Sembra che in questi giorni riaffiora il riflesso automatico di mettere a confronto i Papi, come se il papato fosse una sequenza di stagioni contrapposte. Era prevedibile. Chiunque fosse succeduto a Francesco avrebbe incontrato difficoltà, perché negli anni si è costruita un’immagine che lo ha trasformato in categoria culturale, più che in Successore di Pietro.
Non sorprende, allora, l’uscita di Augias. Alla constatazione che papi come Francesco emergono raramente nella storia, replica di non aver capito che Papa sia Leone XIV. Lo dice con aria perplessa, come se il Papa dovesse presentarsi con un libretto di istruzioni allegato. Se non è immediatamente classificabile, allora non funziona. È un criterio curioso, applicato a una Chiesa che da duemila anni attraversa la storia proprio senza lasciarsi spiegare troppo in fretta.
Si sente ripetere che la Chiesa ha perso il mondo. Forse emerge un altro dato: il mondo fatica a sopportare una Chiesa che non si adegua ai suoi linguaggi, alle sue ansie, alle sue mode. Quando la Chiesa smette di essere un commento culturale e torna a essere una voce che richiama, orienta, interpella, diventa incomprensibile. Non per mancanza di parole, per densità di verità.
Una cosa appare chiara: Papa Leone XIV non sembra interessato a piacere. Non semplifica, non si propone come simbolo rassicurante, non parla per slogan. Questo disorienta chi era abituato a misurare la fede in termini di consenso. La Chiesa, però, non è nata per essere capita subito, né per ottenere riconoscimenti comunicativi. È nata per custodire ciò che ha ricevuto.
Forse non abbiamo perso il mondo. Forse abbiamo smesso di rincorrerlo. E quando la Chiesa cammina senza inseguire applausi, qualcuno resta indietro e grida che è scomparsa. In realtà è ancora lì, come sempre, con la pazienza dei secoli e una memoria più lunga delle mode. Questo Papa non è facile da decifrare. La fede, a dire il vero, non lo è mai stata.
Colpisce lo stile di Papa Leone XIV. Non offre alcun appiglio per leggere il suo pontificato come opposizione a Francesco. Al contrario, lo cita frequentemente, proprio per mostrare una continuità reale. E mentre si pone in continuità, compie un gesto più profondo: si oppone all’idea che un certo mondo si è costruito di Francesco. Un’idea selettiva, funzionale, spesso piegata a letture ideologiche che avevano bisogno di un Papa contrapposto alla Chiesa, quasi estraneo alla sua continuità.
Lo stile di Leone è rivelatore. Non corregge, non smentisce, non prende le distanze. Riporta. Riporta Francesco dentro l’alveo vivo della Chiesa, dentro una Tradizione che accoglie, interpreta, custodisce. Lo fa con naturalezza, senza proclami, mostrando che il pontificato di Francesco non è stato una parentesi isolata, né una rottura, né una sospensione della storia ecclesiale.
Chi per anni ha avuto bisogno di leggere Francesco come alternativa alla Chiesa ora si trova disorientato. Non perché Leone contraddica, perché sottrae terreno alla contrapposizione. Quando Francesco viene restituito alla sua collocazione autentica, quella narrazione perde forza e si svuota.
Non è in corso uno scontro tra Papi. È in atto il superamento di una lettura ideologica del papato. La Chiesa, come ha sempre fatto, procede per continuità, non per rotture teatrali. Questo delude chi attende conflitti simbolici e offre sollievo a chi riconosce nella Chiesa una storia più lunga delle mode e una pazienza più profonda dei commenti.
Papa Leone non cancella. Ricompone. E in questo gesto silenzioso si riconosce una fedeltà che molti faticano ancora a vedere.
(don Mario Proietti)
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