendevano e, quando s’accorgeranno che Gesù non è quel tipo di “figlio di Davide”, non sapranno che farsene e sceglieranno Barabba. Chi sono gli attuali Barabba che noi oggi preferiamo seguire?
(BiGio)
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