La Festa dell'ascensione (che Matteo non racconta) - Mt 28,16-20

Quando lo videro si prostrarono” ma, annota Matteo, “dubitavano”. Su cosa sono incerti se hanno riconosciuto lui e la sua qualità divina (altrimenti non si sarebbero prostrati)? oppure fingono di averlo riconosciuto? 


Oggi è la festa dell’Ascensione di Gesù e automaticamente l’immaginazione ricorre ai racconti degli Evangeli di Luca (soprattutto) e di Marco, ma Giovanni e Matteo non la raccontano e oggi la Liturgia ci propone il brano finale dell’Evangelo di quest’ultimo. Così è necessario porre una maggiore attenzione al breve testo di oggi che è una sintesi dell’intera opera di Matteo o, meglio, il suo compimento. 

Se si ricorda, l’inizio della vita pubblica di Gesù inizia con lui che cammina lungo il mare di Galilea, vede Simone ed Andrea che stanno pescando e li invita a seguirlo dicendo loro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Poi però l’apprendistato è stato solo un imparare a fare seguendo l’esempio del Signore senza nessuna teorizzazione. È nella pericope odierna che la vi si trova in una formulazione stringata ed è la chiave attraverso quale rileggere l’intero testo matteano che è racchiuso tra due espressioni dall’identico significato. All’inizio ci sta il nome che l’Angelo indica a Giuseppe da dare a suo figlio: Gesù, l’Emmanuele (= Dio con noi, Mt 1,21-23) e alla fine c’è nell’ultimo versetto l’assicurazione del Signore: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20b). Con quel “Io sono” (Ego eimi) Gesù richiama le prime due lettere del Tetragramma, affermando così la sua identità divina.

Nell’Evangelo di Matteo per tre volte c’è l’invito ad andare in Galilea dove incontreranno il Risorto senza mai specificarne il luogo, però la pericope di oggi afferma che, a colpo sicuro, “gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Come interpretare? perché Matteo ora lascia la generica indicazione di un “monte” senza nome? Non avrebbe potuto più logicamente essere il medesimo luogo sulle rive del Mare di Galilea dove aveva chiamato Simone ed Andrea? 

Se però si tiene conto che Dio nella Scrittura si è sempre manifestato su di un monte e nell’Evangelo di Mattero un “monte” appare, oltre a questa, altre tre volte (numero che indica la perfezione, la completezza) e li si va ad identificare, si comprenderà ciò che Matteo desidera dirci. Il primo è quello “tentazioni” (Mt 4,8), il secondo quello dove vengono proclamate le Beatitudini (Mt 5, 1) e il terzo è quello della Trasfigurazione (Mt 17,1). Ovvero dove il Signore cioè sconfigge il maligno, dove annunzia il suo messaggio programmatico e dove, infine, viene affermata la sua divinità. Il secondo monte (quello al centro dei tre) è quello delle Beatitudini. Queste sono otto e l’ottavo giorno è quello della resurrezione. Ecco la realtà dove gli undici (e noi con loro) possono incontrare il Risorto: sul monte del suo discorso programmatico.

Infatti “Quando lo videro si prostrarono” ma, annota Matteo, “dubitavano”. Su cosa sono incerti se hanno riconosciuto lui e la sua qualità divina (altrimenti non si sarebbero prostrati)? Lo si intuisce osservando che questo verbo appare una sola altra volta ed esattamente alla metà di questo Evangelo: quando Pietro chiede di camminare sulle acque ma affonda e Gesù lo rimprovera dicendo: “Uomo di poca fede perché hai dubitato?” È la condizione di tutti i discepoli noi compresi: si dubita di riuscire a portare a compimento quanto ci è indicato di fare. Quegli undici, una Comunità imperfetta segnata dal tradimento di Giuda e poi dalla loro fuga quando Gesù è stato arrestato, non sanno che cosa attendersi dal Risorto. Si chiedono se saranno capaci di capire e realizzare quello che verrà loro detto. Hanno timore ed è necessario che Gesù si avvicini a loro per stare in mezzo a loro, come più volte accade nell’Evangelo di Giovanni. Afferma la sua identità e poi li invia con una assicutazione: “a me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra … e io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”, con questa certezza allora ora potere andare e fare “discepoli tutti i popoli battezzandoli – cioè immergendoli nella realtà di Dio – insegnando a osservare – letteralmente a fare, a realizzare – tutto ciò che vi ho insegnato”, a orientare la propria vita al bene degli altri. Siatene certi che vi riuscirete perché io vi sarò a fianco in modo ancora più forte, aiutandovi a realizzare le Beatitudini nelle forme che di volta in volta nella storia comprenderete debba essere fatto. Questo è il vostro compito, anche il nostro, perché voi sarete, siete le mie mani.

Certo, la nostra realtà sarà sempre segnata dalla fragilità della natura umana, dal dubbio se stiamo facendo o meno la cosa giusta. Credere e dubitare è la nostra condizione. La fede non è esente dal dubbio perché non si impone come certezza assoluta, ma è dialogica e il credere è una proposta da accogliere o meno e non ci sarà mai certezza assoluta di tipo razionale. È piuttosto un affidarci al Signore senza alcuna certezza all’interno di una comunità che sarà sempre carente, un vaso di argilla. 

Questa coscienza ci aiuta a fuggire ogni tentativo di impossessarsi di qualcosa che non è nostro bensì un dono e nell’arroganza giungere ad affermare “Dio è con noi”. Non bisogna mai dimenticare che il credente può solo far spazio in sé all’Io del Risorto e alle sue promesse. 

(BiGio)

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