Le due vie. Quando la vita è viva?

Affrontiamo la morte altrui con paura, dolore, tristezza, rassegnazione, rabbia, ma se a morire sono dei giovani, e per di più tragicamente, sembriamo sprovvisti del sentimento adatto ad affrontare una realtà che interrompe il corso «naturale» della vita: i figli non dovrebbero morire prima di chi li ha generati.


Esiste la parola per chi perde i genitori (orfano), ma non quella per chi perde un figlio/a, un fratello, una sorella. Un vuoto emotivo e semantico tipico del mistero: ciò che non si riesce a nominare non si riesce a controllare, ci spiazza e ci chiede di rimanere aperti, di cercare, di crescere. La morte «anzitempo» svela la nostra concezione quantitativa della vita: più dura, meglio è. Ma longevo non è affatto sinonimo di felice, come ripetevano i Greci «Muore giovane chi è caro agli dei», perché la vecchiaia comporta dolore e fatica. Ma neanche giovane è sinonimo di felice, come sapeva Leopardi: «I giovani soffrono più che i vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita nella impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale» (Zibaldone). Non è questione di anni, ma di vita negli anni. E quando la vita è viva? 

L'articolo di Alessandro d'Avenia è a questo link:

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