A volte si pensa l’obbedienza come atteggiamento passivo e chiuso, in realtà l’obbedienza cristiana è sempre dinamica e Maria, accettando gli eventi, permette che una situazione di scandalo si trasformi in un segno di libertà dalla paura, dalla volontà di controllo sulla propria vita, dal timore del nuovo.
Nel cammino di ogni Avvento si incontrano due personaggi: ieri nella II Domenica Giovanni il precursore e oggi 8 dicembre Maria. Il primo ha aperto la strada al Signore con la sua predicazione Maria facendosi la sua dimora, accogliendolo dentro di sé donandogli un corpo.
Giovanni annuncia la venuta del Messia e l’esigenza per poterlo accogliere: non tanto di essere purificati con il battesimo, quanto nel cambiare la propria vita. Senza di questo secondo aspetto il primo è inutile e lo rende un rito vuoto di ogni significato. Il Precursore ha parole molto dure nel denunciarlo e annuncia che l’avvento del Figlio dell’Uomo nella sua gloria smaschererà ogni agire portando alla luce ciò che normalmente rimane nascosto e nascondiamo bene come i famosi “scheletri negli armadi” (chi non ne ha?). Certo il Messia nella persona di Gesù sarà mite e umile di cuore, non condannerà ma separerà il frumento e la paglia che è in ciascun uomo, raccogliendo fino all’ultimo granello del primo e bruciando la seconda, ma salvando l’uomo perché lui non perderà nessuno di quelli che il Padre gli ha affidato.
Il messianismo è affiancato normalmente da un linguaggio apocalittico e non sono aspetti relegati ai tempi antichi: ogni epoca ha i suoi smarrimenti con le conseguenti angosce che alimentano l’attesa di qualcosa che possa radicalmente cambiare la realtà. Questo in alcuni provoca l’impazienza, che porta facilmente al fanatismo e al ricorso alla violenza; in altri genera la rassegnazione e il ripiegamento sull’angusto interesse privato. La storia è poi tutta percorsa da “profeti” che individuano e propongono soluzioni più o meno probabili secondo la saggezza di questo mondo ma che ovviamente non si realizzano mai.
Oggi però incontriamo un messaggero celeste il cui nome significa “la forza di Dio” che si fa presente in un villaggio tanto insignificante il cui nome non compare mai in nessun altro testo delle Scritture: Gabriele che, nelle sue ultime parole dell’Evangelo di oggi, ci assicura che avverrà quanto lui ha annunciato perché “Nulla è impossibile a Dio”.
Il racconto di Luca però inizia con una chiamata, con una vocazione, quella di Maria che è invitata non tanto a “rallegrarsi” quanto a “gioire” perché “il Signore è con te”. Quest’ultima espressione segue sempre ogni missione che Dio ha affidato a un uomo come per esempio a Mosè, Giosuè, Geremia, Davide. Anche quell’invito a gioire, ad esultarerichiamano altre pagine della Scrittura e sono rivolte alla “figlia di Sion” (per esempio in Sofonia e in Zaccaria) quando si trova nella condizione di essere o stà per essere “trasformata dalla grazia” di Dio dalla quale viene “riempita”. Sono queste le prime parole quelle di “vocazione” rivolte a Maria, una giovane ragazza che “non conosce uomo” perché si potessero contemplare le “grandi cose” che in lei ha operato colui che è “potente” e “santo è il suo Nome”.
In Israele per una ragazza rimanere vergine per tutta la vita era un’infamia. La donna senza figli era un albero secco che non dava frutti. Al termine vergine era legata una connotazione dispregiativa: nei momenti più drammatici della sua storia, Gerusalemme sconfitta, umiliata, distrutta e senza speranze, è chiamata vergine Sion (Ger 31,4; 14,13), perché in lei la vita si era interrotta, era incapace di generarla.
Luca, lo abbiamo compreso seguendo il suo Evangelo lungo tutto l’Anno Liturgico appena concluso, è l’evangelista dei poveri nei quali vuole infondere gioia e speranza. Per questo fin dalla prima pagina del suo racconto, mette in risalto le preferenze di Dio per gli ultimi, per chi non conta nulla, per tutto ciò che è disprezzato dagli uomini. Rendendo fecondo il grembo di Elisabetta e della vergine Sion (Maria), ha mostrato che non c’è condizione di morte che il Signore non possa e sappia recuperare alla vita.
Nella Bibbia non è la prima volta che viene annunciata la nascita straordinaria di un bambino, dove non era pensabile potesse accadere, vergini, sterili, anziane oltre i cento anni, questo per mostrare che non sono il frutto naturale della fecondità umana, ma un dono del cielo. È un genere letterario presente in tutto l’oriente e, per fare solo un altro esempio, in una delle tradizioni buddiste questo accade anche alla mamma di Siddhartha poi conosciuto come l’Illuminato, il Budda. Inoltre se si confronta il testo lucano con la vocazione e il conferimento di una missione a Gedeone (Giu 6,11-24) in filigrana appare chiaramente la medesima struttura di quel racconto di vocazione.
Maria dopo un turbamento (anche questo è un elemento che compare in ogni manifestazione del divino), si apre al nuovo e acconsentendo dice il suo “sì”. A volte si pensa l’obbedienza come atteggiamento passivo e chiuso, in realtà l’obbedienza cristiana è sempre dinamica e Maria, accettando gli eventi, permette che una situazione di scandalo si trasformi in un segno di libertà dalla paura, dalla volontà di controllo sulla propria vita, dal timore del nuovo. Questo racconto allora si svela come quello di una nuova nascita, di una ri-nascita prima di tutto di Maria che muore a se stessa per risorgere a servizio della Parola di Dio ed è in questo orizzonte di vita-morte-risurrezione che si apre l’attesa del Veniente.
(BiGio)
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