Gesù oggi
Gesù continua ad istruire i suoi discepoli su cosa significa l’essere stati chiamati a testimoniare che il Regno di Dio è già presente in mezzo a noi, cosa questo significhi, quali sono gli elementi che evidenziano la sua realtà. Ecco allora l’invito ad essere degli anawim di Dio, qualità che nulla ha che a vedere con una povertà economica e meno ancora con la miseria, ma è la coscienza della propria realtà nei confronti del Padre che ci invita ad imitarlo. Questo porterà a realizzare il suo Regno concretamente espresso nelle qualità delle Beatitudini diventando “sale della terra” e, riflettendo la sua identità, essere “luce per il mondo”, appellativi non hanno nulla di trionfalistico, né tanto meno possono ingenerare nei discepoli stessi presunzione od orgoglio, ma sono richiamo a una responsabilità che può essere disattesa.
Il sale si è visto richiama la sua capacità di “conservare” e più volte nella Scrittura il patto tra Dio e il suo popolo è definito come una “alleanza di sale” (per esempio in 2 Cr 13,5) da mantenere intatto senza aggiunte, senza modifiche, senza i “ma”, i “se” e i “però” nel tentativo di ammorbidirne, di rendere meno esigenti, più praticabili i suoi contenuti.
Gesù oggi approfondisce quanto detto le domeniche precedenti chiarendo che l’essere “giusti” non è opera dell’uomo ma essere resi giusti da lui e lo siamo quando lo lasciamo agire nella nostra vita facendo le sue opere, essendo radicalmente obbedienti alla sua volontà in modo più autentico senza interpretazioni che la addolciscono. Specifica con chiarezza che non è venuto per abrogare la Torah ma per darne pienezza, compimento.
Questo termine ebraico spesso lo si traduce con “Legge” creando un cortocircuito con la nostra mentalità che a una legge lega una pena quando non viene rispettata; ma non è questo il suo senso nella cultura biblica. Innanzitutto la Torah non è solo il Decalogo (= le 10 Parole) bensì i primi 5 libri delle Scritture. È un appassionante racconto, una storia d’amore tra Dio e Israele: inizia dalla creazione del mondo e continua con la chiamata di Abramo, le vicende dei Patriarchi, la schiavitù in Egitto e l’Esodo. Inoltre la radice ebraica della parola Torah è “iaràh” che indica l’atto di scagliare una freccia, di mostrare la direzione. Anche noi sulle strade ci orientiamo seguendo “le frecce” della segnaletica. La Toràh perciò traccia il cammino che conduce alla vita, non dettando una normativa fredda, rigida, impersonale e questo vale anche per le Beatitudini. Ambedue sono degli obiettivi, dei traguardi, delle mete da raggiungere, non un “a priori”. Per fare un esempio banale: solo alla fine della vita si saprà se non si è mai ucciso, tradito, rubato, giurato … Ecco perché Gesù, pur rispettando la Torah, la interpretava e il suo punto di riferimento non era la sua lettera ma il bene dell’uomo, tanto è vero che non esitava a guarire anche di sabato.
Con questi parametri diventa più comprensibile l’Evangelo di oggi e i temi che pone sulla tavola a partire dall’assicurare che nessuna delle attese legate alla Torah, nessuno “iota” sarà eluso ma si realizzerà in modo inatteso. Le Beatitudini porteranno a compimento le promesse antiche ma non nell’ottica dell’instaurazione di un regno eterno, glorioso e nessun “giorno di vendetta” (Is 61,2-3).
Gesù fa qualche esempio spiegando in modo originale inviti della Scrittura; sono sei ma la Liturgia oggi ce ne presenta quattro.
Inizia avvisando che ci sono molti modi di “uccidere” una persona, non solo togliendogli la vita fisica. L’omicidio parte sempre dal cuore, facilmente passa attraverso la parola denigratoria e diffamatoria. La pratica dell’umiliazione attraverso la violenza verbale con cui si diminuisce l’umanità dell’altro: qualificarla come “stupida” o “pazza”, è già un atto omicida. Anche semplicemente adirandosi contro il fratello si può compiere un atto che danneggi la sua umanità.
Per tre volte dice di fare attenzione perché l’altro è e rimane in ogni caso un “fratello”; averlo presente disarma dal veleno dell’odio e il passo successivo porta ad introdurre il tema della riconciliazione richiamandone innanzitutto il dovere, l’importanza e l’urgenza davanti a tutto: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” invita con forza S. Paolo (Ef 4, 26-27). Anche difronte ai riti religiosi, i rapporti fraterni da conservare o ripristinare hanno la precedenza.
Similmente ampia lo spettro sul tema dell’adulterio con l’invito a stare attenti perché ci sono relazioni che lo sono già: di fronte a certe situazioni è necessario avere il coraggio di procedere a tagli per evitare il precipitare della situazione. Due sono i simboli che risvegliano la libidine richiamati da Gesù: gli sguardi e i contatti rappresentati dalle mani. Non è l’invito a mutilazioni materiali, ma desidera evidenziare la fatica dell’autocontrollo e a far in modo che la propria persona conseguentemente non diventi come la spazzatura che viene bruciata nella Geenna. I temi del divorzio e dei facili giuramenti concludono l’Evangelo di oggi.
(BiGio)
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