Dopo le feste della Teofania (Natale, Epifania, Battesimo) oggi si inizia il cammino di sequela con una pericope al cui centro sta il tema della testimonianza sia l’avviso di stare sempre attenti perchè non sarà mai possibile conoscere il Signore completamente. S. Agostino avverte: “Se lo comprendi, se pensi di conoscerlo pienamente, non è Dio” non è il Signore di cui tu ti fai servo, ma uno strumento, di cui tu ti fai padrone e signore.
Domenica scorsa, con la festa del Battesimo si è chiuso il periodo della celebrazione della Teofania in tre tappe di Dio in Gesù: manifestazione ai poveri, ai diseredati (l’annuncio ai pastori), all’umanità (Epifania) e ad Israele (Battesimo), tre feste in una inscindibile unità.
Oggi si inizia il cammino di sequela con una pericope dall’Evangelo di Giovanni al cui centro sta il tema della testimonianza di quanto vissuto in queste feste. Ce lo indica la preghiera di Colletta con la quale la Liturgia fa sintesi della Scrittura che nella sua seconda parte chiede: “Padre (…) conferma in noi la grazia del Battesimo, perché con la forza del tuo Spirito proclamiamo il lieto annuncio del Vangelo” e abbiamo visto nella II Domenica dopo Natale che nella Scritture la parola non è mai disgiunta dall’agire. Per questo la “proclamazione del lieto annuncio” significa il testimoniarlo concretamente; in fin dei conti l’Incarnazione è la Parola che si è fatta carne e ora siamo noi che con l’agire della nostra carne ci è chiesto di testimoniare per annunciarla: a questo il Padre chiama ciascuno di noi donandoci il suo Spirito per il compito che ci affida.
L’intera Scrittura è intessuta di queste “chiamate” di Dio: ci chiama all’esistenza (Sap 11,25), chiama un popolo fra tutti quelli della terra (Dt 10,14-15); chiama Abramo, Mosè, i profeti, chiama ciascuno di noi in modo particolare e a ognuno chiede di interpretare il suo progetto di amore per il creato. I cammini sono diversi ma l’importante è ascoltandolo scoprire e comprendere cosa ci chiede per poter “camminare in modo degno della vocazione che è stata assegnata” (Ef 4,1).
L’esempio che oggi la Liturgia ci propone è la figura del Battista che ci viene presentato come “l’uomo mandato da Dio a rendere testimonianza alla luce” (Gv 1,6-8). Quando vide “Gesù venire verso di lui” per due volte ci dice che lui non lo conosceva. Una certa spiritualità dura a morire invita a comprendere la propria vita di fede come un cammino verso il Signore: no, è esattamente il contrario, è lui che viene verso di noi e si fa conoscere a noi così come noi siamo capaci di scoprirlo ed accoglierlo. Sta poi a noi testimoniare questo incontro dando lode a Dio con le nostre azioni così come ha fatto Giovanni il Battista. Si è testimoni di un fatto, di un incontro che ci ha colpito fino a trasformare la nostra vita e, nel raccontarlo, lo si è veramente se al centro non sta chi narra, ma quando è accaduto, se il narrare diventa un dito puntato non verso se stesso, ma verso un qualcosa da scoprire, se è un invito ad andare a svelare quanto ci ha trasformati. La testimonianza di Giovanni porta i suoi discepoli a lasciarlo per seguire Gesù. Il testimone è un traghettatore che si fa tramite per un incontro con un terzo o una terza realtà nella quale scoprirne la bellezza, la novità, la gioia. Il testimone è la stella dei Maghi, quei segni che ci precedono sempre, che prima ci erano sconosciuti, poi intravisti, completati con le conoscenze opportune per giungerne alla loro scoperta piena, goderne e a nostra volta testimoniarli ad altri.
Riesce ad essere un testimone credibile chi ha una giusta, realistica ed umile coscienza di se stesso, chi non si sopravvaluta, chi non si mette davanti a ciò che porge, chi racconta con trasparenza senza vantare meriti. Giovanni è totalmente decentrato da se stesso, scompare dietro Colui che l’ha inviato ed ora gli è venuto incontro facendosi conoscere: “non io ma lui” dice con fermezza ma, mi piace pensare, con contemporanea serena dolcezza.
Giovanni “non conosceva” Gesù ma la sua frequentazione della Scrittura lo ha reso vigile sulla realtà e ha visto lo Spirito posarsi su di lui: l’ascolto porta a saper “vedere”, a discernere e questa conduce all’esigenza di saper testimoniare parlando con la propria vita. Non ci sono discorsi da fare, ma di essere sempre pronti a rendere conto a tutti quelli che ci chiedono spiegazioni della speranza che è in noi con mansuetudine e rispetto (1PT 3,15-16). Questo significa che è il modo di vivere che porta altri ad interrogarsi e a chiedercene il perché. Solo allora si fa testimonianza non parlando di se stessi, ma indica il cammino che sta facendo suscitando negli altri il desiderio di provarci anche loro. È la sua persona, la coerenza di vita che è “segno”, non i discorsi che può o meno fare.
“Vedere lo Spirito” significa essere capaci di vederne “il frutto (al singolare! che) è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22), questo ci è chiesto di essere e “far vedere” e l’ascolto della Parola ci aiuta ad esserlo e a renderci “Parola di carne” sotto l’ala dello Spirito.
Giovanni passa dalla non conoscenza al riconoscimento del Signore ma è necessario anche rimanere attenti a non fossilizzarlo: non sarà mai possibile conoscerlo completamente. S. Agostino avverte: “Se lo comprendi, se pensi di conoscerlo pienamente, non è Dio”, ma un idolo, una realtà di cui tu ti puoi impadronire. Non è più il Signore di cui tu ti fai servo, ma uno strumento, di cui tu ti fai padrone e signore.
(BiGio)
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