IV Domenica di Pasqua - Gv 10,1-10: l'ovile, il varco, il pastore

Dopo la resurrezione Gesù sarà riconosciuto non per i suoi tratti fisici: è un viandante, un fantasma, un pescatore, un giardiniere … ma la sua voce era inconfondibile ed è da questa che viene riconosciuto. Anche oggi è questa che ce lo fa riconoscere: come? 

Il recinto del Pastore non costringe, apre alla libertà, offre protezione, ci si può percepire sicuri al suo interno ma non è questo il suo ruolo. Il pastore “spinge fuori tutte le sue pecore” non le tiene chiuse nel recinto altrimenti finirebbe per mancare loro il nutrimento. 

 

In queste domeniche del tempo pasquale, la liturgia ci ha accompagna a comprendere il dono del Risorto, come riconoscerlo e dove incontrarlo. Quando i discepoli sono assieme lui non appare ma “sta” in mezzo a loro donando la pace, ovvero la riconciliazione del mondo con il Padre ottenuta attraverso il “sì” alla sua vita vissuta sempre in fedeltà al suo progetto, nel rifiuto di ogni tipo violenza, unicamente tesa a trasmettere la sua misericordia fino al dono della vita. Chiede poi di farsi strumento di questa pace trasmettendola ed allargandola il più possibile, donandola ad ampie mani rimettendo i peccati, lasciando al Padre “legati” perché non possano più fare danni quelli davanti ai quali ci si trova impotenti. Ma come riconoscere la sua presenza tra di noi? Innanzitutto ha mostrato il suo corpo piagato a dirci che lui è presente in tutte le ferite, nei corpi straziati, nelle persone umiliate, nella natura violentata.

Oggi ci offre altre indicazioni in quella che viene chiamata la “Domenica del buon pastore” solo che oggi questa definizione non appare nella pericope evangelica. C’è però un’altra immagine altrettanto significativa: quella della porta dell’ovile e del suo custode. A quel tempo i ricoveri per le pecore erano un basso recinto in pietra con sopra delle fascine di sterpi e rovi per impedire l’intrusione di malintenzionati e altri animali, in particolare quelli predatori. C’era un varco per far entrare e uscire le pecore ma non un cancello. Di notte un pastore vi si accovacciava in mezzo impedendo così uscite ed ingressi non desiderati; alla mattina faceva uscire gli ovini guidandoli verso “pascoli verdi e acque tranquille” (Ps 22) e, quello che faceva sì che le pecore lo seguissero, era la sua voce da loro conosciuta. Ecco è quest’ultima la caratteristica che l’evangelista desidera evidenziare.

Dopo la resurrezione Gesù sarà riconosciuto non per i suoi tratti fisici: è un viandante, un fantasma, un pescatore, un giardiniere … ma la sua voce era inconfondibile ed è da questa che viene riconosciuto. Anche oggi è questa che ce lo fa riconoscere: scaturisce nitida e viva nella parola dell’Evangelo. È l’unica che al discepolo risuona familiare, le altre che vi si sovrappongono, anche se forti e insistenti, gli risultano estranee. Chi è “istruito dallo Spirito” è in grado, in mezzo al frastuono di tante altre voci, di discernere quella del pastore, e fugge quando ode i passi dei ladri e dei predoni: gli impostori che vengono solo per trascinarlo in cammini che lo porterebbero lontano da lui, fino a fargli sperimentare la morte e non la vita in abbondanza che lui è venuto a portare e porgere a tutti.

Un’altra caratteristica dirimente appare chiara: Gesù non ha rapporti generici di massa con le folle. Conosce invece i suoi discepoli uno ad uno, chiama tutti con i loro nomi, si interessa a ciascuno di loro, tiene conto delle doti, dei pregi e delle debolezze di ciascuno. Sia che siano giovani ed agili, che sgambettano e corrono avanti a tutti, ma le sue attenzioni vanno ai più deboli del gregge: “porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). Capisce le loro difficoltà, non forza i tempi, non impone ritmi insostenibili, valuta la condizione di ognuno, aiuta e rispetta. 

I nomi sono, significano e segnano l’identità di una persona, la sua singolarità: mettersi al servizio di questa per far sì che raggiunga la pienezza alla quale è chiamata identifica il pastore vero; chi invece se ne serve per sé, ne abusa, la sfrutta per i propri fini è un impostore. Come pure chi si serve delle persone per scopi religiosi fino ad annientarle, chi usa il nome di Dio e la religione per fare violenza personale, togliere la libertà, imporre il proprio volere, fino a giustificare le guerre, ogni guerra anche quelle “preventive” che giungono a dare nuova forma agli antichi sacrifici umani. Oggi le vittime civili nelle guerre raggiungono il 90% dei morti capovolgendo le percentuali di quelle “antiche”. Senza contare l’annullamento delle identità personali causate dalla distruzione delle abitazioni.

Un’altra immagine ci propone l’Evangelo di oggi: quella della porta ed è un simbolo la cui potenza antropologica è eclatante: La porta divide o unisce (interno/esterno), offre riparo, protegge ma anche apre alle relazioni con l’esterno, chiude o apre. Gesù è una porta: attraverso di lui si entra (in comunione con lui) e si esce perché da lui inviati in missione. Il suo recinto, il suo ovile non costringe, apre alla libertà. Non è un castello inafferrabile dal quale una volta entrati non si esce più. Certo offre protezione, ci si può percepire sicuri al suo interno ma non è questo il suo ruolo, il discepolo è chiamato ad uscire, a testimoniare, a portare la misericordia del Padre ovunque, con coraggio. Il pastore “spinge fuori tutte le sue pecore” non le tiene chiuse nel recinto altrimenti finirebbe per mancare loro il nutrimento. Una volta fuori cosa garantisce che si stia facendo quello che ci è chiesto? Un cammino preciso che è composto dall’ascolto della sua Parola, dell’essersi realmente posti alla sua sequela con coerenza. Questo porta a “conoscere” il Signore e a saperlo seguire.

(BiGio)  

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