II Dome­­­­nica dopo Natale - Gv 1,1-18

Il nostro Dio per raccontarsi all’umanità ha scelto un corpo, un volto, delle azioni, degli incontri, delle relazioni, tutte cose che si possono udire, vedere, contemplare, toccare e anche oggi è stato sapientemente detto va in cerca di una «parola di carne» per potersi raccontare agli uomini e alle donne del nostro tempo. È la nostra vita che oggi, aderendo al Signore Gesù, lo può diventare ed essere capace di raccontarlo senza parole vuote e logore che non possono più dire nulla né di Dio né dell’uomo.



La liturgia di oggi ci ripropone l’Evangelo della Messa del Giorno di Natale, il Prologo di Giovanni che ha l’incipit identico a quello della Genesi: “In principio” termine ebraico che, nel primo libro della Bibbia, può essere anche letto “Con il principio”. In questa accezione il “principio” non vuol significare “inizio”, ma il “criterio” con il quale Dio ha creato il mondo, questo criterio è la Torah che è la sua Parola, la sua “sapienza”, il suo insegnamento e da qui Giovanni inizia la sua buona notizia: “In principio era la Parola”. 

Il termine “parola” in ebraico poi non ha nulla di astratto, è al contrario terribilmente concreta: “Dio disse sia la luce e la luce fu”, la sua parola è azione, fatto e parla per comunicare, per rivelarsi, per entrare in relazione, dare senso, amore. “Colui che parla” chiama l’uomo a farsi suo rispondente, lo chiama all’alleanza, a entrare in relazione con lui istituendolo come libertà dialogante. A cascata questo ci chiama ad esserlo anche con tutte le altre creature che Dio ha visto come “cose buone” e poter cantare con il salmista “i cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annuncia l’opera delle sue mani …” (Ps 19,2). 

Se poi tutto è stato fatto per mezzo della sua Parola anche noi con e nella nostra carne siamo “cose buone” con le nostre imperfezioni, le nostre debolezze, le nostre fragilità e Lui “si è fatto carne e ha fissato la sua tenda in mezzo a noi”. È allora nella nostra carne che dobbiamo cercarlo, anche nelle carni nude, affamate, assetate, malate, prigioniere, pellegrine, migranti, carcerate, morte nel freddo o nel mare, bruciate nelle tendopoli date alle fiamme o che hanno preso fuoco cercando di scaldarsi.

In mezzo a tutte le realtà che frequentiamo ci ha fatto diventare la sua tenda simile a quella di Abramo (Gn 18,1-2) che aveva quattro aperture verso i quattro punti cardinali, pronta ad accogliere tutti e noi lo siamo lungo le strade di questa nostra umanità ferita?

Dal suo essersi fatto la nostra carne “tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” e ne siamo ripieni senza misura. A volte non ce ne rendiamo conto e invece di gesti di amore, di accoglienza, di perdono, di sorrisi, di barlumi di vita nuova che gli rendono testimonianza perché tutti giungano a credere in Lui, lasciamo sopravvenire le tenebre che stigmatizzano, condannano, gridano, dividono, cercano di spezzare le canne piegate, spegnere i lucignoli fumiganti. 

Per fortuna la sua luce splende anche in queste tenebre ed è un seme di speranza che non sarà mai soffocato, rallegra, crea condivisione e gioia; assume il linguaggio dell’altro, interpreta il grido di sofferenza e ogni gemito che giunge dalla terra come le doglie del parto che apre al nuovo, alla vita. 

È questo il senso dell’incarnazione, che troppo spesso abbiamo ridotto a una “verità di fede” astratta, perdendo di vista l’evento concreto di una nascita nella povertà, dimenticando così la realtà tangibile. 

Il nostro Dio per raccontarsi all’umanità ha scelto un corpo, un volto, delle azioni, degli incontri, delle relazioni, tutte cose che si possono udire, vedere, contemplare, toccare e anche oggi è stato sapientemente detto va in cerca di una «parola di carne» per potersi raccontare agli uomini e alle donne del nostro tempo. È la nostra vita che oggi, aderendo al Signore Gesù, lo può diventare ed essere capace di raccontarlo senza parole vuote e logore che non possono più dire nulla né di Dio né dell’uomo.

Si è incarnato per insegnarci a vivere (Tm 2,12), chiedendoci l’umiltà di imparare a parlare per bene-dire, a fare del nostro dire una fonte di vita, del bene dell’altro perché nella Scrittura il dire non è mai separato dal fare, dal dare. Lo abbiamo visto nella Creazione, nell’intera storia della salvezza, nella vita di Gesù il Cristo che, come in Giovanni 1,1 è il “principio” della nuova realtà redenta. 

È importante notare che il suo modo di vivere, il suo agire nella storia accetta di abitare le tenebre, non le annienta, vi convive nella mitezza, la sua forza sta nel non farsi sopraffare. A noi chiede di imitarlo in questo, relazionandoci con tutti e tutte le realtà nel radicale rispetto dell’altro, altrimenti si scade e nel rifiuto che può scivolare fino alla violenza.

In questo, se siamo coscienti, ci aiuta la partecipazione all’Eucaristia nella quale ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo ma non è lui a venire assimilato da noi, bensì siamo noi che veniamo trasformati in lui prima di tutto come comunità e poi anche come singoli credenti. «In lui» anche la nostra vita può diventare quella «parola di carne» capace di raccontare il cuore di Dio. Il Natale non è un punto di arrivo, è piuttosto un punto di partenza anno dopo anno.

(BiGio)

 

 

 

 

  

Nessun commento:

Posta un commento