Giuseppe supera il suo dilemma seguendo la volontà del Padre che si accoglie nel silenzio (il “sogno”) dell’ascolto (Shemà), che si fa discernimento personale che chiede di essere messo in pratica. È un cammino che prima o poi ciascuno di noi è chiamato fare per superare momenti difficili di fronte ai quali ci si trova soli.
La prima sezione di questo nuovo Anno Liturgico sta volvendo al termine ed è stata tutta tesa a risvegliare nei credenti l’attesa del Veniente che non è stato facile all’epoca riconoscere e non lo sarà quando, al compimento del tempo conosciuto solo dal Padre, tornerà. Un “Veniente” che ha due nomi come l’Evangelo di oggi ci rivela: “Dio salva” e “Dio con noi”.
Ogni epoca ha nel tessuto della sua storia una attesa messianica dalle caratteristiche anche molto diverse configurate dalle difficoltà della vita e della società. Anche Giovanni il Precursore è stato incerto non riscontrando in Gesù le sue ipotesi e domenica scorsa Gesù non gli ha risposto “Si, sono io” ma l’ha posto di fronte a sei realtà: la guarigione dei ciechi, dei sordi, dei lebbrosi, degli storpi, la risurrezione dei morti e l’annuncio del vangelo ai poveri. Sei come i giorni della creazione a dire che oramai il mondo nuovo, il Regno del Padre era sorto.
L’Evangelo di oggi ci narra “come avvenne la nascita di Gesù Cristo” attraverso l’annuncio a Giuseppe da parte di un Angelo della maternità di Maria.
Si deve fare attenzione a non confondere e peggio ancora a fondere assieme i due racconti di Matteo (che viene proclamato oggi) e di Luca. Non sono pagine di cronaca ma di teologia, diverse tra di loro perché i loro intenti verso le due distinte comunità per le quali scrivono il loro Evangelo. Per questo non sono uguali e presentano anche la nascita di Gesù secondo quanto le loro due diverse comunità cristiane sono giunte a conoscerlo alla luce della Pasqua. Quest’ultimo elemento lo si comprende bene in Matteo perché aggiunge al nome di Gesù il termine: “Cristo”, l’unto, il messia che diventa la sua identità specifica solo dopo l’esperienza della morte e risurrezione. Allora anche la nascita di quel bambino va letta e prende senso solo in quella luce che porta a rileggere l’intera sua vita.
Per comprendere bene la pericope di oggi è pure necessario calarsi nella cultura e lingua ebraica del tempo nella quale non esisteva la parola “genitori” e chi “generava” era solo il padre, la madre era soltanto un fattore necessario perché il seme potesse maturare. Lo si comprende anche dalla genealogia di Gesù con la quale inizia il primo capitolo dell’Evangelo di Matteo nei versetti immediatamente precedenti al brano di oggi; da Abramo per 16 generazioni si legge che un uomo generò un altro uomo che a sua volta … fino a che “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. È una novità assoluta e incredibile: si interrompe la trasmissione di padre in figlio per dirci che con Gesù inizia un qualcosa mai avvenuto prima: la forza creatrice di Dio, quella stessa che ha dato origine al mondo ora fa di nuovo irruzione in Maria che “si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”. In ebraico il termine spirito, ruah, è di genere femminile; quindi Matteo è attento a non confondere questo evento con le leggende degli dei che si accoppiavano con fanciulle: qui avviene un inedito, inizia una realtà totalmente nuova e Giuseppe si trova di fronte a un drammatico dilemma. Lui che “era un uomo giusto” non in senso morale ma perché osservava tutte le norme e le prescrizioni della Legge, sta pensando ripudiare in segreto Maria (poteva essere fatto senza motivarlo), evitando di denunciarla che avrebbe portato alla sua lapidazione come adultera; questo era prescritto. I due erano già “sposati” ma tra quest’atto e la “convivenza” doveva passare almeno un anno senza che si vedessero. Giuseppe era diviso tra il rimanere fedele alla Legge o al trasgredirla quando “gli apparve in sogno un angelo del Signore”. In Matteo questa espressione compare tre volte: qui, per preservare questa la vita dalle trame omicide di Erode e al momento della risurrezione. È una rivelazione della volontà del Padre che si accoglie nel silenzio (il “sogno”) dell’ascolto (Shemà), che si fa discernimento personale che chiede di essere messo in pratica. È un cammino che prima o poi ciascuno di noi è chiamato fare per superare momenti difficili difronte ai quali ci si trova soli.
Poi Matteo conclude citando Isaia (7,14) “Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”. È qui dove l’evangelista voleva portarci e che sarà il filo conduttore di tutta la sua teologia, di tutto il suo vangelo. Perché filo conduttore? Perché questo termine appare qui all’inizio e tornerà e poi alla fine con le parole di Gesù: “Io sono con voi per sempre fino alla fine dei giorni”.
Questa è la novità che Gesù ci porta: un Dio non lontano, ma un Dio con noi. Allora, se Dio è con noi, non è più un Dio da cercare (quindi stop all’ascesi), ma da accogliere, e con Lui, come Lui, andare verso gli uomini a portare un’onda d’amore ad ogni creatura, liberi da ogni consuetudine, regole religiose, leggi di ogni tipo. Così come ha saputo fare Giuseppe seguendo il soffio dello Spirito che fa breccia aprendo sempre nuove strade per la misericordia del Padre.
(BiGio)
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